1/2/15

L'interpretazione togliattiana del concetto di egemonia in Gramsci

Dedicato a chi cerca di costruire l’immagine di un Gramsci “liberale”

Franco Astengo   |   Nel gennaio del 1958 si svolse a Roma un convegno di studi gramsciani i cui atti furono poi pubblicati, qualche mese dopo dagli Editori Riuniti. Nel recentissimo volume “Palmiro Togliatti: la politica nel pensiero e nell’azione” uscito nella collana “Il pensiero occidentale” di Bompiani, compare l’intervento svolto in quell’occasione dal segretario generale del PCI sul tema “Il leninismo nel pensiero e nell’azione di A. Gramsci” (pp.1121 -1141).

Abbiamo pensato fosse di un qualche interesse riportare per intero la parte conclusiva d quell’intervento dedicata al concetto di egemonia proprio per contribuire a un dibattito che è necessario riprendere sull’identità teorica e storica del comunismo italiano contrapponendosi anche, com’è necessario, al tentativo in atto da molti anni, anche dall’interno dell’Istituto che ne prende il nome, di trasformare il grande pensatore sardo in un antesignano di una qualche “svolta liberale” magari giustificatrice, in una qualche misura, di ciò che poi è accaduto circa cinquant’anni dopo la sua morte.

Si tende, insomma, in questi tempi così difficili soprattutto per la teoria politica a ricordare come Gramsci, nella difficoltà del carcere, delle sue condizioni di salute, delle temperie storiche che stavano attraversando il mondo in quel tumultuoso periodo fosse un “comunista rivoluzionario”. Ecco, dunque di seguito la parte conclusiva dell’intervento di Togliatti:
“Vi è per Gramsci una differenza, e quale, nello sviluppo di questi concetti, tra il termine di egemonia e quello di dittatura?
Una differenza vi è, ma non di sostanza. Si può dire che il primo termine si riferisca in prevalenza ai rapporti che si stabiliscono nella società civile e quindi sia più ampio del primo.

Ma è da tener presente che per lo stesso Gramsci la differenza tra società civile e società politica è soltanto metodologica e non organica.

Ogni Stato è una dittatura, e ogni dittatura presuppone non solo il potere di una classe, ma un sistema di alleanze e di mediazioni attraverso le quali si giunge al dominio di tutto il corpo sociale e del mondo stesso della cultura, così come ogni Stato è anche un organismo educativo della società, negli obiettivi delle classi che dominano.

La società politica può però assumere una forma di estremo rigore dittatoriale, quando per i contrasti tra struttura e sovrastruttura, si crea un distacco tra la società civile e la società politica, o si apre, cioè, una delle grandi crisi rivoluzionarie della storia.

Allora “si ha una forma estrema di società politica, o per lottare contro il nuovo e conservare il traballante rinsaldandolo coercitivamente o come espressione del nuovo per spezzare la resistenza che incontra nello svilupparsi ecc.” (A. Gramsci “Quaderni del Carcere” – Note sul Machiavelli). Questa osservazione che sembra fatta di sfuggita è invece tra le più importanti.

Da un lato a essa si collega il giudizio sul carattere degli Stati borghesi, nella loro evoluzione, progresso o decadenza. Dall’altro lato essa apre la via allo studio delle diverse forme che la stessa dittatura della classe operaia assume nelle sue diverse fasi e può assumere in paesi diversi.

E’ un nuovo capitolo del leninismo che si discute, quello alla cui elaborazione completa sta oggi lavorando il movimento operaio internazionale.
Il dominio politico della classe operaia tende a creare una società non più divisa in classi ma “regolata”.

Ma cosa vuol dire una società regolata e come si giunge a essa? Occorreranno, dice Gramsci, parecchi secoli.

Questo vuol dire che la conquista del potere e la creazione dello Stato socialista non portano alla risoluzione di tutte le contraddizioni. Anche al di fuori di quelle che sono legate al carattere parziale delle prime vittorie, altre ne sorgono e devono essere risolte.

Uno dei cavalli di battaglia contro la concezione marxista del mondo e della storia era chiedere come si concilia la nostra visione dialettica della realtà con la nostra lotta per una società regolata.

Quale sviluppo dialettico ci potrà dunque essere in siffatta società?
Al che Gramsci ci insegna a rispondere che il marxismo non è dottrina di profezie, ma dottrina della realtà.

Noi conosciamo le contraddizioni del nostro mondo, che è il mondo diviso in classi e lottiamo per superare queste contraddizioni. Profezie sugli sviluppi delle società future, prive di classi, non spetta a noi farne.

Ci spetta invece conoscere e lavorare per risolvere con metodi nuovi, le contraddizioni che in questa prima fase delle società socialiste continuano a esistere.

Non poteva essere compito di Gramsci addentrarsi su questo terreno”.