13/1/16

Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato

Dino Messina   /   A quasi ottant’anni dalla sua morte la figura di Antonio Gramsci è oggetto di un importante studio intorno a una parte della sua vita ancora per diversi aspetti da scoprire e ricostruire, ossia quella successiva al suo arresto dell’8 novembre 1926, della detenzione nelle carceri dell’Italia fascista con la breve parentesi del confino a Ustica, fino agli ultimi anni prima della morte, trascorsi a partire dal 1933, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute e non da uomo libero, prima nell’infermeria del carcere di Civitavecchia, poi nella clinica del dottor Cusumano a Formia e infine nella clinica “Quisisana” di Roma.

La vicenda stessa dell’arresto, da considerare nel contesto della promulgazione delle leggi fascistissime e degli effetti del fallito attentato a Mussolini di Anteo Zamboni del 31 ottobre a Bologna, meriterebbe di per sé degli approfondimenti, se non altro per capire se e cosa si sia fatto per chiedere – o forse pretendere – un immediato rilascio di Gramsci alla luce della violazione della sua immunità parlamentare, sancita dall’articolo 45 dello Statuto Albertino; infatti in data 8 novembre 1926 essa è per il Segretario del Partito Comunista d’Italia ancora in vigore, poiché solamente il giorno dopo, secondo l’articolo 62 del Regolamento parlamentare, sarà votata e approvata dalla Camera dei Deputati a scrutinio segreto e con maggioranza dei tre quarti quella conosciuta come Mozione Augusto Turati, «portata di urgenza alla seduta».

Come riportano gli Atti Parlamentari, attraverso tale Mozione la Camera dichiara diversi Deputati, tra cui Gramsci, «decaduti dal mandato parlamentare» in quanto colpevoli in primo luogo di «[aver pretestato] nel giugno del 1924 una questione morale nei confronti del Capo del Governo e di questa Assemblea [con] atto esplicito e pubblico di secessione», in secondo luogo di continuare «a svolgere, da allora a oggi, usando delle prerogative e delle immunità parlamentari, opera di eccitamento e sovvertimento contro i poteri dello Stato», infine di esser venuti meno all’articolo 49 dello Statuto, cioè al dovere di «esercitare le loro funzioni col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria».

Durante gli anni della detenzione è più che nota la sua intensa attività intellettuale, basti pensare ai Quaderni del carcere; poco fino a oggi si è conosciuto del Gramsci uomo che vuole e cerca di uscire di prigione, facendosi egli stesso regista di vere e proprie trattative volte alla sua liberazione. Il volume di Giorgio Fabre qui recensito “Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato”, Palermo, Sellerio Editore, 2015 getta nuova luce su questi momenti e aspetti della vita del detenuto Gramsci. Fabre propone un’approfondita e densa ricostruzione intorno a due tentativi di liberare probabilmente il più illustre prigioniero politico del regime fascista, entrambi pianificati dallo stesso Gramsci secondo la pratica allora diffusa in Europa dello scambio di detenuti, a lui familiare poiché egli stesso era stato partecipe se non addirittura fautore di alcune trattative durante il «lungo periodo, dal giugno 1922 al maggio 1924, [trascorso] in ambiente Comintern». A dimostrazione di ciò Fabre fa riferimento tra le altre alla “trattativa Caffi”: come racconta Tanja Šucht in una lettera del 15 giugno 1934 alla sorella Julja, moglie di Gramsci, il cognato nell’estate 1922 aveva favorito la conclusione di uno scambio «nel giro di dieci giorni», quello di Andrea Caffi, «interprete e vero cervello della stessa Rappresentanza italiana» a Mosca, arrestato dalla polizia politica sovietica «per rappresaglia» contro il Governo italiano, che aveva prima espulso tre operai russi arrestati a Tivoli e poi, subito dopo, arrestato altri due russi, in questo caso due marinai. In ambiente Comintern è poi «del tutto probabile … che Gramsci avesse avuto informazioni sull’episodio più eclatante» in materia di scambi: nel novembre 1919 l’allora nunzio a Varsavia Achille Ratti e futuro papa Pio XI aveva mediato con i bolscevichi, in particolare con Čičerin, per ottenere la libertà dell’arcivescovo di Moghilev Eduard de Ropp contro il passaggio sicuro attraverso la Lituania di Karl Radek e del menscevico Pavel Aksel’rod, fatti prigionieri a Berlino dopo il fallimento della Rivoluzione spartachista. Dunque l’autore dei Quaderni del carcere non solo aveva sperimentato il sistema degli scambi di detenuti, ma aveva anche acquisito perfetta consapevolezza dell’esperienza della Santa Sede e dell’Unione Sovietica a riguardo. Ciò contribuisce a spiegare come sia nato, partorito proprio da Gramsci, il primo tentativo di scambio, sviluppatosi nell’autunno del 1927, ancor prima della celebrazione del processo ai dirigenti del Partito Comunista d’Italia.

Giorgio Fabre dedica tutta la prima parte del libro alla ricostruzione di questa «trattativa vaticana», sorta nel momento in cui il prete del carcere di San Vittore Don Luigi Viganò, persona ritenuta e presentata come «molto influente in Vaticano», avrebbe avvicinato Gramsci paventandogli la seria possibilità di avviare una trattativa di scambio di qualche “compagno” detenuto in Italia con membri del clero cattolico prigionieri in URSS. Il 26 settembre 1927 il presidente del Comintern Bucharin è immediatamente informato della questione prima attraverso un telegramma inviato da Berlino dal dirigente dell’Ufficio del Comintern per l’Europa Occidentale Dmitrij Manuil’skij, poi da una lettera di Maggi – alias Egidio Gennari, rappresentante del Partito Comunista d’Italia al Comintern –, datata 28 settembre 1927 per conto dei “compagni italiani” di Gramsci e Terracini, anch’egli in attesa del processo e detenuto a San Vittore. Bucharin già il 27, anche alla luce del serio rischio posto da Manuil’skij di una possibile sentenza di condanna a morte da parte del tribunale al processo, aveva accolto la sollecitazione contenuta nel telegramma per un intervento del Comintern a favore di Gramsci e Terracini seguendo pedissequamente il disegno tracciato dall’autore dei Quaderni del carcere; lo stesso Politbjuro del PCUS – dunque Stalin compreso – si pronuncia favorevolmente all’intervento e così il 29 settembre il vicecommissario agli Affari Esteri Litvinov chiede con urgenza e risolutezza all’ambasciatore a Berlino Krestinskij di «vedere immediatamente Pacelli», nunzio nella capitale tedesca, per dichiarargli il consenso sovietico «allo scambio di Gramsci e Terracini con due preti cattolici a scelta del Vaticano». Il primo ottobre l’incaricato d’affari dell’Ambasciata Bratman-Brodowski consegna alla Nunziatura una nota contenente la disponibilità sovietica allo scambio.

Foto: Giorgio Fabre
I Sovietici sono i primi a giocare in questa partita aperta da Gramsci e Fabre mette in evidenza la loro determinazione nonché la loro insistenza, puntualizzando che per ben tre volte fino al 2 gennaio 1928 da Mosca si domanda all’Ambasciata a Berlino di chiedere informazioni a Pacelli se da Roma fossero giunte novità sulla trattativa Gramsci-Terracini. Al contrario l’altro giocatore, ossia la Santa Sede e in particolare il Segretario di Stato Gasparri, preferisce temporeggiare. Nonostante già il 20 ottobre il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e al Ministero dell’Interno Giacomo Suardo avesse fatto sapere oltre Tevere per conto di Mussolini che pur esclusa la possibilità della pena di morte non avrebbe comunque potuto esserci alcun fondamento giuridico a un qualunque atto di clemenza, non essendo ancora stato celebrato il processo e non essendo stata pronunciata una sentenza – dunque il “No” del Capo del Governo italiano allo scambio –, Gasparri non vuol chiudere la trattativa: scrivendo a Pacelli il 31 ottobre 1927 il Segretario di Stato riferisce di aver preso nota delle comunicazioni del suo nunzio a Berlino per servirsene «alla buona occasione»; una buona occasione che non si sarebbe presentata né sarebbe stata minimamente cercata dalla Santa Sede, come Fabre spiega anzitutto per mezzo di un’attenta analisi dei numeri di protocollo dei documenti scambiati tra Segreteria di Stato e Nunziatura a Berlino e poi, soprattutto, contestualizzando opportunamente la «trattativa vaticana» nel quadro di una «trattativa maggiore» tra URSS e Santa Sede, allora ancora in piedi benché prossima al fallimento. Per «trattativa maggiore» Fabre intende il negoziato condotto da Pacelli a Berlino sulla questione del riconoscimento ufficiale della libertà di culto per la religione cattolica in URSS e in particolare sullo stato della Chiesa cattolica in terra sovietica, tema davvero sentito da Pio XI e che i Sovietici spesso avevano voluto discutere, soprattutto nei momenti di maggiore isolamento diplomatico. Pur avendo reso noto nell’ottobre 1927 a Pacelli di «avere in animo di proporre una legge unilaterale…» tale da regolare la situazione della Chiesa cattolica in URSS, tuttavia il Governo sovietico non riesce a superare la diffidenza vaticana a causa del persistere delle persecuzioni contro la religione e i religiosi cattolici, al punto che Pio XI il 30 novembre, non a caso nel contesto dell’amnistia indetta per il decennale della Rivoluzione d’ottobre, scrive una nota in cui comunica la decisione di bloccare qualunque genere di trattativa fino alla completa liberazione dei prigionieri cattolici in territorio sovietico, minacciando anche la denuncia in pubblico delle persecuzioni. Tra i prigionieri cattolici detenuti nelle carceri sovietiche il papa cita nella nota il vescovo Sloskan, amministratore apostolico della diocesi di Mogilev, il cui arresto del 17-18 settembre era stato comunicato in Vaticano a fine mese dal sottosegretario agli Esteri Dino Grandi; dunque all’arrivo in Segreteria di Stato della comunicazione dalla Nunziatura a Berlino circa la proposta di scambio per Gramsci e Terracini Gasparri è sicuramente a conoscenza dell’arresto del vescovo Sloskan e il suo ufficio è il solo a Roma, oltre al pontefice, in grado di collegare la «trattativa vaticana» e la «trattativa maggiore», non avendo riferito al nunzio a Berlino nella comunicazione del 31 ottobre il sostanziale “No” di Suardo-Mussolini. «Insomma, Gasparri [aveva tenuto] in mano la partita» dello scambio per Gramsci e Terracini ed egli stesso la chiude quando il 16 dicembre 1927 mette la parola fine alla «trattativa maggiore», comunicando a Pacelli il contenuto della nota di Pio XI del 30 novembre con l’ordine di riferirlo a Krestinskij, come poi fatto dal nunzio il 31 dicembre durante il ricevimento del corpo diplomatico da parte di Hindenburg.

Naturalmente Gramsci, non potendo essere a conoscenza del fallimento della «trattativa maggiore», all’inizio del 1928 si illude che la «trattativa vaticana» per lui e Terracini sia ancora in piedi. Fabre spiega che questa illusione avrà delle ripercussioni durante il processo sul suo comportamento, tutto sommato remissivo e non combattivo come per lungo tempo si era sostenuto: a tal proposito tra i meriti di Fabre c’è anche quello di aver tolto quell’alone mitico che era stato volutamente costruito attorno alla figura di Gramsci, per esempio riuscendo a dimostrare che la storica frase «Voi condurrete l’Italia alla rovina e a noi comunisti spetterà di salvarla», ricordata da Togliatti in un discorso a Roma il 9 luglio 1944, in realtà non è stata mai pronunciata dall’autore dei Quaderni del carcere al termine del suo processo.

Alla fine Gramsci oltre alla beffa del fallimento del primo tentativo di scambio, da imputare soprattutto a interessi politici superiori alla sua liberazione sia da parte sovietica che vaticana e a sue errate valutazioni su una Santa Sede che ormai aveva deciso di non piegarsi più ai ricatti sovietici insiti nel sistema degli scambi, subisce pure un danno dal proprio partito, quando nella lettera di Ruggero Grieco a lui indirizzata del 10 febbraio 1928 è di fatto indicato quale dirigente del PCd’I, al pari degli altri imputati, Terracini, Scoccimarro, ecc. Il 20 febbraio 1928 la Commissione istruttoria separa il processo in due processi distinti, quello contro i capi centrali e quello contro gli interregionali, e così Gramsci, Terracini e Scoccimarro si ritrovano, anche a causa di quella lettera, imputati non semplicemente di sedizione e istigazione alla guerra civile – in pratica di propaganda sovversiva –, ma, poiché capi centrali, di cospirazione contro i poteri dello Stato con conseguente aggravamento della condanna inflitta loro dal tribunale il 4 giugno 1928.

Diversamente dalla «trattativa vaticana» il secondo tentativo di scambio alla fine consente a Gramsci di ottenere qualcosa, ossia la libertà condizionale, certamente poco rispetto all’obiettivo iniziale della liberazione, ma molto in confronto al totale fallimento del 1927-1928. Tra il 1933 e il 1934 il leader comunista cerca di mettere in pratica quello che egli stesso, dopo averlo ideato e progettato, definisce il «tentativo grande», che Fabre tratta in maniera capillare nella seconda e nella terza parte del volume ricostruendolo dettagliatamente e con le novità di personaggi finora non considerati dalla letteratura su Gramsci, sebbene importanti in queste vicende. L’appellativo «tentativo grande», utilizzato per la prima volta in una lettera che dalla prigione nel carcere di Turi l’illustre detenuto scrive l’11 febbraio 1933 a Piero Sraffa, suo collegamento con l’esterno al pari della cognata Tanja Šucht, risulta come «un’operazione piuttosto complessa» e articolata, consistente in una «parte prevalente» e in una «parte minore ma non meno importante». Mediante la «parte prevalente» Gramsci avrebbe voluto dar vita a una nuova trattativa di scambio, che sarebbe stata avanzata al Governo sovietico per parte del detenuto da due mediatori, che egli aveva individuato nei diplomatici sovietici, Platon Keržencev e Alexander Makar, di sua fiducia e in particolare il primo uomo vicino prima a Lenin e poi anche a Stalin. I due diplomatici sarebbero stati contattati direttamente dall’Ambasciata sovietica a Roma, nella quale dall’autunno del 1932 si erano insediate personalità che, per quanto loro possibile, avrebbero sostenuto la sua causa: l’ambasciatore Vladimir Potëmkin e Pavel Dneprov, «secondo segretario d’Ambasciata (con funzioni di console)» e funzionario del Commissariato agli Interni sovietico (NKVD), conosciuto da entrambe le sorelle Šucht e per il quale dal 1933 Tanja lavora come traduttrice. Infine «nella sua testa [di Gramsci] la trattativa [avrebbe comunque dovuto] passare di nuovo attraverso il Vaticano: “L’URSS dovrà agire tramite il Vaticano”», convinzione dettata principalmente sia dal contesto dell’Anno Santo straordinario dal primo aprile 1933 al lunedì di Pasqua 1934 sia dalla liberazione del vescovo Sloskan del 1933, frutto però di uno scambio tra Unione Sovietica e Lettonia senza alcuna mediazione vaticana. Fabre argomenta come i piani di Gramsci circa la «parte prevalente» si rivelino presto illusori, per la seconda volta dopo l’esperienza dell’autunno 1927: la pista vaticana non è ormai più percorribile, realtà di cui Gramsci si renderà conto solamente nel marzo 1934 quando ne parlerà alla cognata in un colloquio, e poi l’Unione Sovietica ha priorità di politica estera verso l’Italia di Mussolini, con la quale proprio nel 1933 stipula il 6 maggio due accordi commerciali e il 2 settembre un Patto di amicizia e non aggressione; data la posta in gioco né all’Ambasciata sovietica a Roma né, tantomeno, a Mosca avrebbero voluto correre il rischio di compromettere la firma di simili trattati, tanto che Potëmkin e Dneprov nemmeno cercano i diplomatici-mediatori suggeriti da Gramsci. Ciò comunque non significa che l’Ambasciata sovietica abbandoni il detenuto italiano; infatti raggiunte le buone relazioni diplomatiche cercate dall’URSS con l’Italia, già il 26 settembre 1933 Potëmkin stesso, senza passare per eventuali mediatori, scrive all’allora Segretario del Comintern Osip Pjatnickij lamentando le precarie condizioni di salute di Gramsci e proponendo l’avvio di uno scambio per liberarlo o con italiani o con sacerdoti cattolici detenuti nelle carceri sovietiche. Inizialmente a questa lettera Pjatnickij fornisce una risposta pessimista – entrambe le lettere sono riportate da Fabre in Appendice insieme ad altri importanti documenti –, ma poi la richiesta di Potëmkin si incrocia con la domanda pervenuta dall’Ambasciata italiana a Mosca di liberazione dell’anarchico Alfonso Petrini, arrestato in URSS per spionaggio e tradotto al confino politico. Questa nuova situazione avvia la vera trattativa a Mosca tra Italia e Unione Sovietica, stavolta diretta e senza alcun tipo di mediazione, condotta principalmente da Chaim Vejnberg, anch’egli come Dneprov noto a Tanja, e dall’ambasciatore Attolico, il quale nel settembre 1934 riceve dal Ministero dell’Interno a Roma un «non è il caso» sulla possibilità di scambiare Gramsci. Nella «trattativa vaticana» era stato Gasparri a tenere in mano la partita, ora, a questo punto della «parte prevalente» del «tentativo grande», Gramsci e i Sovietici devono confrontarsi con «un Mussolini micidiale giocatore»: Fabre ricostruisce in modo minuzioso il sottile gioco del Capo del Governo italiano, che accetta «lo scambio senza dare a vedere di farlo», concedendo tra il 23 e il 27 ottobre 1934, pertanto nel giro di un solo mese, al suo detenuto la libertà condizionale, a seguito dell’istanza indirizzatagli proprio da Gramsci il 24 settembre; come scrive Fabre, «di sua “spontanea” iniziativa, [dunque] facendo sapere ai Sovietici che non ci sarebbero stati mai scambi», comunque «in appoggio alla trattativa di Petrini, Mussolini [concede] la libertà condizionale all’ex Segretario comunista allo stesso modo in cui l’anno prima [nel 1933], in funzione del Patto [di amicizia e non aggressione], aveva concesso la clinica [del dottor Cusumano a Formia]».

L’aver ottenuto la libertà condizionale significa per Gramsci aver portato a buon fine la «parte minore» del suo «tentativo grande», un obiettivo raggiunto anzitutto avendo sfruttato il ricalcolo della pena da parte del Tribunale speciale effettuato ai sensi della legge sull’amnistia per il decennale della Marcia su Roma, poi avendo improntato l’istanza sulla base dell’articolo 176 del nuovo Codice penale varato nel 1930 – sarebbe stato ammesso alla «liberazione condizionale … [chi] era stato condannato a più di cinque anni di carcere, avesse insieme “scontato la metà della pena” e avesse “dato prove costanti di buona condotta”, [a patto che] “il rimanente della pena non [avesse superato] i cinque anni”» – e, infine, proprio per rientrare nei termini dell’articolo 176, avendo presentato ricorso allo stesso Tribunale speciale per ottenere una riduzione della pena. Dall’accurata e attenta ricerca condotta da Fabre emerge quanto Gramsci debba un simile risultato al ruolo non di poco conto svolto da Mariano D’Amelio, presidente della Corte di Cassazione e zio di Piero Sraffa. D’Amelio aveva potuto fare affidamento prima su Giovanni Novelli, direttore generale degli Istituti di custodia e pena al Ministero di Grazia e Giustizia, e poi su Vincenzo Balzano, procuratore del Tribunale speciale: il primo perché non aveva rigettato una prima istanza di libertà condizionale a favore di Gramsci del marzo 1933 come invece avrebbe dovuto in quanto illegale, dato che non era stata indirizzata al direttore del carcere e era stata firmata da Tanja e non dal detenuto stesso come imposto dall’articolo 191 del Regolamento carcerario; il secondo perché nel 1934 aveva incluso il periodo trascorso da Gramsci al confino a Ustica nel computo della detenzione, riuscendo così a contenere nei cinque anni la pena rimanente da scontare secondo il già citato articolo 176.

Il buon esito della «parte minore» del suo «tentativo grande» è comunque una magra consolazione per l’autore dei Quaderni del carcere, specialmente se rapportato al successo ottenuto nella fattispecie da Mussolini, che nell’aver messo Gramsci di fatto «nella stessa condizione giuridica di Petrini, libero seppur vigilato» non era caduto nella trappola dello scambio vero e proprio e nello stesso tempo aveva dato ai Sovietici «un segnale benevolo», favorevole alla liberazione di Petrini, poi espulso dall’URSS nel 1935. Per di più Mussolini «aveva congegnato la situazione in modo che Gramsci rimanesse in Italia, libero, ma non libero», infatti Fabre mette in risalto come il 14 ottobre 1934 l’ispettore Antonio Valenti avesse in primo luogo fatto firmare a Gramsci una dichiarazione in cui non avrebbe sfruttato la sua nuova condizione per fare della propaganda e in secondo luogo redatto un «verbalino [secondo il quale] la libertà condizionale era stata concessa per “ragioni umanitarie” e che “ogni altra interpretazione al provvedimento … [avrebbe indotto] le autorità a nuovi provvedimenti di maggior rigore”». Di fatto Gramsci era stato «interdetto [dal] mantenersi in corrispondenza coi propri compagni» e in questo modo Mussolini aveva ancora una volta ben giocato le sue carte: si era messo nelle condizioni di ripristinare misure restrittive al primo segnale di propaganda comunista sul provvedimento della libertà condizionale, possibilità più che realistica dati precedenti quali la pubblicazione l’8 maggio 1933 sul quotidiano del Partito Comunista Francese «l’Humanité» del referto del dottor Arcangeli «sulle disastrose condizioni di salute» di Gramsci e la crescente attività propagandistica del Soccorso rosso internazionale volta alla liberazione dei comunisti prigionieri dei regimi fascisti. Solamente due mesi dopo, alla fine del dicembre 1934, due articoli, uno de «l’Humanité» l’altro di «Azione popolare», annunciano in sostanza la notizia della libertà condizionale di Gramsci, rivelando l’accortezza delle misure prese dal Capo del Governo italiano ed eseguite da Valenti il 14 ottobre 1934. Fabre tratta quest’episodio in un intero capitolo del suo volume in modo molto approfondito, citandolo insieme a quello della pubblicazione del referto Arcangeli attraverso le parole scritte da Sraffa a Spriano in una lettera del 18 dicembre 1969: «Due disastri di prim’ordine dovuti a pubblicità intempestiva dei dirigenti [comunisti italiani] di Parigi». Dopo la lettera di Grieco del 1928 emerge anche nel contesto del «tentativo grande» un’attività dei “compagni” italiani di Gramsci che di certo non si rivela vantaggiosa per l’ex Segretario comunista, il quale tra l’altro, aveva voluto fin da subito procedere in sordina nei suoi tentativi di liberazione, contrariamente alle diffuse campagne di propaganda internazionali per altrettanto illustri detenuti, come il leader del partito comunista tedesco Thälmann, arrestato nel marzo 1933 con Hitler al potere, e Dimitrov, assolto con altri due suoi compagni bulgari al processo di Lipsia per l’incendio al Reichstag grazie sia a un’imponente campagna mediatica internazionale a suo favore sia a una magistratura tedesca non ancora del tutto asservita al partito-Stato nazista. Proprio in rapporto allo sviluppo e all’esito della vicenda di Dimitrov e dei suoi due compagni bulgari, espulsi dalla Germania nel marzo 1934 in cambio del rilascio di quattro cittadini tedeschi trattenuti in URSS a seguito di una trattativa di scambio diretta tedesco-sovietica, Fabre non solo collega la rinuncia di Gramsci alla mediazione vaticana per il suo scambio – non a caso comunicata dal detenuto a Tanja proprio nel marzo 1934 –, ma sottolinea anche le errate previsioni dell’ex Segretario comunista sulla convenienza a non provocare clamore intorno alla sua liberazione in occasione sia del processo del 1928 sia del «tentativo grande». Quest’atteggiamento perseguito da Gramsci, al pari del suo aver disobbedito alla direttiva dell’Ufficio politico del Centro Estero del PCd’I del gennaio 1933 di chiedere la libertà condizionale strettamente in termini giuridici, crea diversi imbarazzi al suo partito, già di per sé debole: all’esterno il PCd’I è stretto da una parte dalle pressioni di un comunismo internazionale insistente nel domandare un’ampia pubblicizzazione della vicenda della detenzione di Gramsci, e dall’altra dal silenzio steso e voluto dallo stesso autore dei Quaderni del carcere sui suoi tentativi di scambio; all’interno esso è diviso tra chi da una parte è ostile a Gramsci – e a riguardo Fabre approfondisce la strana ma interessante figura di Athos Lisa, costui tra l’altro a capo della sezione italiana del Soccorso Rosso nel periodo del «tentativo grande», dopo essere stato in carcere a Turi con Gramsci – e chi dall’altra, come Togliatti, cerca di difenderlo fino al punto di riuscire a mitizzarlo. Difendere Gramsci in questi anni significa salvaguardare la coerenza ideologica con Mosca della dirigenza del PCd’I, messa ripetutamente in discussione dagli effetti e dalle frequenti strumentalizzazioni della lettera che nell’ottobre 1926 l’allora Segretario del PCd’I aveva scritto a nome dell’Ufficio politico al Comitato centrale del PCUS e fermata proprio da Togliatti a Mosca prima di arrivare a destinazione, cioè a Stalin: in essa Gramsci, pur avendo schierato il partito dalla parte di Stalin, aveva comunque invitato il PCUS a restare unito, arrivando perfino «a definire “tra i nostri maestri” della Rivoluzione Trockij, Kamenev e Zinov’ev», un’affermazione che sia in piena e violenta lotta tra maggioranza stalinista e minoranza trotzskista, risolta definitivamente a favore della prima al XV Congresso del PCUS alla fine del 1927, sia successivamente avrebbe potuto esporre Gramsci e il suo partito all’accusa di deviazionismo.

Fabre in questo volume deduce e chiarisce come in fin dei conti le responsabilità del fallimento dei tentativi di scambio siano da attribuire principalmente proprio al loro stesso regista, dunque a Gramsci, autore «di errori e di considerazioni sbagliate»: «una valutazione del tutto errata dell’atteggiamento del Vaticano», la «condotta inadeguata e perfino vagamente masochista, per sé e per i compagni» al «processone» del 1928, la scelta del silenzio sulla sua vicenda, se non voluto comunque non disdegnato dai Sovietici che non avrebbero così avuto intralci alla loro politica di avvicinamento all’Italia fascista, e, infine, «una previsione errata di alcune mosse di Mussolini», che tuttavia in ultima istanza non lo avrebbe comunque liberato. Errori che Fabre denuncia essere stati volutamente ed erroneamente spesso coperti dalla storiografia, come racconta in una quarta e ultima parte de Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato, non a caso intitolata «Segreti, segreti», riferendosi principalmente alla sorte del libro Vita di Antonio Gramsci, scritto dal saggista e giornalista Giuseppe Fiori e pubblicato da Laterza nell’aprile 1966. Fiori, secondo Fabre informato a riguardo dal fratello di Gramsci Carlo, ha il merito di aver rotto pubblicamente per la prima volta il silenzio sull’esistenza di una trattativa sovietico-vaticana risalente «“all’inizio dell’anno”, il 1932» e consistente in uno scambio di prigionieri politici finalizzato a liberare Gramsci; tuttavia, nonostante i dettagli forniti tra cui i nomi dei mediatori Makar e Keržencev, il suo contributo è snobbato specialmente da Paolo Spriano, che tra il 1967 e il 1969, rispettivamente su «Rinascita» e nella sua Storia del Partito Comunista Italiano, e poi ancora nel 1977 in Gramsci in carcere e il partito accenna alla stessa trattativa non citando Fiori, bensì basandosi principalmente sulle testimonianze offertegli da Piero Sraffa. In Vita di Antonio Gramsci Fiori fa riferimento alla fase embrionale del «tentativo grande», in cui il Vaticano avrebbe avuto un ruolo in virtù della convinzione della famiglia Gramsci che in quel 1932 sarebbe stato al carcere di Turi monsignor Giuseppe Pizzardo, negli anni Venti Sostituto alla Segreteria di Stato vaticana, il quale, non avendo potuto incontrare Gramsci, gli avrebbe comunque lasciato la sua «carta da visita»; oggi, avendo ricostruito la carriera di Pizzardo, dal 1929 non più Sostituto alla Segreteria di Stato, e grazie a un’attenta e oculata analisi su tre suoi biglietti da visita – «quello forse appartenuto a Gramsci», uno del 1930 e uno del 1936, tutti e tre riportati tra le Illustrazioni inserite prima dell’Appendice – Fabre asserisce l’infondatezza di quella convinzione, presumendo invece che l’autore dei Quaderni del carcere avesse ricevuto la «carta da visita» alla Conferenza di Genova del 1922 al pari degli altri giornalisti: Gramsci era stato a Genova per conto de «l’Ordine Nuovo» e Pizzardo, lì inviato dal papa e dalla Segreteria di Stato, aveva presentato ai delegati dei vari Paesi e in particolare a quelli sovietici un memorandum papale sulla libertà religiosa in Russia e consegnato una lettera del pontefice a Čičerin, accompagnando entrambi i documenti con la propria «carta da visita».

Se da un lato Fabre riconosce a Giuseppe Fiori il merito di aver trattato per primo il «tentativo grande», dall’altro nella divulgazione della «trattativa vaticana» del 1927 attribuisce notevole importanza al ruolo svolto dall’allora Ministro degli Affari Esteri Giulio Andreotti, artefice della pubblicazione il 30 ottobre 1988 in contemporanea su «Il Tempo», sul «Piccolo» di Trieste e sulla «Nazione» di Firenze dei seguenti due documenti, appartenenti a un fascicolo – pubblicato da Andreotti stesso nel 1989 per intero su «Rivista di storia della Chiesa in Italia» – fattogli avere dal Sostituto alla Segreteria di Stato vaticana Eduardo Martinez Somalo: la minuta della lettera di Pacelli a Gasparri del primo ottobre 1927 sulla richiesta sovietica di mediazione vaticana per liberare Gramsci e Terracini in cambio della disponibilità al rilascio di due sacerdoti cattolici, e la lettera del gesuita Tacchi Venturi – uomo di contatto della Santa Sede con Mussolini – allo stesso Gasparri del 20 ottobre successivo, contenente la risposta di Suardo citata in precedenza. Come spiegato da Andreotti il 30 ottobre, ad avergli chiesto quei documenti era stato Spriano, morto il 26 settembre 1988, per confrontarli con quelli provenienti da Mosca sulla questione dello “scambio Gramsci-Terracini”, donati da Gorbaciov il 29 marzo di quell’anno al Segretario del PCI Natta in visita al Cremlino insieme a Giorgio Napolitano; sullo studio di questi ultimi Spriano si era basato per stilare L’ultima ricerca di Paolo Spriano, pubblicata il 27 ottobre 1988, cioè un mese dopo la sua morte e tre giorni prima della pubblicazione dei due documenti del “fascicolo vaticano” per opera del Ministro degli Esteri italiano. È da questi episodi avvenuti tra il marzo e l’ottobre 1988 che muove il volume di Fabre, che immediatamente getta il lettore in uno scrupoloso confronto tra le carte donate da Gorbaciov a Natta e girate da questi a Spriano col filtro del suo «traduttore di fiducia» dal russo, e il fascicolo vaticano ottenuto da Andreotti e ora conservato all’Istituto Sturzo, dal quale emergono elementi non irrilevanti che Fabre approfondisce minuziosamente: per esempio la lettera di Maggi a Bucharin del 28 settembre 1927 nella versione utilizzata da Spriano ne L’ultima ricerca presenta dei tagli e delle cancellature probabilmente volute da Natta, che Fabre riesce in parte a recuperare per mezzo del confronto con la versione della medesima lettera contenuta nel fascicolo di Andreotti.

Confrontare le fonti e incrociarle non solo tra loro ma anche con le notizie biografiche di ciascun personaggio che compare nei due tentativi di scambio per la liberazione di Gramsci rappresentano, insieme all’importanza attribuita al contesto internazionale degli anni tra le due guerre, la costante metodologica utilizzata da Fabre nel dare forma e struttura al suo volume, che è frutto di una ricerca svolta in diversi archivi: su tutti l’Archivio Centrale dello Stato, quello della Fondazione dell’Istituto Gramsci, quello Andreotti, l’Archivio Storico e Diplomatico del Ministero Affari Esteri, l’Archivio Segreto Vaticano e l’Archivio della Segreteria di Stato, Sezione per i Rapporti con gli Stati; ma anche l’Archivio di Stato di Bari, l’Archivio Canfora, l’Archivio Angelo Tasca nonché l’Archivio Statale Russo di Storia Contemporanea e quello Statale Russo di Storia socio-politica. Da segnalare come Fabre lamenti di non aver potuto accedere alla consultazione delle carte di Mariano D’Amelio e degli archivi russi del NKVD; tuttavia, proprio dalla Russia, precisamente tratto dall’Archivio Statale Russo di Storia Contemporanea, presenta un importante documento, ossia l’appunto del responsabile del Dipartimento Esteri del Comitato centrale del PCUS Anatolij Dobrynin del 25 marzo 1988 indirizzato allo stesso Comitato centrale. Riportato da Fabre in Appendice, l’appunto spiega il motivo del dono di Gorbaciov a Natta dei documenti sulla «trattativa vaticana», chiesti dalla dirigenza del PCI per difendersi dalle dure accuse sollevate da «l’Unità» stessa nel febbraio 1988 circa un Togliatti indicato «come corresponsabile dei crimini di Stalin» e circa «l’inattività del partito comunista italiano e dell’URSS a proposito della liberazione di Gramsci dal carcere». Comincia con questa querelle la gestazione più che trentennale de Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato, un contributo che senza alcun dubbio, date la sua ricchezza di contenuti e l’ingente quantità di documenti studiati, rappresenta un punto cardine negli studi sulla storia politica e sulla detenzione di Antonio Gramsci.

Dino Messina (1954), lavora dall’86 al “Corriere della Sera”, ha cominciato in cronaca di Milano e per diciannove anni nella redazione cultura, dove si è occupato principalmente di storia contemporanea. Ora cura la pagina dei commenti. Nel 1997 ha pubblicato con l’ex partigiano Rosario Bentivegna e l’ex repubblichino Carlo Mazzantini “C’eravamo tanto odiati” (Baldini & Castoldi), nel 2008 da Bompiani il libro di interviste “Salviamo la Costituzione italiana”.
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