14/12/14

Il ritorno del maestro | L'identità di filosofia e política: concezione di Giovanni Gentile che affascinava Gramsci

Giuseppe Bedeschi    |   Su Giovanni Gentile non è mai scesa una coltre di oblio. Recentissimo è l'ottimo libro di Luciano Mecacci, La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile (Adelphi); ed esce ora, per i tipi di Bompiani, un volume, L'attualismo (con introduzione di E. Severino), che ripropone alcune delle opere più impegnative del filosofo siciliano. Ma anche nei passati decenni sono apparsi saggi, alcuni di grande pregio, sulla figura e l'opera di Gentile (penso in primo luogo ai libri di A. Del Noce, G. Sasso, S. Romano).

Quali sono i motivi di questo continuo «ritorno» del filosofo siciliano? Un «ritorno» tanto più singolare, in quanto alcuni degli studiosi più influenti della Prima Repubblica hanno dato su Gentile un giudizio negativo, durissimo. Vale la pena di fare, a questo proposito, un paio di esempi. Uno studioso di formazione neoidealistica come Eugenio Garin scriveva nel 1955 (nelle Cronache di filosofia italiana) che purtroppo il primato della gnoseologia aveva orientato l'attualismo verso una sorta di «teologia», e quindi non l'aveva fatto gravitare sulla storia, bensì gli aveva fatto risolvere la storia nella filosofia, «ossia nel quadro vuoto del pensiero pensante, che invece di essere concretissimo diviene astrattissimo».