16/5/15

Marx & Gramsci o della solitudine dell’eresiarca

Daniele Maria Pegorari   |   Data la formazione letteraria, prima che politica, del personaggio, sorprenderà di meno scorgere un’analoga traccia autobiografica nel più importante seguace italiano di Marx, Antonio Gramsci, i cui Quaderni del carcere scritti, come si sa, dal 1926 al 1937 durante la prigionia cui il pensatore viene sottoposto dalla dittatura fascista, contengono, quale unico affondo squisitamente letterario e non immediatamente legato all’articolazione della sua dottrina politica, una riflessione di esegesi dantesca: si tratta degli appunti sul canto X dell’Inferno redatti nel Quaderno 4, sulla scia di un’antica curiosità non appagata durante i corsi universitari torinesi di Letteratura italiana e Storia dell’arte, rispettivamente tenuti da Umberto Cosmo e Pietro Toesca (1), come confermerà la Lettera 253 del 20 settembre 1931, in cui Gramsci trasmette alla cognata lo schema degli appunti stesi, al fine di sottoporli proprio al giudizio del prof. Cosmo (2). La lettera è da considerarsi il terminus ante quem di gran parte delle note su Inf. X (Quaderno 4, 78-85) (3), stante l’abitudine, altrove documentata (cfr. Lettera 286 a Tania, 22 febbraio 1932), di inviare ai propri interlocutori un sommario razionale, solo dopo aver riversato sulle pagine dei Quaderni le proprie riflessioni, con tempi e modi generalmente discontinui.