27/4/15

Gramsci e la sua resistenza

Nel giorno del 77esimo anniversario della sua morte, ricordiamo uno dei più grandi pensatori del Novecento

Vittoria Montesano    |   Moriva oggi a Roma, 77 anni fa, Antonio Gramsci. All’età di 46 anni, si spegneva, perseguitato dal Fascismo e dalla malattia, in una clinica romana. A prescindere dalle sue idee politiche, oggi universalmente si riconosce in lui uno dei più grandi pensatori del Novecento. Personalità poliedrica la sua: politico, filosofo, linguista, giornalista, critico letterario. Appena due giorni fa, in occasione della festa della Liberazione, a Turi si rendeva un doveroso omaggio alla cella in cui fu ingabbiato dal Fascismo, e nella quale compose i Quaderni del carcere, vero e proprio esercizio per non cedere al torpore della vita carceraria, addestramento di sopravvivenza per tenere allenate le ali. Se il suo corpo non poteva farlo, i suoi pensieri cercavano la liberazione. Si armavano per la resistenza. Lottavano contro la censura, contro le condizioni in cui si trovava a scrivere, contro la malattia. 

Abbozzava, appuntava, pizzicava. Insinuava, indagava, sviscerava. Elaborava, sosteneva, pronunciava. A voce più o meno alta. Come poteva, dal momento che il rischio era quello di una museruola permanente, decisiva. Armato di pensiero e idee. E della consapevolezza del valore rivoluzionario della cultura.

Portava avanti così la sua resistenza:
«Cultura è la stessa cosa che la filosofia. Ciascuno di noi è un poco filosofo: lo è tanto più quanto più è uomo. Cultura, filosofia, umanità sono termini che si riducono l’uno nell’altro (…). Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque lo voglia. Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stessi il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, sforzarsi di capire ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore in modo da essere pronti, secondo le necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato».
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