4/12/13

Il tempo di Gramsci e dei comunisti | Incontro con Gianni Fresu

Foto: Gianni Fresu
Che la sinistra cosiddetta radicale sia in estrema difficoltà e stia  annaspando per non affogare del tutto, è fuor d’ogni dubbio. E’ altrettanto vero che all’indomani di ogni sconfitta subita dai comunisti, c’è sempre un vivace fermento, all’interno di essi e delle loro organizzazioni, per cercare di analizzare   e capire, produrre e organizzare. E, magari, tentare di unire.

Questo è quello che si propone il manifesto “Cominciadesso” e questo è quello che auspica Gianni Fresu, storico dell’Università di Cagliari, reduce dalla ”Ghilarza Summer School – seminario internazionale di studi gramsciani” che prova a tracciare una linea, un pungolo per Rifondazione e Comunisti italiani che trovino «quel coraggio che è mancato per  la Federazione della Sinistra».

Un coraggio che ha fatto in modo di vedere un’unità praticata tra le due organizzazioni comuniste, ma sciolta per tatticismi di alleanza ed elettoralistici. A partire da Gramsci,
dunque, si sviluppa la conversazione con Gianni Fresu.
Lei è reduce di una due giorni a Ghilarza in cui si è dibattuto su Gramsci a tutto tondo, che significato ha discuterne ora nel 2013?
Ha un significato enorme perché, per un verso, assistiamo ad un interesse internazionale verso le sue categorie fondamentali – e la sua opera in generale – veramente sorprendente: siamo in una fase storica nella quale negli Stati Uniti, in Messico, in Brasile, in India, in Inghilterra, in Giappone, c’è un fiorire di studi specialistici su Antonio Gramsci che stanno portando a nuove edizioni delle sue opere e a diversi lavori monografici a lui dedicati.

In particolare il nesso concettuale subalterno/egemonico è oggetto di indagini scientifiche tese a comprendere la storia dell’esperienza coloniale e le ripercussioni economiche, sociali e culturali sul presente della sua eredità.

Il punto dal quale partire è l’attualità delle categorie di Antonio Gramsci, così, ad esempio la categoria egemonica, ossia l’idea che lo Stato non si riassuma esclusivamente nella sua funzione coattiva (Leggi, tribunali e polizia), ma regga il suo potere su una serie molto complessa di articolazioni in cui si sostanzia l’apparato dell’egemonia civile delle classi dominanti, è molto più attuale oggi di quanto non lo fosse settanta o ottanta anni fa.

A questo interesse internazionale, legato all’attualità delle sue categorie, fa da contraltare il livello per molti versi scadente dell’attenzione di mondo della cultura, politica e giornalismo in Italia verso Gramsci, totalmente concentrato su un approccio scandalistico e perennemente alla rincorsa o di ipotetici quaderni mancanti, complotti, sempre all’affannosa ricerca di fantomatiche prove della sua conversione in punto di morte.

A fronte di un’apertura e di un’attenzione internazionale sui contenuti e le categorie di Gramsci, in Italia c’è un interesse morboso verso un retroscena che…
…Più retroscena e gossip che teoria…
Esattamente, scandalismo puro, direi.

Così in Italia a catturare l’attenzione delle grandi testate sono sovente pubblicazioni di scadentissimo livello scientifico, assolutamente incapaci a documentare una sola delle affermazioni sostenute, tra tutte quella secondo cui il responsabile di tutto il dramma umano e politico di Gramsci sarebbe Palmiro Togliatti. Per tutta una vulgata che va dal ’Corriere della Sera’ in giù Il vero carceriere di Gramsci sarebbe stato “Il migliore” e il PCI, non Mussolini  e il fascismo.
Ora che i comunisti sono fuori dal parlamento, ritiene che essi debbano rifare propri alcuni punti del pensiero gramsciano?
Se vogliono avere qualche speranza, dobbiamo anzitutto affrontare i nostri problemi politico-organizzativi. In questi anni abbiamo scontato un difetto strutturale macroscopico, articolandoci, in ultima analisi, come tutti gli altri partiti esistenti in Italia, con forme di direzione politica carismatiche nelle quali le modalità di selezione dei gruppi dirigenti e istituzionale avveniva per cooptazione e in alcuni casi per clonazione del “leader” di turno, rapporti ovviamente fiduciari, militari oserei dire, più che politici. Alla luce di tutto questo, le relazioni tra capi, quadri intermedi resto del partito (base e simpatizzanti) ha assunto connotati plebiscitari, burocratici, tutt’altro che democratici, in ragone dei quali la base del partito (congressuale o elettorale) si riduceva a essere pura e semplice “massa di manovra” per i gruppi dirigenti. L’esperienza storica del bertinottismo è stato tutto ciò in maniera esemplare.

Ecco, tornando alla domanda, la questione del rapporto dirigenti diretti nelle organizzazioni del movimento operaio e delle classi subalterne è centrale per Gramsci in tutta la sua attività politica e opera teorica, alla luce della prospettva dell’intellettuale collettivo, della direzione dell’elaborazione diffusa.

E poi c’è, oltre a questo, la questione fondamentale degli strumenti di analisi: Gramsci si pone il problema di analizzare cos’è una società a capitalismo avanzato, quali sono i suoi strumenti di egemonia e dominio, quant’è complesso l’assetto di potere di una classe. Mi sembra che oggi siamo molto distanti dall’addentrarci in tutto ciò, mentre preferiamo farci assorbire dalle piccole “bagatelle” della politica quotidiana con le sue miserie. Sembra che tutto il nostro universo si racchiuda nei comunicati stampa, attraverso cui rincorriamo una realtà dalla quale siamo esclusi e dunque non riusciamo a comprendere.

In una fase in cui i comunisti stentano a comprendere quello che gli sta capitando attorno, e questo è dimostrato dalla nostra marginalità, quegli strumenti analitici sono assolutamente attuali e validi.

Se teniamo conto del panorama politico di oggi sono invece drammatcamente inattuali, nel senso che in Italia non c’è nessuna forza politica capace di assumerne organicamente l’eredità e farne la propria bussola di orientamento; tali strumenti sono attuali perché, invece, ci parlano della società d’oggi molto più di quanto lo facessero settanta anni fa.
Quindi un’organizzazione burocratico-verticistica anziché popolare e di quadri?
Il punto è che Gramsci poneva il problema dell’autonomia delle classi subalterne , quindi il fatto che esse fossero in grado di produrre i propri intellettuali, evitando la delega passiva agli “specialisti della politica”.

Il punto non era creare “nuovi mandarini” che si separassero dal mondo del lavoro per diventarne dirigenti, semmai portare lì la direzione politica, in un nuovo rapporto tra attività manuale e intellettuale capace di sovvertire il rapporto tradizionale tra governanti e governati: fare in modo che i lavoratori, in sostanza, fossero in grado di  auto-governarsi politicamente e soprattutto socialmente.

Mentre Bordiga aveva un’idea di partito come organo esterno alla classe, composto da intellettuali in grado di leggere nelle contraddizioni dell’economia il momento fatidico della rivoluzione; Gramsci aveva un’idea del partito che era parte della classe, composto da – e non rappresentante di una classe – capace di aderire plasticamente alla conformazione, agli interessi materiali, agli stili di vita di quelle classi.

Un partito immerso nelle classi subalterne 365 giorni all’anno, sui luoghi di lavoro e nelle sue manifestazioni di creatività e vita culturale, questa era la strada per la costruzione di una contro-egemonia idonea a sottrarle dal controllo delle classi dominanti, dai loro valori e schemi di civiltà.

Oggi non c’è nessun partito che si pone questo problema, nonostante siamo di fronte ad una crisi economica gigantesca, e gli effetti perversi della polarizzazione degli interessi di chi ha e chi non ha sono ulteriormente accresciuti.

Un ulteriore elemento di attualità di Gramsci: egli è uno dei più grandi teorici della crisi organica. Per l’intellettuale sardo nel periodo che precede e segue la prima guerra mondiale, la civiltà capitalistica è attraversata da una crisi organica che non è semplicemente una crisi economica ma che riguarda l’intera strutturazione di rapporti sociali e politici, messa in crisi dall’irrompere sulla scena politica delle masse popolari.  In quella fase la borghesia internazionale cerca di rispondere alla crisi con la rivoluzione passiva: cioè una modernizzazione dei rapporti sociali e di produzione ottenuta attraverso la passivizzazione coatta delle masse popolari, la marginalizzazione delle masse popolari. In sostanza all’egemonia si sostituì il dominio più diretto e meno dissimulato. In America la risposta fu l’americanismo-fordismo, in Europa fu il Fascismo.

Oggi siamo nuovamente in una fase di crisi organica del capitalismo mondiale e si ripropone l’obiettivo di una colossale ristrutturazione dei rapporti sociali e politici, che ricacci indietro il movimento dei lavoratori, ottenuto con la  marginalizzare delle masse popolari in modo da evitarne l’irruzione nella vita politica e sociale: ottenerne, dunque, una delega passiva riforme che rappresentano gli interessi di una parte limitata della società.
A proposito della “passivizzazione coatta” e della “marginalizzazione delle masse popolari”, ci può essere una passivizzazione, esulando per un attimo dal discorso gramsciano, nella società moderna a causa di situazioni e sovrastrutture come il mancato rapporto vis-a-vis, lo spopolare dei social network e quindi l’auto-marginalizzazione dalla vita politica e sociale delle masse popolari?
 Sì certo, anche se sono strumenti che andrebbero indagati con più rigore perché totalmente nuovi… Io, però, mi riferivo proprio dispositivi di governo abbastanza tradizionali con cui, ad esempio, determinare un nuovo sistema dei rapporti tra capitale e lavoro (mercato del lavoro, sistema pensionistico, forme di sfruttamento e ripartizione delle ricchezze tra salario e profitto) con la passività sociale più assoluta.

Ovviamente chi realizza queste riforme utilizza sistemi sofisticatissimi per farli digerire all’opinione pubblica, e anche qui c’è un versante di analisi attualissimo di Gramsci: cos’è l’opinione pubblica? Come viene formata e irregimentata per raggiungere determinati obiettivi? Sul piano della mistificazione ideologica la borghesia ha una tradizione lunghissima, quella che Marx chiamava falsa coscienza: presentare i propri interessi particolari come interessi generali e, in quanto tali, farli sostenere anche da quelle classi che subiscono gli effetti in termini di sfruttamento e marginalizzazione sociale.

C’è un campo enorme, quindi, che è disertato dai comunisti in Italia in questa fase.

Purtroppo abbiamo discusso per anni delle politiche delle alleanze in una maniera manichea e stupida: per me è assurdo discutere di governo sì-governo no, centrosinistra sì-centrosinistra no, facendone un feticcio.

Io penso che il tema della Rifondazione Comunista, dopo lo scioglimento del Pci, potesse essere un versante importante di iniziativa, ma non lo abbiamo praticato.

Dopo quell’esperienza storica, che si era conclusa così male per i comunisti in Italia, l’obiettivo di rifondare una teoria e una prassi comunista, non liquidare la storia precedente ma renderla – al contrario – attuale per il contesto mutato, penso fosse una prospettiva giusta ma nella quale non abbiamo sufficientemente creduto, al di là delle affermazioni retoriche.

Abbiamo ereditato i vizi peggiori dell’ultimo Pci (senza però averne la base sociale), soprattutto nella composizione dei gruppi dirigenti e nelle politiche di sottogoverno, disinteressandoci completamente di una nostra visione alternativa del Mondo organica e coerente.

Ma, allora, se la politica si riduce esclusivamente all’ottenimento di piccoli risultati, ci sono altri partiti capaci di rappresentare questa prospettiva: non avrebbe più senso esistere come comunisti, verrebbe meno la nostra ragione sociale e necessità storica.

O si è in grado di offrire una visione del Mondo radicalmente alternativa rispetto agli attuali rapporti di produzione, o l’estinzione dei comunisti è inevitabile.

In questi vent’anni, mi sembra di poter dire, noi non abbiamo saputo dare quella visione alternativa e, anzi, ci siamo ben acclimatati in Parlamento, nei Consigli comunali e regionali, in Enti e organi di sottogoverno.
Andando quindi alla politica odierna, il Pd, secondo lei, è: l’erede del Pci (come ancora affermano molti cronisti), un partito socialdemocratico, o un monolite istituzionale?
Mah, secondo me non è né una cosa né l’altra: né l’erede del Pci, perché altrimenti quella storia sarebbe veramente ben poca cosa; né un partito socialdemocratico, perché perennemente alla rincorsa dall’esigenza di affrancarsi dal mondo del lavoro e dall’accusa di essere un partito di sinistra.  Non dimentichiamoci poi che al suo interno ha un ruolo per nulla secondario l’altra anima del PD, con un’origine riconducibile al cristianesimo sociale, chiamiamola così per dargli più dignità. Una tradizione importante, che affonda le sue radici nella “Rerum Novarum” e nella necessità interclassista della mediazione sociale, che però non ha nulla a che vedere con quella socialdemocratica.

Io penso, però, che quel partito non sia neanche un monolite. Per liquidarla con una battuta: a me non hanno mai convinto le teorie sul socialfascismo e, quindi, le sparate sulla fascistizzazione delle forze democratiche.

Io credo che sia un partito preda di profonde contraddizioni emblematiche  del declino del sistema politico italiano, ma non penso che tutti gli aderenti al Pd siano, singolarmente o anche collettivamente, degli agenti del liberalismo e del capitalismo mondiale.

Questo non significa che ci si debba alleare con loro: significa, semplicemente, che le cose vanno viste caso per caso e, soprattutto, che i comunisti si devono porre comunque l’obiettivo di spostare le forze democratiche su posizioni di sinistra, come compresero negli anni Trenta quando riconsiderarono radicalmente le coordinate del proprio antifascismo.
Proprio su questo lei, recentemente, ha partecipato e peso parte agli incontri del manifesto politico “Cominciadesso”. Cos’è “Cominciadesso”?
Cominciadesso è un’esigenza programmatica, operativa: gli attuali partiti della sinistra, in primo luogo Rifondazione e PdCI, devono prendere coscienza della propria inadeguatezza politica, del fatto che hanno fallito la propria missione storica.

Il manifesto non si pone il problema di fondare un altro partitino che si va a sommare agli esistenti né, tanto meno, una nuova corrente o tendenza politca.

E’ l’esatto opposto. Chiediamo di fare tutti, noi compresi, un bagno di umilità: prendere coscienza della nostra marginalità e avviare una discussione che, a partire dall'azzeramento degli organismi esistenti, sia in grado di porre senza più poteri di veto, orticelli da difendere e rendite di posizione, il tema della nostra unità. Non penso ci siano scorciatoie rispetto a questo percorso difficile e accidentato, ma non è nemmeno possibile rifugiarsi nelle bolle d'aria che ognuno ha conservato dentro i ruderi di quelli che un tempo erano o sarebbero voluti essere partiti. Per tornare a Gramsci, quando ci si trova di fronte a una sconfitta di queste proporzioni bisogna essere spietati e per nulla sentimentali nel metterne a nudo cause e responsabilità.

Gli obiettivi sono due.

Primo: unire i comunisti, sul piano politico e organizzativo, in questo Paese, anzitutto quelli che, dopo lo scioglimento del Pci, si riconobbero nella prospettiva storica della Rifondazione Comunista.

Secondo: creare un più forte e ampio Fronte della Sinistra in questo Paese,
non su temi generici ma su una scelta di parte nel conflitto captale/lavoro.

Riunire i comunisti, su basi nuove e non drogate da un dibattito oramai superato (la vecchia dialettica oramai in corso dal 1998) e creare un Fronte della Sinistra, un fronte di lotta della sinistra, penso sia un obiettivo importante.

E non è un obiettivo inedito perché anche di fronte all’altra crisi organica storica i comunisti italiani ne uscirono ponendosi su basi diverse rispetto al passato il problema della propria presenza organizzata - nonostante il Fascismo negli anni ’30 fosse nella sua fase di massima espansione - unitamente quello della natura dei rapporto con le altre forze democratiche.
Recentemente c’è stato il congresso del PdCi che ha eletto un nuovo segretario, a breve ci sarà quello del Prc. Proprio perché “ci sono di mezzo” i due partiti comunisti maggiormente rappresentati, cosa si auspica Cominciadesso?
Cominciadesso terrà l’assemblea di presentazione del manifesto proprio a metà strada tra i due congressi, quasi a cercare di costruire un ponte. Non abbiamo interesse a utilizzare quest’assemblea per criticare le scelte di Rifondazione e PdCi, sarebbe un ben misero obiettivo, semmai indurre i compagni di entrambe le organizzazioni ad avviare una discussione che finalmente ponga senza infingimenti e remore tattche il tema della nostra unità.

La Federazione della Sinistra, in questo senso, era stata una grande intuizione perché finalmente provava a invertire la tendenza alla frammentazione e alla disgregazione della sinistra. I gruppi dirigenti hanno evitato, però, in tutti i modi di trasformare un semplice cartello elettorale in progetto politico.

L’unità è stata sacrificata sull’altare delle piccole sfere di potere da difendere da parte dei gruppi dirigenti nazionali e, spesso, locali.

La tutela di quei piccoli orticelli ha fatto naufragare un progetto politico, sulla questione delle alleanze quasi con tacito accordo da parte di entrambe le organizzazioni. Un errore storico, gigantesco!

La sollecitazione di oggi a Prc e Pdci è trovare quel coraggio che non hanno avuto per costruzione della Fds. Rispetto al dibattito in corso con l’auspicio è che il congresso di Rifondazione sia veramente utile, a differenza del precedente a Napoli, per dire una parola chiara in tal senso.Noi tutti auspichiamo una assunzione di responsabilità, in primo lugo da parte dei gruppi dirigenti che hanno diretto queste organizzazioni portandole a una serie oramai troppo lunga di sconfitte, da cui tutti dovremmo trarre delle conseguenze non futuribili, ma operative.
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