20/8/13

L’Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

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Gianni Fresu  |  L’uscita dell’edizione anastatica dei Quaderni è una tappa fondamentale del lungo lavoro scientifico attorno all’opera, realizzata tra il febbraio del 1929 e il 1935 da Antonio Gramsci, compiuto con rigore e dedizione da più generazioni di studiosi avvicendatisi dal dopoguerra fino a oggi: Felice Platone, Valentino Gerratana, Gianni Francioni.

La prima edizione tematica Platone-Togliatti realizzata tra 1948 e il ’51 e costituì una delle più importanti operazioni culturali di tutto il dopoguerra, i Quaderni furono un’autentica rivelazione per tutta la politica e la cultura nel nostro Paese, a prescindere dalla collocazione ideologica. Oggi in tanti hanno da ridire sull’arbitrarietà del riordino tematico di questa edizione, Lo Piparo ci vede addirittura la prova della malafede di un Togliatti tutto intento censurare Gramsci, in realtà, almeno io la penso così, si trattò di un’operazione estremamente intelligenete che consentì un approccio graduale a un’opera tanto complessa, favorendone la circolazione. Personalmente ritengo che, ancora oggi, quest’edizione sia la più appropriata per chi intenda avvicinarsi la prima volta ai Quaderni senza restare travolto dalla struttura frammentaria di questi.


Il secondo passaggio fu l’edizione critica curata da Valentino Gerratana nel 1975, che segna la maturità degli studi gramsciani e il tentativo di pubblicare i quaderni secondo l’ordine di realizzazione seguito dall’autore.

Per quanto riguarda l’edizione anastatica curata da Gianni Francioni, che riproduce non solo in maniera fedele la successione cronologica dei Quaderni, ma anche i manoscritti originali comprensivi di tutte le loro parti, copertine incluse, essa è stata realizzata nel 2009 dal gruppo editoriale «L’Unione Sarda» e dall’Istituto Treccani, su proposta della Fondazione Siotto e con l’indispensabile sostegno della Fondazione Gramsci. Un esempio assai importante di sinergia tra realtà diverse, in anni di ristrettezze finanziarie a sostegno delle operazioni culturali, che ha anticipato la nuova edizione nazionale dei Quaderni in corso di realizzazione, consentendo a tutti di possedere a un prezzo modico un’opera curata in ogni dettaglio, sia sul versante scientifico, sia su quello della fattura tipografico-editoriale.

L’idea stessa di associare l’uscita settimanale dei singoli volumi a un quotidiano di larga tiratura (seppur regionale), quindi la loro disponibilità in tutte le edicole è stata una felice iniziativa di promozione culturale che ha consentito all’opera di varcare la soglia degli ambienti riservati agli addetti ai lavori.

L’Edizione anastatica è un passaggio decisivo di questo lungo lavoro, sviluppato nel corso dei decenni, teso in primo luogo a favorire la conoscenza e la diffusione dell’opera gramsciana, quindi a rispettarne il rigore filologico. Essa è stata realizzata seguendo il più fedelmente possibile la cronologia dei quaderni e il ritmo di sviluppo degli studi e delle riflessioni realizzate da Gramsci.

Quest’ultima edizione, oltre a dare a tutti l’opportunità di misurarsi con la più fedele riproduzione dei Quaderni, dunque con la stessa grafia minuta «tonda e regolare» di Antonio Gramsci, costituisce uno strumento indispensabile per chi intenda realizzare uno studio scientifico sulle sue riflessioni..

La chiarezza della grafia, farebbe presupporre una lettura piana dei manoscritti, non è così, essa è resa complessa dal metodo di lavoro di Gramsci, ossia dalla sua tendenza a lavorare contemporaneamente su più quaderni, affrontando argomenti estremamente diversificati, sebbene logicamente concatenati, attraverso note in alcuni casi sintetiche, quasi dei promemoria, in altri estese ed approfondite, magari ulteriormente sviluppate e poste in connessione con altri plessi tematici in parti o quaderni successivi. Proprio questa struttura frammentaria, che nella lettura spinge naturalmente a seguire l’affinità tematica degli argomenti, rende arduo il proposito di rispettare l’effettiva cronologia del testo. Per questo l’apparato di note e gli studi realizzati attorno a quest’opera rappresentano una fondamentale bussola di orientamento per non perdersi nel Mare magnum di un’opera tanto complessa.

Nell’edizione anastatica trovano finalmente la loro giusta collocazione le traduzioni delle novelle dei fratelli Grimm curate da Gramsci agli inizi della sua carcerazione, una fase segnata da enormi difficoltà di concentrazione e avvio del piano di lavoro. Era infatti impossibile un rapporto dialogico con altri soggetti, necessario ad evitare un lavoro troppo autoriflessivo; era difficilissimo ottenere i mezzi per studiare con continuità e scrivere secondo un ordine razionale.

Lo sconforto conseguente alle prime disordinate letture gli fanno dubitare sulle reali possibilità di riuscita del progetto. Così in una lettera a Tania, il 23 maggio 1927, annunciava di volersi dedicare a due attività con scopo terapeutico come gli esercizi ginnici e le traduzioni dalle lingue straniere:
Un vero e proprio studio credo mi sia impossibile, per tante ragioni non solo psicologiche ma anche tecniche; mi è molto difficile abbandonarmi completamente a un argomento o a una materia e sprofondarmi solo in essa, proprio come si fa quando si studia sul serio, in modo da cogliere tutti i rapporti possibili e connetterli armonicamente. Qualche cosa in tal senso forse incomincia ad avvenire per lo studio delle lingue, (…) ora leggo le novelline dei fratelli Grimm. Sono proprio deciso a fare dello studio delle lingue la mia occupazione predominante.
Al di là dell’aspetto “terapeutico”, queste traduzioni sono importanti anche sul piano biografico. In una lettera alla sorella Teresina del 18 gennaio 1932, Gramsci scriveva di voler dare un suo piccolo contributo allo sviluppo della fantasia dei nipoti ricopiando e spedendo loro le traduzioni dei fratelli Grimm:
una serie di novelline popolari proprio come quelle che ci piacevano tanto quando eravamo bambini. Sono un po’ all’antica, alla paesana, ma la vita moderna, con la radio, l’aeroplano, il cine parlato, Carnera, ecc. non è ancora penetrato abbastanza a Ghilarza perché il gusto dei bambini d’ora sia molto diverso dal nostro di allora.
Pur provenendo dalla tradizione tedesca, le novelle, ambientate in boschi fitti e tenebrosi popolati di spiriti, streghe e folletti, non erano distanti dalla tradizione orale della fantasia popolare sarda e sembravano plasmarsi perfettamente sull’atmosfera della sua terra e del suo paese, un luogo, sono parole di Gramsci, «dove esisteranno sempre tipi all’antica come tia Adelina e Corroncu e le novelle avranno sempre un ambiente adatto». Il mondo di quelle fiabe gli riportava a memoria le scorribande d’infanzia nelle vallate tra Ghilarza e Abbasanta, quando, suggestionato dalle letture d’avventura, non usciva mai di casa senza avere in tasca chicchi di grano e fiammiferi avvolti nella tela cerata, nella malaugurata eventualità di finire in un’isola deserta. Queste traduzioni, rimasero escluse dalla pubblicazione delle precedenti edizioni dei Quaderni. La presente edizione ha il merito filologico di restituirle alla loro collocazione originaria, fornendo un quadro più esaustivo allo studio completo dell’opera.

L’interesse di Gramsci per la linguistica risale ai tormentati anni dello studio universitario nella grande Torino, resi difficili da salute cagionevole e disponibilità economiche che rasentavano la miseria più assoluta. Il giovane sardo attirò subito l’attenzione di uno dei più importanti studiosi di glottologia del tempo, Matteo Bartoli, e intensificò i rapporti con il docente di letteratura Umberto Cosmo, in passato professore al Liceo Dettori di Cagliari. Bartoli in particolare lo incoraggiò nello studio della linguistica sarda. Così non è inusuale trovare lettere ai familiari riguardanti questo tema. In una destinata al padre del 3 gennaio 1912 chiedeva quando nel dialetto fonnese la s «si pronuncia dolce, come in italiano rosa» e «quando dura, come sole», in altre destinate alla sorella chiedeva di informarsi circa alcune peculiarità del logudorese e del campidanese, su termini, pronunce, varianti. Non è dunque un caso se nei Quaderni tanta attenzione sia dedicata alla glottologia e in generale alla linguistica. Dopo anni di militanza e un’intensa attività teorico-politica, le traduzioni di queste prime note dal carcere avevano un valore propedeutico, oltre che terapeutico, necessarie all’inizio di un lavoro «disinteressato» rispetto al quale le condizioni ambientali non aiutavano. È ancora una lettera a Tania del 15 settembre 1930, nella quale considerazioni personali e di studio si mischiano, ad accennarlo:
sarà perché tutta la mia formazione intellettuale è stata di ordine polemico; anche il pensare disinteressatamente mi è difficile, cioè lo studio per lo studio. Solo qualche volta, ma di rado, mi capita di dimenticarmi in un determinato ordine di riflessioni e di trovare per dir così, nelle cose in sé l’interesse per dedicarmi alla loro analisi. Ordinariamente mi è necessario pormi da un punto di vista dialogico o dialettico, altrimenti non sento alcuno stimolo intellettuale
Al di là di questa valutazione autocritica, tratto caratteristico della personalità di Gramsci, le traduzioni e gli studi di linguistica sono condotti con assoluto rigore filologico, curiosità intellettuale e un metodo oggi analizzato con grande attenzione dagli specialisti della materia. Nel comunicare in una lettera la volontà di dedicarsi ad uno studio sistematico della linguistica comparata,  egli confessò alla cognata Tania che uno dei suoi maggiori rimorsi intellettuali era «il dolore procurato al buon professor Bartoli dell’Università di Torino»,  ma gli avvenimenti del «mondo grande, terribile e complicato», che precedettero e seguirono la guerra, avevano spinto il giovane intellettuale sardo, come tanti della sua generazione, a trovare nell’impegno politico una nuova ragione di esistenza per la quale valeva la pena di rischiare tutto, compresa la vita.

Il terzo Quaderno di traduzioni, oltre a proseguire lo studio sui ceppi linguistici di Franz Nikolaus Finck, contiene le traduzioni delle Conversazioni con Goethe di Eckermann. LeConversazioni raccolgono le memorie del grande poeta e scrittore tedesco attraverso i colloqui con il suo segretario Joahn Peter Eckermann. Goethe è stato definito un genio universale per la versatilità del suo estro manifestatosi in diversi campi del sapere, poesia, letteratura, scienza, filosofia. Eckermann tramite i ricordi ne ricostruisce l’universo ideale, il mondo e i valori, fino a tratteggiare un affresco biografico ritenuto uno dei più grandi patrimoni della letteratura occidentale, tanto da essere definito da Niezstche «il miglior libro tedesco mai scritto». Goethe è una figura sistematicamente presente nei Quaderni come nelle lettere. Per Gramsci ogni nazione ha un letterato che ne riassume in qualche modo la gloria intellettuale, Shakespeare per l’Inghilterra, Cervantes per la Spagna, Dante per l’Italia, Goethe per la Germania. Tuttavia solo Shakespeare e Goethe possono ritenersi figure intellettuali operanti anche nell’età contemporanea, autori attuali, per la loro capacità «d’insegnare come dei filosofi quello che dobbiamo credere, come poeti quello che dobbiamo intuire (sentire), come uomini quello che dobbiamo fare». In Goethe Gramsci intravede una forza politico-culturale capace di varcare il suo tempo e imporsi al presente: «solo Goethe è sempre di una certa attualità, perché egli esprime in forma serena e classica ciò che nel Leopardi è ancora torbido romanticismo», rappresenta la fiducia nell’attività creatrice dell’uomo in una natura vista non come nemica e antagonista. 

La lettura delle Conversazioni con Goethe nella condizione di detenzione accomuna l’esperienza di Gramsci con quella di un grande critico letterario francese vissuto negli stessi anni, Jacques Rivière. Nel Quaderno I Gramsci riporta alcuni stralci delleImpressioni di prigionia, scritte dallo storico editore della «Nouvelle Revue Française» e pubblicate nel 1928, tre anni dopo la sua morte. In esse Rivière raccontava le vessazioni subite durante la prigionia nella prima guerra mondiale, in particolare l’umiliazione patita nel corso di una perquisizione nella sua cella, quando vennero sequestrate le sue poche cose e soprattutto l’unico libro che aveva con sé, appunto le Conversazioni con Goethe. Gramsci ha trascritto le sensazioni di disperazione e angoscia del francese per lo stato brutale e incerto di una prigionia, vissuta come un’ineliminabile «stretta al cuore», nella quale si è costantemente esposti a ogni tipo di angheria e la condizione di oppressione fisica e psichica diviene insopportabile. Un’angoscia, testimoniata da tutto il carteggio delle lettere, condivisa dall’intellettuale sardo che non a caso concluse queste note scrivendo del pianto in carcere «quando l’idea della morte  si presenta per la prima volta e si diventa vecchi d’un colpo».

In una famosa lettera scritta alla cognata Tania Schucht il 19 marzo 1927 dal carcere di Milano, Gramsci avanzava l’esigenza di dedicarsi ad un lavoro di ricerca «disinteressato» capace di occuparlo intensamente. Questo brano costituisce un ponte tra l’analisi sulla Questione meridionale e quella dei Quaderni ed è la prima esposizione del piano di lavoro ipotizzato per gli anni di detenzione. Già nel primo Quaderno, il tema dei rapporti tra Settentrione e Meridione è indagato con una prospettiva storica che comprende le dinamiche del Risorgimento italiano e la funzione politica degli intellettuali. Per Gramsci l’Unità si è realizzata attraverso una relazione squilibrata dove l’arricchimento e l’incremento industriale del Nord dipendevano dall’impoverimento del Mezzogiorno. Egli parla di uno sfruttamento semicoloniale occultato da tutta una letteratura che spiegava l’arretratezza del Sud con l’incapacità organica, l’inferiorità biologica, la barbarie congenita dell’uomo meridionale. Un Meridione liberato dal giogo borbonico, ritenuto fertile e ricco di risorse naturali, e ciò nonostante incapace di emanciparsi dalla miseria e dall’arretratezza per ragioni tutte interne al Meridione stesso. Un Sud «palla al piede» che impediva al Nord un più rapido progresso verso la modernità industriale e la ricchezza economica. Nel Quaderno uno è analizzato un tema organico all’intera opera, la debolezza delle classi dirigenti italiane: l’arresto dello sviluppo della civiltà comunale e la mancata formazione di uno Stato unitario moderno, i limiti del Risorgimento e l’assenza di una compiuta dialettica parlamentare in età liberale, il fenomeno del trasformismo. Il Risorgimento, tuttavia, è lo snodo analizzato maggiormente nel primo Quaderno, a iniziare dal fallimento delle prospettive democratiche del partito di Mazzini e dalla capacità egemonica dei Moderati di Cavour, i veri protagonisti dell’unificazione nazionale per l’intellettuale sardo. Il problema tutto italiano del «trasformismo» non era per Gramsci semplicemente un fenomeno di malcostume politico, bensì un preciso processo di cooptazione con il quale, dal Risorgimento in poi, si è ottenuto un consolidamento del potere politico attraverso la decapitazione e l’assorbimento dei gruppi avversi allo Stato. L’importanza di queste analisi, che tratteggiano i termini essenziali di una “biografia nazionale”, è notevole sia per la storia che per la scienza politica e in esse sono contenute alcune tendenze che ciclicamente ricorrono nella vita politica italiana, specie nelle sue fasi di crisi. Ma l’originalità di tale analisi risiede nel comprendere che ogni sistema di potere si regge non solo sull’uso della forza ma anche sul consenso, sulla capacità di formare sul piano culturale e sociale ciò che comunemente viene definito “opinione pubblica”: la funzione essenziale degli intellettuali in una società moderna, il grande tema della società civile come articolazione organica di ciò che genericamente si intende per Stato.

Come accennato, nel carcere di Turi l’8 febbraio 1929, più di due anni dopo l’arresto, avvenuto l’8 novembre del 1926, Gramsci aveva iniziato la stesura dei Quaderni. In carcere lo studio è un metodo di resistenza all’abbruttimento intellettuale, strumento di sopravvivenza sia fisica che politica. Come ha scritto Valentino Gerratana, dalla tensione tra queste due esigenze prendono forma i Quaderni, un lavoro composto di appunti e riflessioni destinati ad ulteriore definizione, eppure di straordinaria ricchezza, tanto da essere ritenuto irrinunciabile per tanti ambiti scientifici molto diversi tra loro. Dalla critica letteraria alla linguistica, dalla storia alla scienza politica, dalla pedagogia al teatro. Un’opera che attualmente è oggetto di studi universitari approfonditi negli USA, in Inghilterra, Giappone, India, Brasile e Messico più di quanto non lo sia in Italia. Nei Quaderni emerge il rigore politico e insieme la spietata concretezza, con i quali l’intellettuale sardo fa i conti con il crollo del sistema liberale in Italia e con esso il travolgimento del movimento operaio e del proprio campo politico. Un dramma storico che spinge Gramsci ad un’indagine priva di indulgenze sui limiti, gli errori, le astrattezze dell’intero fronte oppostosi a Mussolini. Ma l’indagine non si ferma al contingente dato politico. Gramsci si interroga problematicamente sulla totalità e organicità dei processi storici, sui limiti congeniti dell’intera vita politica italiana, sulla continuità dei suoi vizi, senza tentare di assolvere o fare sconti al suo stesso orientamento politico-ideologico. Proprio questa problematicità ha spinto Gramsci ad evitare qualsiasi lettura storiografica e politica semplificante. Il fascismo costituiva la negazione più completa dei suoi valori e delle sue prospettive politiche, ciò nonostante l’intellettuale sardo lo analizza come fenomeno razionale e reale, scaturito da precise cause, storicamente determinate, in continuità con la storia delle sue classi dirigenti. Il fascismo ha per Gramsci radici profonde nella storia d’Italia e per molti versi il piano di lavoro dei Quaderni del carcere costituisce un tentativo d’indagine per andare al fondo di quelle radici. Da questa esigenza prende corpo un’opera assai vasta che passa sotto una lente d’ingrandimento mai banale i fatti degli uomini e delle idee, esposti con una prosa attenta e tagliente che spesso non disdegna di cogliere il lato ironico delle cose. Il carattere tutt’altro che dogmatico dell’opera di Gramsci, gli ha permesso di sfuggire alle rigide classificazioni, di andare oltre la crisi e il crollo del suo stesso campo politico-ideologico, di varcare il limite temporale e politico del Novecento. I Quaderni del carcere sono uno strumento chiave per leggere anche l’attualità, costituiscono ancora oggi una bussola fondamentale per orientarsi nelle contraddizioni della modernità, e non è certo un caso se gli studi in suo onore abbiano, oggi più di ieri, un posto di assoluto rilievo a livello internazionale tra i grandi pensatori della storia dell’umanità.

L’edizione anastatica ha il merito di renderci i Quaderni così come sono, senza mediazioni o dubbi sulla natura arbitraria delle scelte operate dal curatore di turno, da a ognuno un privilegio fino a oggi riservato a pochissimi studiosi, quello di leggere Gramsci seguendo, non solo la natura magmatica dei suoi ragionamenti, ma anche la sua originale traduzione grafica. Conoscendo e seguendo le sue vicende biografiche, nei tormentati anni passati in carcere si può quasi immaginare lo stato d’animo dell’autore attraverso il ritmo delle sue riflessioni e il tratto della sua mano. Per tutte queste ragioni, la realizzazione di questa edizione rappresenta una pietra miliare nella storia delle ricerche su Antonio Gramsci e più in generale nella storia culturale del nostro Paese. Per una volta, possiamo dirlo con orgoglio, un progetto tanto importante è stato realizzato in Sardegna.