15/9/17

Il concetto di rivoluzione in Gramsci dall’Ottobre ai Quaderni

— "... ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee [...]
— L'ultimo esempio, il più vicino a noi e perciò meno diverso dal nostro, è quello della Rivoluzione francese. Il periodo anteriore culturale, detto dell'illuminismo [...]
— Fu una magnifica rivoluzione esso stesso".

Guido Liguori

1. Per comprendere le teorie della rivoluzione nelle diverse fasi del pensiero di Antonio Gramsci occorre partire dal seguente assunto: Gramsci fu sempre, dagli anni torinesi alla maturità delle opere del carcere, non solo un teorico della rivoluzione, ma un rivoluzionario. È del resto quanto ebbe a sottolineare con forza Palmiro Togliatti, affermando nel 1958:
G. fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico, cioè un combattente [...]. Nella politica è da ricercarsi la unità della vita di A. G.: il punto di partenza e il punto di arrivo[i]. Tutta l'opera di Gramsci - aggiungeva Togliatti - potrà essere adeguatamente studiata solo «da chi sia tanto approfondito nella conoscenza dei momenti concreti della sua azione da riconoscere il modo come a questi momenti concreti aderisca ogni formulazione e affermazione generale di dottrina», e anche «tanto imparziale da saper resistere alla tentazione di far prevalere false generalizzazioni dottrinarie al nesso evidente che unisce il pensiero ai fatti e movimenti reali»[ii].
Politica dunque come lotta per la trasformazione del mondo. Inizialmente, nella vita di Antonio Gramsci, politica come «ribellione».

Come Gramsci ebbe a ricordare in una lettera alla moglie del 1924, ciò che lo aveva condotto a uno stato di ribellione rispetto alle condizioni sociali del suo tempo e del suo paese aveva avuto origine nelle dolorose esperienze personali vissute fin dagli anni dell'infanzia: ciò che allora lo aveva salvato «dal diventare completamente un cencio inamidato» era stato l'«istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare - scriveva -, io che avevo preso 10 in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante in tessuti»[iii].
Già in Sardegna, però, Antonio aveva iniziato a leggere libri e riviste di quella cultura d'opposizione (a Giolitti e al giolittismo) che fu il terreno sul quale si formò: la stampa socialista e soreliana, le "riviste fiorentine" come «Il Leonardo» e «La Voce» di Papini e Prezzolini, filosofie come il neoidealismo e il pragmatismo, una cultura insomma quasi tutta convergente in una rivaluta­zione del "soggetto" contro l'"oggettivismo" (epistemologico, storico, politico) di matrice positivistica, che influenzava profondamente le principali correnti del movimento operaio del tempo.
Nel 1911 Gramsci si trasferì a Torino per frequentarvi la facoltà di Lettere e filosofia, grazie a una borsa di studio appena sufficiente per la sopravvivenza[iv].
A Torino aderì, già prima della Grande Guerra, al movimento socialista.
Ma il suo marxismo era allora molto particolare: per la sua formazione culturale, il marxismo del giovane Gramsci fu un marxismo soggettivistico, anti-determinista, anti-economicista, influenzato appunto dal neoidealismo e dal bergsonismo mediato da Sorel. Un marxismo originale, dunque, ma anche ingenuo, in qualche passaggio, imperniato sul primato assoluto e idealistico della volontà.
Non mancavano in questi anni ancora tratti importanti di una visione antideterministica anche dei processi rivoluzionari.
Nell'articolo Socialismo e cultura, ad esempio, egli avanzava una definizione della cultura come conquista e valorizzazione del proprio io, e dunque crescita della soggettività[v].
Sifaceva già strada- nei processi di cambiamento, e anche nelle grandi rivoluzioni - l'importanza dell'acquisizione della consapevolezza, delle idee. Scriveva infatti Gramsci:
ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee [...] L'ultimo esempio, il più vicino a noi e perciò meno diverso dal nostro, è quello della Rivoluzione francese. Il periodo anteriore culturale, detto dell'illuminismo [...]Fu una magnifica rivoluzione esso stesso[vi].
Questo soggettivismo antideterministico si fondeva con un altro elemento, strettamente connesso: l'importanza fondamentale della volontà, che era anche il voler prendere parte, rifuggire dalla passività:il celebre «odio gli indifferenti»[vii], scritto nel gennaio 1917, poche settimane prima della «rivoluzione di febbraio» in Russia.
2. Fin dai primi commenti alla "rivoluzione di febbraio" Gramsci lesse gli avvenimenti di Russia come la riscossa dei socialisti che non avevano tradito lo spirito dell'Internazionale, e vide nei fatti di Pietrogrado una «rivoluzione proletaria»[viii].
Non aveva del tutto torto, poiché all'origine della "prima rivoluzione" del 1917, quella di febbraio appunto, vi erano stati imponenti scioperi e manifestazioni a partire dalle fabbriche dell'allora capitale della Russia zarista, come era stato decisivo il passaggio dalla parte degli insorti di numerosi reparti di soldati che si unirono ai rivoltosi.
Quali per Gramsci i caratteri di fondo dell'evento? La «rivoluzione russa» era per lui un «atto» proletario, soprattutto perché aveva «ignorato il giacobinismo», ovvero non aveva «dovuto conquistare la maggioranza con la violenza»[ix].
Fino al 1921 - quando muterà giudizio sulla base dell'opera del grande storico francese Albert Mathiez, che sottolineerà positivamente le similitudini tra giacobini e bolscevichi[x] - Gramsci fu decisamente antigiacobino.
Ignorando le pagine controverse sull'argomento che si trovano in Marx o il deciso filogiacobinismo di Lenin[xi], egli era influenzato nei suoi anni giovanili soprattutto da Sorel, che aveva sostenuto esservi elementi di continuità autoritaria tra giacobinismo e ancien régime[xii].
Il giacobinismo, la rivoluzione giacobina, erano per Gramsci fenomeni borghesi, di una minoranza che «serviva degli interessi particolaristici, gli interessi della sua classe, e li serviva con la mentalità chiusa e gretta di tutti quelli che tendono a dei fini particolaristici»[xiii].
Invece i «rivoluzionari russi» non volevano sostituire dittatura a dittatura e - egli sosteneva - avrebbero avuto, attraverso il suffragio universale, l'appoggio della grandissima parte del «proletariato russo», se solo esso avesse potuto esprimersi liberamente, senza essere soggetto agli apparati repressivi dello Stato zarista.
È, a me sembra, una visione piuttosto ingenua del processo rivoluzionario, sia per quel che concerneva i fatti di Russia - in cui le forze della rivoluzione erano in realtà molto più composite e divise al loro interno di quanto il discorso gramsciano lasciasse intendere -, sia per la convinzione che il suffragio universale bastasse a garantire l'affermarsi della reale volontà del proletariato, che il socialista rivoluzionario Gramsci sembrava intendere nei termini di un «passaggio a una nuova forma di società»[xiv], una società socialista.
Gramsci prescindeva qui - al contrario di quanto farà con grande acutezza negli scritti maturi del carcere, ma anche, in parte, dal periodo consiliarista della rivista «L'Ordine Nuovo» e del "biennio rosso" - dai prerequisiti della democrazia, dagli elementi tendenzialmente egualitari (in termini di cultura, informazione, consapevolezza, libertà dal bisogno) che un corpo elettorale dovrebbe avere per esprimersi senza «fini particolaristici».
Ingenua appare, inoltre, la convinzione gramsciana per la quale la rivoluzione - che egli legge idealisticamente in primo luogo come fatto spirituale - avesse potuto provocare immediatamente un mutamento di costumi e di indole, persino tra i «malfattori», pronti a divenire una nuova esemplificazioni della «morale assoluta» kantiana, poiché - questa è la convinzione del pensatore sardo - «la libertà fa gli uomini liberi»[xv].
Inizierà dopo qualche mese, da parte del giovane socialista, l'analisi delle distinzione interne al grande evento rivoluzionario che aveva archiviato il potere zarista, ma non la guerra.
La lettura "anti-giacobina" sarà ancora ribadita a fine luglio[xvi], dopo i nuovi moti contro la continuazione della guerra e le misure repressive del governo "provvisorio" nei confronti dei bolscevichi.
L'attenzione gramsciana venne spostandosi, sia pure non senza qualche comprensibile oscillazione, vista la scarsità delle sue informazioni, verso la componente bolscevica (termine che allora veniva tradotto in Italia con «massimalista», per usare una categoria nota del panorama politico italiano del tempo), individuata come la forza che non accettava che la rivoluzione si fermasse al suo stadio democratico-borghese, ma pretendeva che essa andasse avanti fino alla conquista di una società socialista:
«Lenin [...] e i suoi compagni bolsceviki - egli scriveva - sono persuasi che sia possibile in ogni momento realizzare il socialismo. Sono nutriti di pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti»[xvii].
Dove è palese la polemica contro l'evoluzionismo kautskiano e secondointernazionalista, socialdemocratico riformista, rappresentato in Italia dal socialismo moderato dei Treves e dei Turati, in nome di quel soggettivismo rivoluzionario che contraddistingueva il Gramsci di questo periodo: in Russia - egli aggiungeva - «la rivoluzione continua», perché gli uomini, tutti gli uomini siano «gli artefici del loro destino».
3. Intanto dilagava in Italia e in Europa l'entusiasmo per ciò che era avvenuto in Russia. Già prima dell'Ottobre la situazione messasi in moto a febbraio dava una concreta speranza di cambiamento, di socialismo, di giustizia e uguaglianza alle masse di povera gente che moriva in trincea o che aveva i propri cari maciullati da una guerra senza precedenti. In Francia gruppi di soldati si ammutinavano marciando con la bandiera rossa in testa e cantando l'Internazionale, in Italia la rivolta di fine agosto a Torino era solo l'apice di una situazione che diveniva giorno dopo giorno più insopportabile. La disfatta di Caporetto era dietro l'angolo, causata anche da una sempre più larga critica di massa alla guerra e a un modo disumano - quello di Cadorna e degli altri ufficiali, da una parte e dall'altra delle trincee - di usare i soldati come carne da macello, con una disinvoltura che derivava anche da un radicato egoismo di classe.
Non era stata questa stessa molla una delle principali cause della rivoluzione in Russia, se non la principale?
Non sorprende dunque che "fare come in Russia" iniziasse a essere la parola d'ordine che circolava tra le classi popolari e subalterne di grande parte d'Europa.
Né sorprende che la delegazione dei Soviet russi che visitò l'Italia, e anche Torino[xviii], in quei giorni venisse accolta con entusiasmo, fraintendendo anche le reali posizioni dei suoi componenti: di fronte a esponenti piuttosto moderati, molto cauti sulla possibilità di uscire dal conflitto, i proletari italiani inneggiavano invece alla pace, al socialismo e a Lenin.
E Gramsci non era da meno: la scelta è tra Kerenskij e Lenin, egli scriveva ad agosto[xix], è tra il nuovo capo del "governo provvisorio", formatosi il 6 agosto, e il dirigente rivoluzionario ora ricercato dalla polizia del nuovo governo e costretto a rifugiarsi in Finlandia. Dove scrisse in poche settimane Stato e rivoluzione, fino al momento in cui dovette interromperne la stesura per rientrare in patria a dirigere la rivoluzione, invece che limitarsi a teorizzarla.
Più di un mese prima dell'Ottobre Gramsci avvertiva che si avvicinava il momento in cui si sarebbe dovuto decidere tra rivoluzione liberale e rivoluzione socialista, misurare «quale sia la forza effettiva dei rivoluzionari socialisti e quale quella dei rivoluzionari borghesi»[xx].
Conquistata la libertà (contro l'autocrazia zarista), la rivoluzione deve andare avanti, raggiungere «ulteriori realizzazioni»: il socialismo, «la libertà d'iniziare in concreto la trasformazione del mondo economico e sociale della vecchia Russia tzarista. Il compromesso coi borghesi non è più utile, non è più necessario, è un impaccio»[xxi].
4. Il 25 ottobre, secondo il calendario russo (il 7 novembre secondo quello occidentale) vi fu la presa del Palazzo d'Inverno, l'assunzione del potere da parte dei Soviet egemonizzati dai bolscevichi.
Celeberrimo è il commento gramsciano, scritto a fine novembre: si trattava, per il socialista sardo, di una «rivoluzione contro Il Capitale», il libro di Marx, contro chi aveva dato di quel libro e del marxismo una lettura economicistica e deterministica, "stadiale", per la quale non sarebbe stata possibile alcuna rivoluzione socialista nella Russia arretrata prima di un adeguato sviluppo dello "stadio capitalistico", dell'industria e dunque della classe operaia russe.
Ora invece - scriveva Gramsci - «i massimalisti [...] si sono impadroniti del potere, hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste in cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi, per continuare a svilupparsi armonicamente, senza troppo grandi urti, partendo dalle grandi conquiste realizzate oramai»[xxii].
Il marxismo dei bolscevichi era "costruito" da Gramsci a immagine e somiglianza delle sue idee: un marxismo storicistico, derivato da Hegel e liberato dalle scorie del positivismo.
È ancora una volta la volontà che trionfa, nella visione di Gramsci: sono gli essere umani associati che possono comprendere,«i fatti economici e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà,finché questa diventa la motrice dell'economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebullizione, che può essere incanalatadove alla volontà piace, come alla volontà piace»[xxiii].
Al di là dell'attacco a effetto (la «rivoluzione contro Il Capitale» di Marx), in realtà l'articolo coglieva alcune motivazioni profonde dell'Ottobre russo: la guerra aveva reso possibile un evento inaudito e per i più inaspettato.
Marx aveva «preveduto il prevedibile», non aveva potuto prevedere la Prima guerra mondiale, il suo carattere senza precedenti, che «avrebbe suscitato in Russia la volontà collettiva popolare» in tempi molto più rapidi della norma («perché, normalmente, i canoni di critica storica del marxismo colgono la realtà»[xxiv]). In quanto «in Russia la guerra ha servito a spoltrire le volontà. Esse, attraverso le sofferenze accumulate in tre anni, si sono trovate all'unisono molto rapidamente. La carestia era immanente, la fame, la morte per fame poteva cogliere tutti, maciullare d'un colpo decine di milioni di uomini. Le volontà si sono messe all'unisono»[xxv].
La Russia aveva avuto la sua rivoluzione perché Lenin aveva saputo leggere la "congiuntura", diremmo oggi, aveva saputo fare «l'analisi concreta della situazione concreta» (come recita un famoso motto leninista). Gli eventi storici sono sempre individuali, la politica e la storia sono per Gramsci discipline idiografiche: ogni generalizzazione è errata.
Il Gramsci maturo riformulerà comunque la sua visione del processo rivoluzionario, arrivando a definirlo come un rapporto di equilibrio e di influenza reciproca tra "rapporti di forze" e iniziativa rivoluzionaria.
Iniziano infatti a essere presenti in Gramsci, da qui in avanti, considerazioni e argomentazioni più coerenti con la tradizione marxista.
La visione del Gramsci maturo non perderà il dato dell'importanza della volontà e della soggettività, ma la realtà storico-sociale sarà nei Quaderni un campo dipossibilità, che le condizioni oggettive offrono al soggetto, all'interno del quale si determinerà un certo esito piuttosto che un altro a seconda dell'azione e delle capacità del soggetto stesso.
L'ipersoggettivismo giovanile sarà superato proprio a partire dalla situazione nuova che l'Ottobre aveva creato e che ricollocava anche la visionegramsciana su un terreno nuovo e più concreto.
Fu proprio a partire dalla adesione di Gramsci al movimento politico internazionale che nasceva con la "seconda rivoluzione" russa, il suo marxismo iniziò a liberarsi dalle incrostazioni idealistiche e spiritualistiche che lo condizionavano in modo determinante.
5. Gramsci passa negli anni successivi per esperienze difficili e cruciali. In primo luogo il "biennio rosso" 1919-1920, quando egli divenne uno dei più importanti e originali rappresentanti nel pensiero consiliarista europeo assumendo di fatto la guida del movimento dei consigli di fabbrica torinese e sviluppando una concezione dell'autogoverno delle classi lavoratrici originale e diversa anche rispetto al modello soviettista russo.
I Consigli di Gramsci molto più dei Soviet affondano le proprie radici direttamente nel mondo produttivo, nella fabbrica, e da lì si espandano (nella elaborazione teorica del rivoluzionario sardo) al resto della società sempre seguendo la organizzazione e la articolazione del lavoro[xxvi].
Si tratta, per il Gramsci consiliarista di questo periodo, di riunificare concretamente il citoyen e il bourgeoisdi cui parla Marx in Sulla questione ebraica, si tratta di ricomporre la scissione tra società civile e società politica che il grande rivoluzionario tedesco aveva individuato come tipica della società borghese.
La sconfitta del movimento operaio torinese fece aprire maggiormente gli occhi sulla complessità e varietà della situazione italiana, sul fatto che non tutta l'Italia era Torino, ovvero "occidente", moderna società industriale massificata e caratterizzata dalle «caserme» e «casematte» della «società civile», come si esprimerà Gramsci nei Quaderni; ma anche sui limiti del Partito socialista italiano, rivoluzionario a parole ma immobilista e confusionario nei fatti.
Dalla consapevolezza di tali limiti nasceva la spinta a formare subito un partito comunista anche in Italia, accettando la leadership di Amadeo Bordiga, da cui Gramsci era per tanti versi distante.
Dalla sconfitta del movimento operaio e socialista nel "biennio rosso" nacque anche la drammatica fase della reazione fascista e la sconfitta storica che subì allora il movimento operaio italiano. La qual cosa provocò un ripensamento profondo in Gramsci e lo predispose ad accettare l'insegnamento dell'ultimo Lenin sulle condizioni della possibilità di una rivoluzione immediata in Occidente.
Dal suo partito Gramsci era stato infatti inviato nel giugno 1922 a Mosca, come rappresentate italiano presso l'Internazionale comunista. Nel "paese dei Soviet" risiedette fino alla fine del 1923, per poi spostarsi a Vienna e fare ritorno in Italia nel maggio 1924.
Iniziò a Mosca una fase di conoscenza più profonda del pensiero di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico, del tentativo di edificazione di una inedita società socialista negli anni della riscoperta di una certa gradualità (la Nep, Nuova politica economica, che cercava di recuperare un rapporto di alleanza coi contadini, fortemente compromesso negli anni della guerra civile e del "comunismo di guerra").
Gramsci ebbe anche il privilegio di un incontro personale e riservato con il massimo dirigente bolscevico, il 25 ottobre 1922, durante il quale parlarono della specificità della situazione italiana, sotto il profilo sociale (il Mezzogiorno) e politico (gli errori commessi da Bordiga nella scissione di Livorno e il problema della possibile alleanza tra comunisti e socialisti italiani).
Venuta meno la speranza di una subitanea rivoluzione in Occidente, e maturata la convinzione di una capacità di resistenza del capitalismo ben superiore alle prime ingenue speranze e previsioni, Lenin rilanciò la politica del "fronte unico", ovvero dell'alleanza coi socialisti contro le forze borghesi. La lezione che veniva dall'ultimo Lenin era quella di una crisi capitalistica che non necessariamente si sarebbe tramutata con immediatezza in ondata rivoluzionaria.
Fu sulla scorta di Lenin che Gramsci maturò la convinzione che in Occidente non si potesse "fare come in Russia", poiché in Occidente le «superstrutture politiche», create dallo sviluppo del capitalismo e dalla società di massa, rendeva più lenta e complessa ogni possibile strategia rivoluzionaria: già nel 1924 Gramsci aveva maturato in nucealcuni dei temi («guerra di posizione», egemonia) che sarebbero stato centrali nei Quaderni[xxvii].
Iniziò sotto la guida di Gramsci (e grazie all'autorità indiscussa dell'Internazionale, che lo appoggiava) un vero e proprio periodo di rifondazione gramsciana del Partito, che culminò nel suo III Congresso, svoltosi a Lione nel gennaio 1926[xxviii].
Passando per tutte queste vicende storiche drammatiche, negli anni che vanno dal 1917 e poi dal 1921 fino al 1926, anno in cui viene arrestato, Gramsci giunse anche egli a un ripensamento complessivo del suo bagaglio teorico giovanile. Alcuni fili del quale, e non secondari, sono riscontrabili anche nella trama delle opere del carcere, ma inseriti in un quadro d'insieme per molti aspetti diverso.
Alla volontà rivoluzionaria, nel Gramsci maturo si affianca la conoscenza della situazione il più possibile oggettiva, l'analisi minuziosa, storica e sociale, del terreno (soprattutto nazionale) su cui si svolge la lotta. Questa analisi, applicata alla realtà italiana prima e all'Occidente capitalistico poi, portava alla conclusione della non ripetibilità di una rivoluzione di tipo sovietico.
Gramsci in carcere, in altre parole, giunge a mettere a fuoco la differenza morfologica tra Oriente e Occidente, e di conseguenza tra guerra di movimento e guerra di posizione[xxix].
E giunge ad affermare che la Rivoluzione russa è l'ultima rivoluzione di stampo ottocentesco, l'ultima rivoluzione-insurrezione, almeno in Europa o nel mondo avanzato.
La formulazione di questo fondamentale passaggio avviene nel Quaderno 7, nella nota 16, intitolata Guerra di movimento e guerra di posizione, databile[xxx] nel novembre-dicembre 1930:
Mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente, [...] Solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile ecc. In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell'Occidente tra Stato e società civile c'era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un'accurata ricognizione di carattere nazionale [xxxi].
In occidente, la moderna struttura della società di massa, la compenetrazione nuova tra Stato e società civile, il peso e l'importanza degli apparati della formazione del consenso sono tutti fattori che portano il rivoluzionario sardo a rivoluzionare profondamente il concetto di rivoluzione, non solo rispetto alla visione soggettivistica e idealistica che dello stesso egli aveva avuto nel suo periodo giovanile, ma anche rispetto alla concezione classica, e a volte stereotipata, della tradizione marxista e leninista.
Non perché Gramsci fuoriesca dal marxismo o dalla tradizione rivoluzionaria, con un approdo classicamente riformista - come pure a volte è stato sostenuto. La volontà (rivoluzionaria) non viene meno, ma essa ora parte dall'assunto della necessità della conoscenza del nuovo terreno in cui si è chiamati ad operare e si fa banditrice di quella che Gramsci chiama una «riforma intellettuale e morale».
La volontà di cambiamento non perde il suo ancoraggio di classe, il suo cuore nel mondo economico e dei rapporti sociali, ma vede tutta la complessità dell'azione politica moderna: rifiuta le concezioni economicistiche fondate sul binomio crisi economica-rivoluzione (che erano state alla base del marxismo della Seconda Internazionale, ma che anche la Terza Internazionale aveva fatto proprie); individua come fondamentali gli apparati pubblici e privati che formano il senso comune diffuso; e ritiene decisivo lanciare la sfida della conquista del consenso; sottolinea cioè l'importanza decisiva di una elaborazione culturale e ideologica che sappia offrire una nuova concezione del mondo, che sappia formare un nuovo senso comune di massa - sempre a partire da quella lettura della società divisa in classi che Gramsci aveva appreso da Marx e a partire dalla necessità di quella politica delle alleanze che egli aveva imparato da Lenin.
È una concezione che, mettendo in rilievo l'importanza decisiva del consenso, della elaborazione culturale, del senso comune diffuso, pone le premesse per una lotta politica democratica, compatibile con la strategia della conquista dell'egemonia.
Note
[i] P. Togliatti, Il leninismo nel pensiero e nell'azione di A. Gramsci[1958], ora in Id., Scritti su Gramsci, a cura di G. Liguori, Roma, Editori Riuniti university press, 2013, p. 224.
[ii] Ivi, p. 225. Una esemplificazione di studio di Gramsci alla luce della metodologia indicata da Togliatti è il libro di G. Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937, Torino, Einaudi, 2012.
[iii] A. Gramsci, Lettere 1908-1926, a cura di A. A. Santucci, Torino, Einaudi, 1992, p. 271 (lettera a Giulia, 6 marzo 1924).
[iv] Cfr. A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di A. A. Santucci, Palermo, Sellerio, 1996, p. 117 (lettera a Carlo, 12 settembre 1927).
[v]Cfr. A. Gramsci, Socialismo e cultura,in «Il Grido del Popolo», 29 gennaio 1916, ora in Id., Masse e partito. Antologia 1910-1926, a cura di G. Liguori, Roma, Editori Riuniti, 2016p. 57.
[vi]Ibidem.
[vii] A. Gramsci, Indifferenti, in «La Città Futura», 11 febbraio 1917, ora ivi, pp. 73 ss.
[viii] A. Gramsci, Note sulla rivoluzione russa, in «Il Grido del Popolo», 29 aprile 1917, ora in Id., Come alla volontà piace. Scritti sulla Rivoluzione russa, a cura di G. Liguori, Roma, Castelvecchi, 2017, p. 34.
[ix] Ivi, p. 35.
[x] Cfr. su questo R. Medici, Giacobinismo, in F. Frosini, G. Liguori (a cura di), Le parole di Gramsci, Roma, Carocci, 2004, pp. 113 ss. Nei Quaderni del carcere il giacobinismo sarà una vera e propria categoria teorico-politica, non solo storiografica, e avrà una coloritura decisamente positiva, in relazione alla capacità, propria dei giacobini come dei bolscevichi, ma anticipata teoricamente anche da Machiavelli (in cui perciò si vede un «giacobinismo precoce»), di stabilire una alleanza tra «città» e «campagna».
[xi] Cfr. M. L. Salvadori, Il giacobinismo nel pensiero marxista, in Id., Europa America Marxismo, Torino, Einaudi, 1990.
[xii] Cfr. G. Sorel, Considerazioni sulla violenza [1908], Bari, Laterza, 1974, pp. 149-58.
[xiii] A. Gramsci, Note sulla rivoluzione russa, cit., p. 35.
[xiv]Ibidem.
[xv] Antonio Gramsci, Note sulla rivoluzione russa, cit., p. 36.
[xvi]Cfr. Antonio Gramsci, I massimalisti russi,«Il Grido del popolo», 28 luglio 1917, in Id., Come alla volontà piace, pp. 38 ss.
[xvii]Ivi, p. 39.
[xviii] Cfr. Antonio Gramsci, Il compito della rivoluzione russa, «Avanti!», 15 agosto 1917, infra, pp. 41 ss.
[xix] Cfr. Antonio Gramsci, Kerensky e Lenin, «Il Grido del Popolo», 25 agosto 1917, infra, pp. 44 ss.
[xx] Antonio Gramsci, Kerensky-Cernof, «Il Grido del Popolo», 29 settembre 1917, infra, p. 46.
[xxi] Ivi, p. 47.
[xxii] A. Gramsci, La rivoluzione contro «Il Capitale», «Il Grido del Popolo», 1° dicembre 1917, ora in Id., Come alla volontà piace..., cit., p. 50.
[xxiii] Ivi, p. 51.
[xxiv] Ibidem.
[xxv] Ivi, p. 52.
[xxvi] Mi si consenta su questo il rinvio alla mia Introduzione ad A. Gramsci, Masse e partito, cit.,e agli scritti gramsciani ivi indicati.
[xxvii]Mi si consenta di rinviare al mio Teoria e politica nel marxismo di Antonio Gramsci, in Stefano Petrucciani (a cura di), Storia del marxismo. Vol. 1: Socialdemocrazia, revisionismo, rivoluzione, Carocci, Roma, 2015249.
[xxviii] Cfr. ivi, pp. 249 ss.
[xxix] Per quel che concerne le principali categorie gramsciane a cui qui si fa cenno, rinvio a G. Liguori, P. Voza (a cura di), Dizionario gramsciano 1926-1937, Roma, Carocci, 2009.
[xxx] Cfr. G. Francioni, Nota introduttiva, in A. Gramsci, Quaderni del carcere. Edizione anastatica dei manoscritti, Roma-Cagliari, Biblioteca Treccano e L'Unione sarda, vol. 10, 2009, p. 4.
[xxxi] A. Gramsci, Quaderni del carcere. Edizione critica dell'Istituto Gramsci, cit., p. 845.
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