13/1/16

Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato

Dino Messina   /   A quasi ottant’anni dalla sua morte la figura di Antonio Gramsci è oggetto di un importante studio intorno a una parte della sua vita ancora per diversi aspetti da scoprire e ricostruire, ossia quella successiva al suo arresto dell’8 novembre 1926, della detenzione nelle carceri dell’Italia fascista con la breve parentesi del confino a Ustica, fino agli ultimi anni prima della morte, trascorsi a partire dal 1933, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute e non da uomo libero, prima nell’infermeria del carcere di Civitavecchia, poi nella clinica del dottor Cusumano a Formia e infine nella clinica “Quisisana” di Roma.

La vicenda stessa dell’arresto, da considerare nel contesto della promulgazione delle leggi fascistissime e degli effetti del fallito attentato a Mussolini di Anteo Zamboni del 31 ottobre a Bologna, meriterebbe di per sé degli approfondimenti, se non altro per capire se e cosa si sia fatto per chiedere – o forse pretendere – un immediato rilascio di Gramsci alla luce della violazione della sua immunità parlamentare, sancita dall’articolo 45 dello Statuto Albertino; infatti in data 8 novembre 1926 essa è per il Segretario del Partito Comunista d’Italia ancora in vigore, poiché solamente il giorno dopo, secondo l’articolo 62 del Regolamento parlamentare, sarà votata e approvata dalla Camera dei Deputati a scrutinio segreto e con maggioranza dei tre quarti quella conosciuta come Mozione Augusto Turati, «portata di urgenza alla seduta».