12/8/14

Una vertiginosa transizione | ‘Gramsci. Il sistema in movimento’ di Alberto Burgio

Marco Ambra   |   La percezione del movimento circolare di ogni cosa sprofonda, chi è preda delle vertigini, nell’apparenza visiva di una caduta prolungata, di un’accelerata discesa in un vuoto originario che allontana e allo stesso tempo non evita l’impatto con la solidità del terreno,  con un saldo mondo di fondamenta. Il concreto sentimento del tempo storico presente nei Quaderni del carcere impone al lettore contemporaneo una sensazione analoga, di smisurata vertigine e assenza di fondamenta, un’immagine di solitudine ed estraneazione dalla violenta contingenza degli anni ’30, che guarda lontano senza mai impattare con il limite del terreno.

Un Gramsci inattuale dunque, costretto a meditare il mondo dal carcere fascista per affermare il valore nella storia e nel mondo della praxis. Ma anche un Gramsci attuale, lettore della logica storica di crisi della modernità, sradicato con la forza dall’agone politico della durata, il tempo umano delle azioni e della storia, e ricollocato nella prospettiva für ewig e di lunga durata della «filologia vivente» e quindi del nostro – eterno e appiattito – presente. Al quale i suoi occhi chiari, da triste profeta, non cessano d’imprimere vertigine e movimento.

Dunque è all’insegna della vertiginosa “attualità di un inattuale” che s’inscrive l’ultimo lavoro di Alberto Burgio sul filosofo sardo, Gramsci. Il sistema in movimento (DeriveApprodi, 2014), già autore di altre due importanti studi sull’argomento (Gramsci storico. Una lettura dei “Quaderni del carcere” per Laterza nel 2003 e Per Gramsci. Crisi e potenza del moderno sempre per DeriveApprodi nel 2007) i quali sono in parte riassunti e aggiornati in questo nuovo testo.

Burgio legge l’intero corpus gramsciano, dagli scritti dell’impegno politico prima nel Partito Socialista poi nel Partito Comunista d’Italia ai Quaderni, lanciandosi in verità in poche incursioni nell’archivio epistolare, nelle contumelie con le figure di spicco del Partito fondato a Livorno, con la precisa intenzione di rinvenire in questo castello di riflessioni e invettive un sistema coerente, un grande testo aperto e in movimento che guardi al di là di quello che è stata definita il “secondo carcere” del filosofo.

L’intento di Burgio è infatti conculcare tutte le letture molecolari e aforistiche delle annotazioni presenti nei Quaderni – qualcuno direbbe “deboli” -per restituirci il ritmo di un pensiero sovrabbondante e veloce ma coerente, un sistema in movimento, in cui logica dialettica e sussulti della modernità si legano al «prodursi di nuovi elementi di fatto, del conseguente precisarsi delle categorie» (p. 199). Una ricostruzione in cui Labriola, Hegel e il Marx della Prefazione a Per la critica dell’economia politica  del 1859, riscuotono un credito più alto della tradizionale declinazione del pensiero di Gramsci nel senso di una correzione crociana del distillato marxiano.

Dicevamo che l’ordine e l’organicità dei Quaderni non escludono il movimento (interno) e la progettazione autocosciente dell’azione politica (esterna). Ma se la prima coppia è presente a tutto campo nella riflessione storica del filosofo sardo, nel tema hegelo-marxiano della «necessità storica» come categoria emergente dal rapporto di osmosi fra soggettività (la volontà autocosciente e in ciò libera della classe operaia)  e oggettività (la realtà storico-politica connessa ai rapporti di forza e ai metodi di produzione), la seconda, il rapporto tra movimento nel sistema e progettualità politica s’insinua nei gangli di un’attenta riflessione storiografica che guarda al cinquantennio 1870-1918, come a un momento tipico di ri-articolazione della modernità capitalista.

Perché per Gramsci “moderno” è sinonimo di “ambivalente”, di apertura ad un insieme di possibilità contraddittorie, espressa dai concetti di “crisi organica”, “transizione” e “rivoluzione”. La grande transizione alla modernità, iniziata con la svolta socio-economica dell’XI secolo e proseguita con il lento affermarsi della borghesia e del capitalismo, prima nella Francia della Rivoluzione e poi in modo ondivago e incompiuto negli altri paesi europei, soprattutto l’Italia liberale e la Germania bismarckiana, assume dopo la crisi del 1870 l’evidenza dell’esaurirsi della soggettività storica borghese, della capacità di innovare oltre i propri limiti l’inganno della forma di produzione capitalista.

Ma questa “crisi organica”, arrivata all’apice nelle vicende della Grande Guerra e della Rivoluzione d’Ottobre, s’incancrenisce nell’incapacità organizzativa delle masse operaie e contadine di farsi soggettività storica, con evidenti responsabilità della sinistra socialista e socialdemocratica, e nella vischiosa reattività delle classi dominanti che attraverso una riorganizzazione dei metodi di produzione (fordismo e corporativismo) e del monopolio dell’esercizio della violenza (fascismo e consenso totalitario), non produce alcun cambiamento sostanziale.

È all’interno di questa cornice storiografica che lo sguardo lucido di Gramsci si muove nella fucina filosofica del materialismo dialettico per trarne strumenti di analisi e critica del contemporaneo: dalla distinzione fra «durare» e «far epoca», alle nozioni di «egemonia» e «rivoluzione passiva», dalla categoria di «cesarismo regressivo e relativamente progressivo», alla speculazione sul ruolo del moderno Principe, il Partito comunista, come organizzazione e autorappresentazione della nuova soggettività storica, il proletariato.

Secondo Burgio, la riflessione carceraria sull’esaurirsi della fase espansiva della borghesia europea dopo il 1789, e la conseguente crisi del capitalismo come forma di vita e di produzione dopo il 1870, condurrebbe Gramsci ad estendere il quadro semantico di tutte queste categorie (far epoca, egemonia, rivoluzione passiva, cesarismo, partito) fino a individuare l’ambiguità centrale del moderno nella costruzione del consenso al potere di reprimere e impedire il decorso della “crisi organica”. Quella ambiguità che da un lato si esprime nella denuncia  dell’espansione cancerogena della politica sulla sfera sociale nel nome della “difesa della società”, come nel caso del fascismo, e dall’altro individua nel primato ideologico del discorso pubblico, e nel ruolo dei suoi manipolatori, una tensione costante a ri-privatizzare il discorso politico (pp. 211-213).

Sarebbe all’interno di questo travagliato percorso, tutto vissuto in carcere, che Gramsci elabora una delle categorie filosofiche più “sputtanate” di tutto il Novecento, quella di egemonia. Spesso tirato per la giacchetta dai maghi del marketing politico, il concetto di egemonia ci ricorda Burgio, non è solo agire comunicativo, la controparte teorica della costruzione di un dispositivo di coercizione fisica ed eteronomia ideologica, di “forza” e “consenso” al dominio dello Stato borghese o totalitario.

Si tratta ancora una volta, di un’oggettiva ambiguità, la «configurazione problematica del consenso politico» (p. 238), non più riducibile nell’epoca moderna ad una semplice questione di obbedienza e disciplinamento. Perché ogni crisi organica di egemonia, come quella che coinvolse la pavida «borghesia rurale» italiana all’indomani della Prima Guerra Mondiale, ogni tentennamento nella costruzione di un discorso politico e culturale che legittimi l’esercizio della violenza da parte delle istituzioni politiche  e la concentrazione dei mezzi di produzione e della ricchezza in una parte della società, produce uno scambio comunicativo che innesca esperienze riflessive potenzialmente critiche, apre margini all’affermarsi di nuove soggettività.

Dunque il campo dell’egemonia è anche quello più esposto alla  «prassi rovesciante» del soggetto plurale che dovrebbe organizzare e guidare la nuova grande transizione, il Partito comunista. Un margine sperimentato da Gramsci e compagni durante l’esperienza dell’Ordine Nuovo e l’occupazione delle fabbriche torinesi. Ma terminato nell’affermazione di un nuovo discorso egemonico, quello fascista, che ha nella figura del capo carismatico, uomo della provvidenza in grado di domare la pressante instabilità sociale e puntellare la traballante egemonia del blocco di potere borghese, un moderno Cesare, un caricaturale Luigi Bonaparte, attore di una funzione meramente regressiva. In questo senso anche taylorsimo e fordismo, processi di automatizzazione e generalizzazione del lavoro di fabbrica, sono carichi di quella centrifuga ambivalenza del moderno che li porta da un lato ad affermare il nucleo razionale di una nuova e più efficace forma di organizzazione della produzione e dall’altro a condividire l’irrazionalità dei progetti politici che li ispira (l’americanismo, la democrazia liberale), volti a ostruire l’emergenza della nuova soggettività storica.

Così Gramsci polemizza non tanto con gli aspetti automatici e “macchinali” del lavoro dell’operaio fordista – non cede alla retorica della disumanizzazione dell’operaio – quanto piuttosto attacca la riduzione, operata dalla catena di montaggio e dai tempi contingentati, degli aspetti intellettivi, del collegamento della mano al cervello, a operazioni meccaniche (p. 306). Si tratta di liberare la «funzione della produttività» dalla sua identificazione con la ripetitività meramente meccanica del processo taylorista.

Infine, numerose sono le pagine che Burgio dedica all’analisi gramsciana del caso italiano: dall’individuazione della categoria di “rivoluzione passiva” come carattere tipico della storia nazionale, dall’Umanesimo al fascismo, alla «sindrome della mosca cocchiera» dell’intellettualità nostrana, alla funzione regressiva del trasformismo come meccanismo parlamentare di costruzione di larghe intese ante litteram da Depretis, collaudatore della formula, a Napolitano suo attuale nume tutelare. È in questo forse il lettore troverà l’aspetto più inquietante (o consolatore) del Gramsci di Burgio, nella constatazione dell’attualità dell’analisi critica di in un paese che vive una stagione di “riforme” volte all’amputazione della rappresentanza politica, al consolidamento degli interessi del sistema castale partitico e imprenditoriale, al rafforzamento politico del ruolo del Presidente della Repubblica, verso un cesarismo regressivo. Una vertigine profondamente attuale perché legata ad una transizione iniziata con la crisi del 1870 e non ancora chiusa.