7/2/17

Gramsci e la Russia sovietica: il materialismo storico e la critica del populismo

Domenico Losurdo
1. «Collettivismo della miseria, della sofferenza»
Com’è noto, la rivoluzione che tiene a battesimo la Russia sovietica e che, contro ogni aspettativa, si verifica in un paese non compreso tra quelli capitalistici più avanzati, è salutata da Gramsci come la «rivoluzione contro Il capitale». Nel farsi beffe del mecanicismo evoluzionistico della Seconda Internazionale, il testo pubblicato su «Avanti!» del 24 dicembre 1917 non esita a prendere le distanze dalle «incrostazioni positivistiche e naturalistiche» presenti anche «in Marx». Sì, «i fatti hanno superato le ideologie», e dunque non è la rivoluzione d’Ottobre che deve presentarsi dinanzi ai custodi del «marxismo» al fine di ottenere la legittimazione; è la teoria di Marx che dev’essere ripensata e approfondita alla luce della svolta storica verificatasi in Russia1. Non c’è dubbio, memorabile è l’inizio di questo articolo, ma ciò non è un motivo per perdere di vista il seguito, che non è meno significativo. Quali saranno le conseguenze della vittoria dei bolscevichi in un paese relativamente arretrato e per di più stremato dalla guerra?:
«Sarà in principio il collettivismo della miseria, della sofferenza. Ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un regime borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe […]. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile».
In questo testo il comunismo di guerra che sta per imporsi nella Russia sovietica viene al tempo stesso legittimato sul piano tattico e delegittimato sul piano strategico, legittimato per l’immediato e delegittimato con lo sguardo rivolto al futuro. Il «collettivismo della miseria, della sofferenza» è giustificato per le condizioni concrete in cui versa la Russia del tempo: il capitalismo non sarebbe in grado di fare nulla di meglio. Ma il «collettivismo della miseria, della sofferenza» deve essere superato «nel minor tempo possibile».

Non è affatto un’affermazione banale. Vediamo in che modo il francese Pierre Pascal interpreta e saluta la rivoluzione bolscevica di cui è testimone diretto:
«Spettacolo unico e inebriante: la demolizione d’una società. Si stanno realizzando il quarto salmo dei vespri domenicali e il Magnificat: i potente rovesciati dal trono e il povero riscattato dalla miseria […]. I ricchi non ci sono più: solo poveri e poverissimi. Il sapere non conferisce né privilegio né rispetto. L’ex operaio promosso direttore dà ordini agli ingegneri. Alti e bassi salari s’accostano. Il diritto di proprietà è ridotto agli effetti personali».
Lungi dal dover essere superata «nel minor tempo possibile», la condizione per cui ci sono «solo poveri e poverissimi» ovvero, nel linguaggio di Gramsci, il «collettivismo della miseria, della sofferenza», tutto ciò è sinonimo di pienezza spirituale e di rigore morale. È vero, Pascal era un fervente cattolico, ma ciò non significa che i bolscevichi fossero immuni da questa visione all’insegna del populismo e del pauperismo. Anzi, ci si può chiedere se non ci sia traccia di populismo e pauperismo nella definizione che trasfigura come «comunismo» e sia pure come «comunismo di guerra», un regime caratterizzato dal tracollo dell’economia (con il ritorno a tratti al baratto) e in certi momenti dalla requisizione forzata degli alimenti necessari alla sopravvivenza della popolazione urbana; un regime cioè che Gramsci più correttamente definisce quale «collettivismo della miseria, della sofferenza». Nel 1936-37 è Trotskij  a ricordare criticamente «le tendenze ascetiche dell’epoca della guerra civile», diffuse tra i comunisti, il cui ideale sembrava essere la «miseria socializzata». È una formula che fa pensare a quella di Gramsci ma che è posteriore di quasi vent’anni.

A descrivere nel modo più efficace, negli anni ’40, il clima spirituale dominante nel periodo immediatamente successivo alla rivoluzione d’Ottobre è un militante di base del partito comunista dell’Unione sovietica: «Noi giovani comunisti eravamo tutti cresciuti nella convinzione che il denaro fosse stato tolto di mezzo una volta per tutte […]. Se ricompariva il denaro, non sarebbero ricomparsi anche i ricchi? Non ci trovavamo su una china scivolosa che ci riportava al capitalismo?».

A provocare la catastrofe della guerra erano stati la gara per la conquista delle colonie, dei mercati e delle materie prime, la caccia al profitto, in ultima analisi l’auri sacra fames, e dunque il «comunismo di guerra» non solo era sinonimo di giustizia sociale ma era anche la garanzia che non si sarebbero più verificate tragedie del genere. Era un clima non certo confinato in Russia. Nel 1918 il giovane Ernst Bloch si attendeva, sull’onda della rivoluzione d’Ottobre, l’avvento di un mondo liberato una volta per sempre da «ogni economia privata», da ogni «economia del denaro» e, con essa, dalla «morale mercantile che consacra tutto quello che di più malvagio vi è nell'uomo».

Secondo il Manifesto del partito comunista, i «primi moti del proletariato» sono spesso caratterizzati da rivendicazioni all’insegna di «un ascetismo universale e un rozzo egualitarismo»; d’altro canto, non c’è «nulla di più facile che dare all’ascetismo cristiano una mano di vernice socialista»6. È esattamente quello che si verifica nella Russia rivoluzionaria. Si deve però subito aggiungere che il fenomeno così efficacemente descritto da Marx ed Engels ha un’estensione temporale e spaziale ben superiore a quella da loro suggerita. 

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Anche nel Novecento, e persino nell’ambito di movimenti che fanno professione di materialismo storico e di ateismo, troviamo confermata la regola per cui le grandi rivoluzioni popolari, i sommovimenti di massa delle classi subalterne tendono a stimolare un populismo spontaneo e ingenuo, che, ignorando del tutto il problema dello sviluppo delle forze produttive, si attende o celebra la riscossa di coloro che occupano l’ultimo gradino della gerarchia sociale, la riscossa dei poveri e dei «poveri nello spirito».

A questa tendenza Gramsci risulta estraneo già dai suoi primi interventi.