4/3/15

L’uomo fordista tra economia e società | Appunti per una rilettura eretica di Gramsci

Francesco Seghezzi    |   “Sviluppare nel lavoratore al massimo grado gli atteggiamenti macchinali ed automatici, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che richiedeva una certa partecipazione attiva dell’intelligenza, della fantasia, dell’iniziativa del lavoratore e ridurre le operazioni produttive al solo aspetto fisico-macchinale». Così descriveva Antonio Gramsci il tentativo di Frederick Taylor di razionalizzazione del lavoro. Il passo è tratto dal ventiduesimo dei “Quaderni dal carcere” dal celebre titolo “Americanismo e fordismo”. Perché basarsi su un testo scritto ottant’anni fa e che compie quest’anno i quarant’anni dalla sua pubblicazione per analizzare il fordismo? Non è stato detto nulla di nuovo negli anni successivi?

Sono queste domande spontanee da porsi all’inizio di un contributo che vuole fornire i caratteri generali del lavoro fordista in una prospettiva non solo socio-economica ma anche filosofica. Perché la scelta di partire da Gramsci quindi? In primo luogo perché il filosofo sardo è il primo, in ordine cronologico, a delineare con spessore teoretico le caratteristiche del sistema fordista. Pur non avendo mai visto gli stabilimenti di produzione della celebre modello T Gramsci riesce a cogliere e sintetizzare aspetti che, nell’arco di tempo che ci volle per pubblicare il suo testo, difficilmente erano stato parimenti evidenziati. Per questa prima ragione ci sembra utile paragonarci con il suo pensiero in quanto cronologicamente originario e, come detto, teoreticamente originale.