7/6/15

Gramsci e le origini del Risorgimento

Angelo Martino   |   I fattori internazionali e specialmente la Rivoluzione francese, stremando queste forze reazionarie e logorandole, potenziano per contraccolpo le forze nazionali in se stesse scarse e insufficienti. E’ questo il contributo più importante della Rivoluzione francese, molto difficile da valutare e definire, ma che si intuisce di peso decisivo nel dare l’avviata al moto del Risorgimento”. Con tali parole si concludono le riflessioni di Antonio Gramsci relative alle origini del Risorgimento in Italia. Gramsci, nei Quaderni dal carcere, segnatamente nel quaderno 19, si pone tale domanda: Quando si deve porre l’inizio del movimento storico che ha preso il nome di Risorgimento italiano?

Tra le due posizioni degli storici del tempo, che si raggruppavano in due correnti di pensiero, quella dell’origine autonoma del movimento nazionale italiano e quella che riteneva dipendere il movimento nazionale italiano dall’esperienza della Rivoluzione francese, Gramsci opta per quest’ultima.

Inoltre rimarca che dall’inizio della metà del Settecento si possa parlare di un inizio politico del processo di unificazione italiana, specificamente nella stagione politica delle riforme settecentesche, nel clima determinatosi nell’Europa del secolo illuminista. In tale contesto- scrive testualmente Gramsci- vanno cercate “le origini delle condizioni e dei rapporti internazionali che permetteranno all’Italia di riunirsi in nazione e alle forze nazionali di svilupparsi ed espandersi”. Mancava nei secoli precedenti un carattere prettamente politico dell’idea di unificazione la coscienza “dell’unità culturale che era esistita fra gli intellettuali italiani, almeno dal 1200” si mostrava debole per l’affermazione già di un processo di inizio risorgimentale. Lo stesso riferimento allo sviluppo di una lingua unificata “il volgare illustre di Dante”, non ha inciso su una questione che Gramsci riteneva prettamente politica. L’ indirizzo nazional-democratico di Machiavelli, che pur esprimeva un sentimento di rimpianto per l’indipendenza perduta, non costituisce, secondo Gramsci, un elemento che possa collegarsi alla volontà di iniziare un percorso politico di premessa del Risorgimento. Si rivela nel Settecento una corrente di pensiero laica che si oppone al neoguelfismo e, facendo sua la tesi dello storico Baldo Peroni, Gramsci ritrova nei patrioti di fine Settecento un’idealità volta non solo a instaurare la Repubblica, ma anche per dare all’Italia unità e indipendenza.

Scrive, infatti, testualmente Antonio Gramsci in tale “quaderno dal carcere”: Appare vero quanto il Peroni afferma, se si considera il fatto specifico, e di importanza decisiva, del primo raggruppamento di elementi politici che saranno i protagonisti del Risorgimento[…] è certo che solo dopo l’89 questo compito diventa consapevole in gruppi di cittadini disposti alla lotta e al sacrificio”.

Quindi nel Settecento per Gramsci si ha quel risveglio propriamente politico, quell’amor di patria che cessa di essere una vaga ispirazione sentimentale e letteraria, diventando pensiero politico consapevole con continuità, senza fermarsi ai più duri sacrifici.

Per un sostenitore del materialismo storico e dialettico qual era Gramsci, le forze autonome italiane dopo il Mille che porteranno all’esperienza dei Comuni e del Rinascimento costituiscono esperienze storiche che non possono ritenersi quale avvio di un vero e proprio percorso iniziale del Risorgimento italiano. Necessitava, secondo Gramsci, un rafforzamento dello Stato laico, presupposto indispensabile che solo da Settecento ebbe la sua graduale affermazione.

E’ nel Settecento che –scrive testualmente Gramsci– “si sviluppa una parte laica, anzi in opposizione al papato, che cerca di rivendicare una funzione di primato italiano e di missione italiana nel mondo indipendentemente dal Papato e dalla Chiesa romana”.

Tuttavia Gramsci riconosce alle forze cattoliche d’ispirazione liberale di essere riuscite a far sì che “lo stesso Pio IX si ponesse, sia pure per poco, nel terreno del liberalismo”.

Pur nella sua condizione di prigioniero politico, Gramsci fece appello a quanto aveva precedentemente studiato, ad articoli di giornali, di riviste e a testi di storici di allora per comunicare che politicamente non vi erano stati antecedentemente al Settecento, elementi per avvalorare la tesi di un inizio autonomo del Risorgimento prima di quel secolo, se non di natura prettamente sentimentale e letteraria.

L’inizio per Antonio Gramsci è da collegare in Italia “all’ultimo decennio del Settecento, e non soltanto in Lombardia, ma anche a Napoli, in Piemonte, in quasi tutte le regioni italiane. I patrioti che, tra l’89 e il 96 sono mandati in esilio o salgono al patibolo, hanno cospirato, oltre che per instaurare la Repubblica, anche per dare all’Italia indipendenza e unità”.

Nel prosieguo del percorso, che avrà i suoi momenti decisivi nel 1820 e nel 1848, i democratici non sapranno capitalizzare, secondo Gramsci, tale loro forza, che perderanno dopo il 1848 a vantaggio delle forze liberali, che, invece riusciranno a imporre successivamente una valenza moderata a tale percorso, per cui vi sarà una “rivoluzione senza rivoluzione”, e Gramsci enuncerà nei quaderni successivi gli “errori” del Partito d’Azione, ma il punto di vista di Gramsci è influenzato dalla visione della storia in senso materialistico-dialettico e qualche accusa, che nei suoi scritti riserverà al Partito D’Azione, è da ritenersi alquanto ingenerosa.
Bibliografia
Antonio Gramsci- Quaderni dal carcere- Quaderno 19 in L’essenziale di Antonio Gramsci- il Risorgimento e l’unità d’Italia- Donzelli-2010-
http://www.comunedipignataro.it/