5/1/13

Síntesis / Gramsci, marxismo, socialismo

El siglo XXI debe ser, para los intelectuales revolucionarios (ver nota al final), el siglo de Antonio Gramsci. Con esto no quiero decir que el futuro de la emancipación humana dependa de adorar al pequeño-gran pensador, repitiendo partes mutiladas de sus obras como si fueran rompecabezas e incluirlo en el panteón del pensamiento revolucionario junto a Marx, Engels y Lenin y alguno más, y  colocando su cara en las banderas. No se trata de esto; se trata de todo lo contrario.

El pensamiento de Antonio Gramsci se basó fundamentalmente en  el lugar del cual el marxismo nunca debió salir: la realidad. No es relevante lo que Marx o Lenin dijeran sobre esto o lo otro, no se trata de tener exegetas de los textos "proféticos" que desentrañen el mensaje casi-evangélico de los "padres de la fe", sino de recuperar la tarea esencial que señalaba Marx en la undécima tesis

Gramsci e l’idealismo

Fabio Frosini

L’ampio saggio di Gennaro Sasso, Gramsci e l’idealismo (Appunti e considerazioni), di recente uscito sulla rivista La Cultura (2003, n. 3, pp. 351-402), presenta più di un aspetto singolare. Dedicato alla ricostruzione del rapporto di Gramsci con l’idealismo, ma in realtà quasi esclusivamente al suo rapporto con Benedetto Croce, in esso si alternano due distinti registri, rispettivamente storico-filosofico e logico-teoretico. Ad esempio, quando sostiene che il marxismo non può essere una “teoria delle contraddizioni”, perché la contraddizione è qualcosa di impensabile, Sasso adduce un argomento logico-teoretico, che richiederebbe, per la sua discussione, di definire anzitutto cosa si intenda con “contraddizione” e con “teoria”, ecc. A me interessa però considerare questo saggio in quanto studio storico-filosofico

Traducibilità dei linguaggi scientifici e filosofici

Antonio Gramsci

§ 46[1].
Nel 1921 trattando di quistioni di organizzazione Vilici scrisse e disse (press’a poco) cosi: non abbiamo saputo «tradurre» nelle lingue europee la nostra lingua[2].

§ 47[3].
È da risolvere il problema: se la traducibilità reciproca dei vari linguaggi filosofici e scientifici sia un elemento «critico» proprio di ogni concezione del mondo o solamente proprio della filosofia della prassi (in modo organico) e solo parzialmente appropriabile da altre filosofie. La traducibilità presuppone che una data fase della civiltà ha una espressione culturale «fondamentalmente» identica, anche se il linguaggio

Il Marx di Gramsci e un Croce ritradotto

Giuseppe Prestipino

A partire da una rassegna del dibattito filosofico riapertosi recentemente fra gli studiosi di Grams- ci (Cospito, Burgio, Frosini, Liguori, Del Roio, Thomas, etc.), Giuseppe Prestipino riprende in esame il tema dei rapporti Gramsci-Marx-Croce, sulla base soprattutto dei Quaderni 10, 11, 7.

Lo sforzo gramsciano di fondare una “filosofia della praxis” libera da ogni forma di determinismo meccaniscistico si appoggia su una scelta drastica all’interno delle opere di Marx: il Marx di Gramsci è quello delle Tesi su Feuerbach, della Miseria della filosofia e delle opere storiche. La definizione di

Lingua, identità, politica in Antonio Gramsci

Alessandro Carlucci

1. Nel 1919 Gramsci ha ventotto anni. È a Torino dal 1911. Fin dalla nascita ha vissuto in un contesto socioculturale dove le varietà linguistiche sarde convivevano con la lingua della tradizione letteraria che, a stento, stava gradualmente diventando lingua nazionale. Questa esperienza diretta della pluralità linguistica si è acuita da quando si trova a Torino. La lentezza con cui l’unificazione linguistica andava realizzandosi in Italia appariva in modo chiaro in una grande e moderna città industriale. Gramsci nota ben presto, avendo iniziato a lavorare come critico teatrale, che anche a Torino “il dialetto è sempre il linguaggio più proprio della maggioranza”1 e che la declamazione, “fatta in dialetto, perde una gran parte della sua retorica”2, mentre “la lingua letteraria ha bisogno di una traduzione interiore che diminuisce la spontaneità