6/11/15

Benedetto Croce & Antonio Gramsci

Benedetto Croce & Antonio Gramsci 
L’ultimo lavoro di Antonio Carlo, che in questo caso si occupa di due intellettuali, sia pure molto diversi e contrapposti tra di loro sul piano politico come Croce e Gramsci, ma influenzati entrambi dall’idealismo. Non è una tesi nuova, nonostante il recente innamoramento per il pensiero di Gramsci da parte di tanta sinistra, anche radicale, sia su scala nazionale, ma forse ancora di più a scala internazionale. E già questo ci sembra un ulteriore indicatore dello stato di salute del pensiero e del movimento comunista attuale (si parva licet).

In particolare ci è sembrato interessante mettere in relazione la produzione teorica di questi due intellettuali con il livello di sviluppo del capitalismo in Italia e le caratteristiche tanto della classe dominante quanto di quelle del proletariato. […] lo studio di Antonio Carlo è fondato su una solida e rigorosa documentazione con cui occorre confrontarsi prima di esprimere giudizi lapidari. Come al solito non sempre le sue conclusioni sono convincenti su tutti i piani, almeno per noi, e ci sembra che la sua combattiva foga prenda il sopravvento sull’argomentazione analitica.

 In questo lavoro in particolare vi è un giudizio alquanto liquidatorio su Amadeo Bordiga nei primi anni del dopoguerra, quando la direzione del neonato Partito Comunista d’Italia era diretto dalla Sinistra Comunista. In pratica l’accusa a Bordiga è di aver condiviso un repentino ritorno all’ideologia e alla politica riformista poiché avrebbe fatto passare al congresso di Roma del 1922 delle tesi sulla questione agraria e sulla questione delle cooperative ed i sindacati.

Premesso che effettivamente queste due tesi si presentavano alquanto deboli ed influenzate dal pensiero degli estensori (rispettivamente Sanna e Graziadei per le prime e Tasca e Gramsci per le seconde), ci pare che il terreno di scontro decisivo in quel congresso furono le tesi sulla tattica, queste scritte da Bordiga e Terracini, finalizzate proprio ad ostacolare una commistione con le tendenze riformiste da parte del giovane partito comunista e a tutelarne la sua indipendenza politica, organizzativa e di tattica appunto. Antonio ritiene generiche queste tesi e prive di indicazioni concrete, e questo potrebbe essere un terreno di confronto, di cui però non ci pare questa la sede opportuna. Ma egli si concentra soprattutto sulla condivisione da parte di Bordiga delle altre due tesi, dato che furono approvate dal congresso, viste quale indicatore di un brusco ritorno nell’alveo riformista, come vaticinato da Turati nel congresso di separazione dai socialisti a Livorno.

Ora Bordiga è stato incolpato nel corso degli anni di tutto ed il suo contrario, ma neppure i suoi maggiori denigratori del Partito Comunista stalinizzato degli anni ’30, che lo accusavano persino di essere un agente provocatore al servizio dei fascisti, sono arrivati a definirlo un riformista. Tra l’altro tutti gli appellativi che gli sono stati affibbiati: da settario a determinista, da astratto a dogmatico, lo stesso Bordiga li rivendicava con orgoglio e quali titoli di merito poiché egli li contrapponeva a coloro che proponevano la flessibilità, l’arricchimento, l’indeterminatezza dei principi e della teoria, per fare strame di quel bagaglio di insegnamenti che era condensato a suo avviso nel marxismo. Ma crediamo si sarebbe rivoltato nella tomba se avesse appreso di essere considerato un riformista, che era la bestia feroce contro cui ha combattuto per tutta la sua vita di militante comunista. Si può contestare l’efficacia di questa sua battaglia, considerando però il se ed il quanto si poteva fare di diverso nel contesto dato, ma imputargli una sorta di cedimento al riformismo ci pare una enormità ingenerosa.

Tra l’altro, proprio sulle tematiche delle due tesi criticate nel lavoro di Antonio Carlo, Bordiga aveva prodotto negli anni precedenti dei testi inequivocabili, dalla questione agraria a quella dei consigli e del sindacato. Infatti quando il PCI degli anni ‘70, non poté più limitarsi alla semplice denigrazione e alla calunnia, poiché una nuova generazione di storici e di militanti ricominciavano a valorizzare il vero contenuto della battaglia condotta da Bordiga, dovette produrre dei testi di storia del partito meno indecenti per giustificarne il trasformismo e le capriole del suo gruppo dirigente, si concentrò proprio sulle accuse di estremismo e di radicalismo inconcludente, a loro dire. Alcune delle critiche con cui si cercava di immunizzare le nuove generazione di militanti dalla riscoperta della figura di Bordiga, si concentravano proprio sulla sua sottovalutazione dei contadini in nome di una purezza classista e sulla radicalità del programma da egli difeso in relazione alla questione agraria. Altrettanto si è fatto sulla tematica dei consigli e del sindacato, imputando a Bordiga una sottovalutazione dei consigli (accusa paradossale per uno che aveva fondato un giornale intitolato ai Soviet) e del sindacato in nome di una primazia del partito  visto come la principale organizzazione attraverso cui si potevano esprimere gli interessi storici ed indipendenti del proletariato.

Un ultima annotazione in generale sulle ondivaghe ed a volte contrapposte critiche rivolte di volta in volta a Bordiga: l’accusa circa la sua rigidità e settarismo, peraltro abbiamo visto provocatoriamente rivendicati, mal si accompagnano con quelle che ci dipingono il giovane partito comunista come un’accozzaglia di soggetti dalle posizioni più disparate. Considerando il ruolo predominante svolto da Bordiga in questo periodo nel Partito, ne viene fuori un dirigente politico rivoluzionario molto tollerante nella sostanza verso posizioni che spesso niente avevano a che fare con la teoria marxista, benché mai sottacesse la critica cameratesca nei loro confronti.

In verità sono stati coloro che vengono presentati come icone della tolleranza e della democrazia (altro termine a ragione odiato da Bordiga), che con l’aiuto dell’internazionale in via di stalinizzazione, l’hanno prima escluso dal ruolo dirigente che aveva nel partito e nel proletariato rivoluzionario dell’epoca, attraverso manovre veramente poco edificanti e poco “democratiche”, per poi espellerlo  con ignominia dando avvio a quel processo degenerativo che, di arricchimento in arricchimento, ha fatto approdare i loro epigoni al Partito della Nazione attuale.

Le reazioni parallele: Benedetto Croce (falso liberalismo); Antonio Gramsci (falso socialismo) — Antonio Carlo
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