28/12/13

Storia e storie | A proposito delle divergenze fra Gramsci e Togliatti

Antonio Di Meo  |  1. Oramai si va affermando un nuovo genere letterario: il noir di tipo storico. Il massimo esempio di esso, a livello mondiale, è Il codice da Vinci di Dan Brown. In Italia, come di consuetudine, la fantasia degli autori è ristretta a pochi argomenti, così come le tirature. Uno di questi è certamente la vicenda della coppia Antonio Gramsci – Palmiro Togliatti, ovvero del Pci delle origini. Rispetto a Dan Brown, però, negli autori italiani di questo genere si avverte chiaramente una certa inclinazione di tipo apparentemente realistico, associata a una forma di livore, spesso aggressivo, diversamente modulato, inspiegabile sia si tratti di fantasia, sia – ancor di più – si presenti l’opera come una ricerca storica documentata. Naturalmente le variazioni sul tema sono numerose. Una di queste è contenuta nel recente libro di Mauro Canali enfaticamente (e si capirà il perché) intitolato Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata. Ancora? dirà qualcuno: ancora, purtroppo ! Siccome il libro è presentato dall’autore come un libro di storia, cercherò di esaminarlo come se lo fosse. Premetto, però, che non essendo uno storico
politico-sociale contemporaneista, metterò in evidenza solo alcuni aspetti che – sia nelle intenzioni dell’autore, sia nei contesti trattati (o meno), sia nel linguaggio adoperato – mi sembra stridano con l’oggetto di cui si tratta, e, ancor più, col genere al quale si pretende che il volume appartenga, cioè la storia. A meno che, a dirla con Pascarella,

          Vedi noi?, mò noi stamo a fa’ bardoria:
          Nun ce se pensa e stamo all’osteria...
          Ma invece stamo tutti ne la storia!

A questo proposito l’inizio del libro è assai infelice, poiché dichiara che fra le sei opere importanti più recenti pubblicate sullo stesso argomento sono annoverabili anche il volume di Franco Lo Piparo (I due carceri di Gramsci) e quello di Alessandro Orsini (Gramsci e Turati. Le due sinistre), dei quali già a suo tempo si sono ampiamente dimostrati i difetti interpretativi e una certa “leggerezza” (e non nel senso di Calvino) e disinvoltura nel trattare le fonti documentarie.

2. È noto a molti storici il “paradosso del contesto”, che si può esemplificare nel seguente modo: stando rigorosamente agli scritti di Cristoforo Colombo e dei suoi contemporanei, non si potrebbe mai venire a sapere che il celebre navigatore avesse scoperto un nuovo continente (ovviamente dal punto di vista di noi europei) ! Ciò vuol dire che, per scoprire una verità storica, è utile collocarsi – e in maniera “disinteressata” – su differenti livelli di osservazione, meno limitati e meno partigiani rispetto ai fatti e ai personaggi dei quali si vuole ricostruire in maniera attendibile svolgimenti e ruoli. Se è vero che il passato portato alla luce dalla storia è comunque sempre un “presente” ricostruito secondo le pulsioni intellettuali di un’epoca, tuttavia, come sosteneva una storica della scienza dei primi del Novecento, la brava e sfortunata Hélène Metzger, morta nel campo di Auschwitz, il primo dovere metodologico dello storico è quello di “farsi contemporaneo degli autori di cui si parla”. “Farsi contemporaneo” di Gramsci, Togliatti, del Pcd’I, dell’Internazionale comunista (IC) , degli anni Trenta-Quaranta ecc. vuol dire innanzitutto riferirsi a istituzioni e personalità che si erano venute a trovare nella situazione più dura e difficile della loro storia politica e personale, nella quale, cioè, il mantenersi coerenti con la propria scelta di vita e ideale comportava non pochi pericoli. A questo sforzo di comprensione, che appartiene allo stile equanime che dovrebbe essere proprio dello storico, andrebbe associato un esprit de finesse senza il quale una ricerca storica rischia di diventare un tribunale, oppure perfino una clava. L’assenza di questo “farsi contemporaneo” produce conseguenze serie: sarebbe stato un “bel gesto” se Piero Sraffa avesse continuamente dichiarato cosa pensasse, quale fosse il suo ruolo nella vicenda che riguardava Gramsci in carcere o avesse lasciato dietro di se tracce documentarie le più disparate, per la gioia degli storici futuri: ma ciò vuol dire non rendersi conto esattamente cosa volesse dire dichiararsi comunisti, ed agire come tali, nell’Europa degli anni Trenta-Quaranta (-Cinquanta) del Novecento, anche nello stesso Regno Unito, in cui molti membri della élite britannica simpatizzavano col fascismo italiano, la stessa élite che aveva impedito ogni aiuto alla Repubblica spagnola da parte dei (pochi) paesi democratici europei. Soprattutto, poi, se si trattava di uno straniero di una nazione che sarebbe stata nemica nel successivo conflitto mondiale, per di più membro di un partito che lo stesso Canali in altre occasioni ha mostrato essere infiltrabile a ogni livello da informatori o avventurieri. La posta in gioco di eventuali errori dei militanti dell’epoca è abbastanza nota.

Dunque: tutti coloro che sceglievano di far parte del campo antifascista, soprattutto i comunisti, ben sapevano i rischi ai quali andavano incontro e quale vita avrebbero condotto. Anche Gramsci, come è noto, lo sapeva e si è comportato di conseguenza. Del resto l’essere in prigione non scioglieva nessun militante dall’osservanza di regole e comportamenti stabiliti da chi era in grado di prendere decisioni a riguardo. Egli, peraltro, aveva un ruolo particolare: era il capo del partito. Ora credo sia utile chiedersi cosa possa accadere a un partito perseguitato, clandestino, con i suoi maggiori dirigenti arrestati e condannati (soprattutto nel 1928 e nel 1930 anche grazie alle spie), quando il suo segretario non è in condizione di operare e gran parte dei dirigenti operativi sono all’estero (Parigi, Mosca, soprattutto). Inoltre quando questo partito fa parte in maniera gerarchicamente subordinata di una organizzazione mondiale – l’Internazionale Comunista – nella quale diventava sempre più preponderante il ruolo del partito russo e in particolare di Stalin e che divenne sempre più una istituzione burocratica e vincolante per ogni partito affiliato e per ogni militante.

Gramsci in carcere, dunque, era il segretario di un partito politico e quindi oggetto di iniziative politiche pubbliche che non era possibile evitare. Si poteva non citarlo nelle manifestazioni a favore dei perseguitati dal fascismo? Dunque nei confronti di un militante e dirigente politico prigioniero un partito agisce innanzitutto politicamente, non solo ai fini di un trattamento umanitario da parte degli oppressori nei suoi confronti, ma anche di quelli relativi alla causa che il partito aveva deciso di abbracciare. Ciò valeva (vale) per ogni militante, a maggior ragione per il capo del partito.

In molte ricostruzioni storiche su questo argomento, e soprattutto in quella di Canali, le vicende vengono descritte all’insegna dello schema amico-nemico o, più banalmente, buoni-cattivi, con una attribuzione aprioristica dei ruoli. Di qui l’incomprensione di buona parte degli eventi che Canali tenta di interpretare:
- Togliatti sostiene che la campagna del 1933 per la liberazione di Gramsci, conseguente alla pubblicazione del certificato medico del dott. Arcangeli sull’Humanité, era stata politicamente positiva? Allora vuol dire che egli è cinicamente indifferente alla situazione carceraria di Gramsci. Certo l’iniziativa fu maldestra e probabilmente fece fallire il tentativo della famiglia Sraffa di andare in soccorso del prigioniero: ma di qui a dire che fu volontariamente messa in atto allo scopo di provocare questo fallimento ce ne corre !
- Togliatti chiede a Dimitrov che le ceneri di Gramsci vengano portate a Mosca solo se gli si rendono gli onori dovuti a un capo di partito caduto nella lotta contro il nemico principale? Magari per dimostrare che non vi era stato nessun sospetto da parte dell’IC nei suoi confronti? Per Canali, invece, ciò voleva dire porre “condizioni inaccettabili” per far sì che non giungesse mai a Mosca “l’ingombrante” spoglia di Gramsci, onde evitare che si riproponesse il problema del suo lascito letterario: ma si è in grado di immaginare cosa sarebbe successo al già pericolante gruppo dirigente del Pci e a Togliatti medesimo (come lo stesso Canali certifica), se si fosse avuto un trasferimento delle ceneri di Gramsci a Mosca, per così dire, “alla chetichella”?
- Il lascito letterario di Gramsci viene affidato a Togliatti da Dimitrov: invece di chiedersi il perché, - se questi diffidava di lui proprio a causa dei suoi rapporti negativi con Gramsci e con la famiglia Schucht.
- Canali invece interpreta la vicenda motivandola con la volontà di Togliatti di nascondere il duro conflitto con il prigioniero e, successivamente, di gestire in proprio, cioè per proprio tornaconto, l’eredità culturale di questi.
Sarebbe interessante la risposta di Canali al quesito seguente: se gli Schucht o Stalin o i dirigenti dell’IC fossero venuti in possesso degli scritti gramsciani pensa lo storico che ora staremmo a discuterne? In realtà, per dar vita a un Togliatti “occultatore” del “vero” pensiero di Gramsci è stata necessaria la superba invenzione – stravagante e filologicamente molto fantasiosa – di un “Quaderno mancante”. Senza Togliatti, in realtà, sarebbero mancati tutti i 33 Quaderni ora a nostra disposizione! Così come sarebbero mancate le lettere di Gramsci e dei suoi corrispondenti, comprese quelle che rivelano il suo forte contrasto con Togliatti ! Così come non ci sarebbe stato a Roma – dal 1950 – un Istituto Gramsci creato allo scopo di curare e diffondere l’eredità culturale e umana del dirigente e pensatore comunista. Né ci sarebbe ora in via di pubblicazione – sollecitata e messa in cantiere già da tempo dal più “togliattiano” dei dirigenti dell’Istituto – la pubblicazione della Edizione nazionale delle opere di Antonio Gramsci e l’aggiornamento continuo della ormai sterminata Bibliografia gramsciana, a testimonianza di come sia stato difficile impedire lo studio del pensiero di Gramsci !

3. Uno degli aspetti più strabilianti della ricostruzione di Canali consiste nel sostenere che Togliatti avesse bisogno di – diciamo così – ‘farsi bello’ e darsi importanza presentandosi come un politico e pensatore in diretta continuità con l’elaborazione di Gramsci: un po’ per ricavarne un prestigio personale che evidentemente si ritiene gli mancasse; un po’ per catturare il consenso degli sprovveduti intellettuali italiani (non è presente, ma sembra implicito, l’uso a questo riguardo del concetto di “portare il cervello all’ammasso”); infine, per utilizzare le categorie teoriche e storiografiche gramsciane per fondare la “via italiana al socialismo”, che da solo – o insieme agli altri dirigenti e intellettuali del Pci – Togliatti non sarebbe stato in grado di elaborare. In realtà le cose stanno nel senso opposto: la vera strategia di Togliatti è consistita piuttosto nell’impegnare il suo grande prestigio di dirigente del movimento comunista internazionale per far accettare step by step il pensiero di Gramsci a un partito che in gran parte – e per motivi comprensibili (clandestinità, prigione, esilio, lotta armata in Spagna, in Francia e in Italia, ecc.) – era in possesso di tutt’altre categorie mentali e interpretative, spesso segnate dallo stalinismo, dall’ideologia del “marxismo-leninismo”. Inoltre va segnalato a Canali che, proprio riflettendo sulle vicende della Spagna, Togliatti sviluppa un ripensamento sui rapporti fra proletariato e democrazia. È una vera e propria leggenda, inoltre, l’idea che il Pci dal Congresso di Lione in poi fosse tutto gramsciano e poi, grazie alla disponibilità al cedimento di Togliatti, tutto perfidamente e cinicamente togliattiano!

Tuttavia rimane l’impressione che i pareri di Canali (e di altri) sulla prima edizione delle Lettere e dei Quaderni (1947-1948), tengano in scarsa considerazione alcuni aspetti importanti della loro storia editoriale concreta:
1) La gran parte delle persone coinvolte in una eventuale pubblicazione completa dei documenti, all’epoca era ancora vivente(compresi i membri della famiglia di Gramsci, residenti a Mosca, ancora in regime staliniano: il figlio Delio, per esempio, era un ufficiale della marina sovietica e insegnante dell’Accademia militare navale; per di più a Mosca e a Praga, vi erano anche comunisti italiani delle prime emigrazioni o partigiani perseguitati in Italia dopo il 1948) quindi, in ogni caso, una questione di riservatezza e di prudenza si poneva;
2) La funzione della prima edizione dei Quaderni aveva uno scopo anche didattico, richiedente quindi un qualche ordinamento secondo un criterio “razionale” che ne facilitasse la lettura, in grado cioè di consentire a un pubblico ampio di lettori – tenuto all’oscuro (durante il fascismo) delle notizie, delle vicende, dei personaggi di cui spesso si trattava e dei dibattiti politici e filosofici (compresi quelli nell’ambito del marxismo) degli anni Trenta;
3) La raccolta dei documenti relativi a queste opere non è stata repentina ma ha richiesto del tempo, dato che non tutti (malgrado l’affermazione di Canali in questo senso) erano in possesso di Togliatti, del Pci o di alcuni suoi dirigenti: io stesso, nel 1974, ho avuto la ventura di recuperare 4 lettere inedite di Gramsci: una a Clara Passarge (30/11, 1926) e le altre tre a Tania (19/1, 20/1, 3/3, 1927) (vedi A. Di Meo, Quattro lettere inedite di Gramsci dal carcere. Da Palermo, Ustica e Milano (1926-27), Rinascita, 47 (1974), 26-27).
In sostanza, credo ci sia stato (e ci sia) un eccesso di luoghi comuni intorno al reperimento e agli usi delle fonti primarie che riguardano Gramsci, il che non esclude e non ha escluso prudenze, reticenze, rimozioni (soprattutto sulle tragiche vicende di alcuni comunisti e antifascisti emigrati in URSS), proprio nel momento in cui veniva avviata una vera e propria politica di innervamento del suo pensiero nella cultura italiana, tanto più in un periodo che vedeva la rottura delle forze politiche e culturali antifasciste e un ritorno a politiche di duro e anche drammatico scontro – in Italia e nel resto del mondo – fra i soggetti politici e statali della precedente Alleanza antifascista.

Chiedo: è possibile ritenere che Togliatti potesse far pubblicare le lettere nelle quali sarebbe emerso – lui vivente e viventi Stalin, gli Schucht-Gramsci, Grieco, ecc. – che Gramsci sospettava di lui, di Grieco, e di tutti gli “amici italiani”? E fra questi alcuni che non erano - propriamente parlando - “amici” di Togliatti? Che il dissenso di Gramsci con l’Internazionale comunista (e quindi con Stalin) era politicamente profondo, e lo era anche teoricamente poiché coinvolgeva nella critica non solo Bucharin o Trotckij (e fin qui sarebbe andata bene) ma lo stesso Lenin materialista e dialettico? Per non parlare delle note critiche al “centralismo burocratico” il cui referente non è difficile da cogliere?

Non era possibile, poiché quelle carte potevano essere adoperate non dagli storici professionisti ma come strumento di lotta politica interna ed esterna al partito: succede ancora adesso che il Pci non c’è più, figuriamoci prima ! Ebbene, malgrado tutto, questi ultimi interventi gramsciani dei Quaderni furono pubblicati nel 1948 ! Comunque proprio il Pci e l’Istituto Gramsci resero note – dopo la scomparsa di Togliatti, ma da lui inizialmente preparate – altre carte significative su questi argomenti, e via via fino ai giorni nostri. La metafora adoperata da Canali su Togliatti “archivista” è vera e falsa allo stesso tempo: vera, perché in effetti ebbe la custodia e la gestione di gran parte dei materiali di cui qui si tratta; falsa, perché – conoscendo bene i contenuti di questi – aveva una sicura conoscenza politica e culturale del contesto in cui sarebbero stati letti e da chi, e con quali conseguenze.

Mi sembra che si inclini a gettare uno sguardo sempre negativo su tutta la questione, ovvero: piuttosto che valutare in maniera complessivamente positiva la continua messa a disposizione dei documenti, si rileva sempre puntigliosamente e talvolta con astio il fatto che essa non sia stata istantanea: la qual cosa non avviene in nessun caso per archivi personali o collettivi che richiedano forme di riservatezza, che non sono strumentali alla occultazione interessata di documenti. Tanto è vero che la stessa attenzione, altrettanto severa, non si riscontra nei confronti di altri partiti o di altri importanti pensatori e leader politici.

4. Le differenze e i contrasti fra Gramsci e Togliatti – a partire dal 1926 – si faranno profondi, drammatici e amari. È evidente dai documenti che Gramsci abbia sospettato di Togliatti in relazione alla lettera di Grieco del 1928. Ma perché assumere – da parte di studiosi molto sottili su altri argomenti – che i sospetti di Gramsci o delle sorelle Schucht fossero totalmente fondati? E da questa assunzione, un po’ precipitosa, organizzare poi la loro ricerca? Perché Canali, da storico qual è, non ha provato – per ipotesi – a mettere in dubbio la fondatezza dei sospetti di Gramsci e tentare di orientare la sua osservazione dei fatti in altro modo? Ovvero, per esempio, che la “famigerata lettera” del 1928 poteva essere conseguente a quella dell’esecutivo del Pcd’I del 1926, e con la quale si voleva mettere al corrente tre dei principali dirigenti del partito, fra cui il segretario generale, come stavano le cose e che non era più il caso di opporsi alla situazione venutasi a creare nel partito russo e nella Internazionale? Che forse c’era stata veramente una lagnanza di Terracini (riferita dalla moglie) per non essere stati più contattati? La lettera era un tentativo maldestro e negativo per l’esito del processo? È probabile, perché le linee di difesa degli imputati consistevano nel negare il loro vero ruolo nell’organizzazione comunista, anche se è difficile pensare che il tribunale speciale non sapesse chi fossero e quali ruoli ricoprissero. Perché, chiedo, è più attendibile la dichiarazione del giudice Macis che favorisce i sospetti di Gramsci? Fino ad arrivare a pensare che le accuse e le diffidenze delle sorelle Schucht, della Blagoeva e dei comunisti spagnoli nei confronti di Togliatti fossero fondate? Perché Terracini non dette lo stesso peso politico e psicologico alla lettera di Grieco, dato, tra l’altro, che aveva ricevuto la pena maggiore dal tribunale speciale? E come mai Sraffa era convinto che i sospetti di Gramsci (suscitati in lui dal giudice Macis) fossero infondati?

È certo, comunque, che a far divergere Gramsci e il partito italiano – oltre alle linee politiche e all’analisi sulla fase storica – era anche la diversa percezione dello status del prigioniero: questi – a me pare – continuava a tenere in carcere la linea praticata nel tribunale; il partito, invece, lo considerava soprattutto un prigioniero politico, anzi il più importante prigioniero politico presente nelle carceri dell’Italia fascista, e, come tale, necessariamente oggetto di interventi esterni che rispondevano piuttosto alle esigenze – giuste o sbagliate che fossero – della lotta antifascista più in generale. Gramsci desiderava che non si intraprendessero iniziative che lo riguardavano senza che potesse essere lui a deciderle; mentre il partito agiva – come poteva, talvolta in maniera approssimativa – secondo le (difficili) situazioni del momento. Da questa forte dissonanza credo si siano generate alcune delle incomprensioni di cui stiamo trattando. Quanto detto non vuole escludere o sottovalutare nulla; neppure gli atteggiamenti ostili a Gramsci: anzi essi sono ben accertati. Ma questi non possono far escludere dall’analisi gli aspetti che ho segnalato. Gramsci aveva rischiato di essere messo al bando, come Tresso, Leonetti, e Ravazzoli, dissentendo dalla linea “crollista” dell’Internazionale comunista? Probabilmente si, anche se è difficile affermarlo con certezza e anche se proprio Togliatti ha cercato di mettere al riparo Gramsci e la sua famiglia da tutti i pericoli derivabili dalla sua ormai nota “eterodossia”.

5. Nel libro di Canali si accusa – ancora una volta – una cosiddetta “storiografia comunista” di aver lavorato sostanzialmente con finalità extra-scientifiche. A chi si riferisce esattamente? Bisogna distinguere la storia degli storici dall’immaginario storico diffuso, non sistematico, prodotto e alimentato da storie raccontate e tramandate in molti modi (discorsi, articoli di giornali, memorie, racconti orali o scritti, opuscoli di propaganda, trasmissioni televisive, lezioni nelle scuole di partito e non, celebrazioni, commemorazioni funebri, ecc.), talvolta anche dagli stessi protagonisti o da persone prossime e in qualche modo interessate alla ricostruzione delle vicende di questi. Per quanto riguarda la storia degli storici, penso che una “storia tendenziosa” del Pci non solo non sia esistita, ma in gran parte è stato lo stesso gruppo dirigente di quel partito a non volere che esistesse: contrariamente ad altre esperienze nell’ambito del movimento comunista (anche europeo). Il Pci, infatti, si è sempre rifiutato di promuovere una storia ufficiale, approvata o autorizzata. Magari sono stati gli stessi dirigenti di alto livello ad esporsi nelle ricostruzioni e nella fornitura dei documenti (Togliatti, Amendola, Longo, Secchia, e molti altri) e a cercare di offrire agli storici un loro punto di vista. Anzi, direi che è esistita ai vari livelli dei dirigenti del Pci, una vera e propria diffusa passione storiografica e memorialistica (quasi fino al compiacimento intellettuale). La stessa opera di Paolo Spriano, che oggi passa – nell’opinione di alcuni – per apologetica nella ricostruzione storica delle vicende del Pci, non è una storia “ufficiale”, sia per l’editore scelto (Einaudi) e sia per la libertà con la quale l’autore si è mosso: e comunque è stata sempre considerata una storia secondo Spriano. Di sicuro, essa ha riscosso all’epoca simpatie da parte di molti dirigenti del Pci, di cui lo storico stesso faceva parte (ma ne facevano parte anche Gastone Manacorda, Giuliano Procacci, Ernesto Ragionieri, Rosario Villari, Renato Zangheri, ecc.) per non parlare di altri non dirigenti (Luciano Canfora, Giorgio Mori, Enzo Santarelli, per citarne solo alcuni).

Tuttavia, non mancarono da parte del Pci prudenze, reticenze e non piena disponibilità ad offrire tutti i documenti necessari all’impresa. Non tutto, dunque, è stato lineare, nei rapporti fra Pci e storici, ma non risulta essi abbiano ricevuto – comunisti o meno che fossero – indicazioni vincolanti nel campo della loro ricerca. Le opere scritte dagli storici “comunisti” possono piacere o meno, ma devono essere discusse nei modi e negli stili della comunità scientifica di appartenenza.

Tuttavia, come si è detto, è esistita una mentalità storica diffusa legata alla vita culturale e politica dei comunisti italiani. Non c’è dubbio, infatti, che le vicende di Gramsci (martire antifascista), e poi di Togliatti e dei dirigenti più in vista del Pci; la partecipazione di alcuni di questi alla difesa della Repubblica spagnola o alla Guerra di liberazione nazionale in Italia, con tratti addirittura di leggenda, abbiano dato vita a un immaginario storico che ha prodotto molte convinzioni, fondate e meno fondate, su eventi, personaggi e realtà che erano molto più complicati, come la storia degli storici è venuta scoprendo nel tempo. Il vero problema è che la storia specialistica opera non in un vuoto di pensieri storici, che si potrebbero definire di senso comune, ma in un pieno di conoscenze storiche acquisite nei modi sopra accennati, e spesso più saldamente radicate nelle menti delle persone di quelle ricavate dalle ricerche specialistiche, soprattutto in quelle dei militanti di un qualche movimento storicamente significativo. Tralasciando gli aspetti più profondi dei convincimenti più diffusi, talvolta inconsciamente, nelle mentalità e nei miti popolari, di sicuro gli appartenenti a organizzazioni politiche e sociali di massa, di quelle culturali in senso stretto, di quelle religiose, ecc., o anche di qualsiasi comunità operativa nel mondo sociale, della produzione, comprese quelle scientifiche o istituzionali, possiedono - e non potrebbe essere altrimenti - una (seppure talvolta minima e disgregata) consapevolezza storica relativa all’organizzazione alla quale appartengono. La storia degli storici, quindi, spesso è costretta a entrare in attrito con la storia diffusa, per non parlare della storia scritta da intellettuali e costruita ad hoc per fini estrinseci rispetto alla ricerca “disinteressata” e anche alla formazione dei miti storiografici.

La funzione della storia dei non-storici penso abbia innanzitutto una funzione identitaria: come la bandiera, l’inno nazionale o di un partito o di un movimento, come il canto liturgico, la lingua, ecc. Spesso essa si richiama al mito di fondazione del gruppo sociale o della istituzione coinvolti: dall’azienda, alla squadra di calcio, al partito, alla nazione. Se si tiene ben distinta la storia degli storici dalle altre, la storia diffusa può anche avere una funzione positiva: quando celebriamo il 25 aprile sappiamo bene che la Resistenza non è stata una epopea solo esaltante, anche per gli stessi protagonisti, tuttavia il significato generale di questa data ci consente di considerare “sacra”, comunque, la sua memoria.

Nel caso specifico di Gramsci è stata una costante linea di condotta del Pci il non trasformare il suo pensiero in “gramscismo”, cioè in ideologia ufficiale di partito, una variante italiana del “marxismo-leninismo”. Quel pensiero – anche nella visione togliattiana e tanto più in quella successiva del comunismo italiano – apparteneva alla cultura del nostro paese e a quella mondiale, a tutti coloro che erano interessati a studiarlo e a utilizzarlo. Ciò non vuol dire che gli studiosi o politici comunisti non potessero o volessero avere un loro punto di vista su di esso. Tanto è vero che le sue opere sono state fatte pubblicare sin dall’inizio dall’editore Einaudi e le iniziative di studio (convegni periodici, seminari, incontri, ecc.) dall’Istituto Gramsci che, dal 1982, è diventata una Fondazione autonoma. A queste hanno partecipato studiosi di vario orientamento, italiani e stranieri, senza la pretesa da parte di qualcuno di possedere interpretazioni migliori di altre. La riedizione ampliata del Gramsci conteso di Guido Liguori mi pare descriva bene la varietà delle interpretazioni e talvolta la loro non sovrapposizione. Da parte del Pci, inoltre, si è sempre affermato che la sua politica poteva richiamarsi al pensiero di Gramsci, ma non esclusivamente e non necessariamente, dato, oltretutto, che la situazione concreta del Secondo dopoguerra era molto diversa – per molti riguardi – rispetto a quella nella quale Gramsci aveva operato. Del resto molti dirigenti-intellettuali e intellettuali del Pci o ad esso vicini avevano un rapporto col pensiero gramsciano rispettoso ma spesso fortemente discordante, sia dal punto di vista “filosofico”, che da quello dell’analisi storico-politica sull’Italia o sul resto del mondo. Gli esempi, a questo riguardo potrebbero essere molti: la documentazione esiste ed è abbondante, basterebbe volerla vedere e prenderla seriamente in considerazione.

Infine, ci si potrebbe chiedere come mai uno storico come Canali metta così tranquillamente a repentaglio la sua deontologia scientifica per dare corpo a una sua “passione” così evidente. Ma su questo conviene ritornare in altro momento.





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