2/6/13

Immaginare l’Europa nel mondo postcoloniale / Gramsci e i sud del pianeta

Roberto Ciccarelli

Sulle due sponde dell’Atlantico, Antonio Gramsci non ha mai cessato di colloquiare con antropologi, filosofi e storici. Nelle Americhe, come in Europa, a seguito delle opere di Edward Said e di Stuart Hall, di Gayatri Spivak e di Dipesh Chakrabarty, il pensatore italiano è oggi riconosciuto come il nume tutelare degli studi post-coloniali e di quelli subalterni, le discipline che da almeno un ventennio popolano i dibattiti nelle aule universitarie e che lentamente conoscono in Italia una certa diffusione grazie all’intelligenza culturale, tra gli altri, di Sandro Mezzadra e Iain Chambers.

A Napoli, dall’ 8 al 10 maggio, nell’Università “L’Orientale”, si è svolto il convegno “Immaginare l’Europa nel mondo postcoloniale” ideato da Giorgio Baratta. Il 9 maggio, in occasione della festa dell’Europa, il convegno si è spostato per l’intera giornata all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

“Gramsci e i sud del pianeta”, sottotitolo suggestivo che fotografa alcune letture gramsciane in Brasile (Carlos Nelson Coutinho), negli Stati Uniti (Joseph Buttigieg, Frank Rosengarten) e in Europa (Francisco Buey, Guido Liguori, Rita Medici, Pasquale Voza), intersecate con le analisi postcoloniali di Giuseppe Cacciatore, Renzo Imbeni, Iain Chambers, Junot Diaz, Ettore Finazzi Agrò, Rada Ivekovic, Domenico Jervolino,  Antonio Melis, Laura Piccioni, Enrico Pugliese, Carlo Batà,  Andréa Maria de Paula Teixeira, Sonia Torres, Gloria Wekker. Un convegno, quello organizzato dal network “Immaginare l’Europa”, dall’International Gramsci Society, dall’ “Orientale”, dall’Istituto per gli Studi Filosofici di Napoli, dalla Fondazione A. Ruberti e dall’Istituto C.L.R. James di New York, coordinato da G. Baratta, M.H. Laforest e A. Riccio, capace di interrogare un grande classico come un “testimone del presente” da punti di vista disciplinari molteplici, a testimonianza della straordinaria diffusione che il pensiero del filosofo italiano sta conoscendo in questi ultimi anni in tutto il mondo: un “mondo grande e terribile”, sottoposto a un’ondata neocoloniale, che ripropone la logica del dominio contro la civile convivenza di popoli e culture.

Il titolo del convegno illumina una situazione molto attuale: l’Europa, lacerata dal conflitto tra gli Stati pro-Usa alla Francia con la Germania, che affronta la guerra infinita americana contro il terrorismo e gli “Stati canaglia”, è alla ricerca di un’identità politica, oltre che culturale. Quello europeo, con tutte le sue contraddizioni, è o può essere un nuovo “cantiere della democrazia”, che però si scontra immediatamente contro il volto oscuro dell’universalità della sua cittadinanza, capace di creare una crescente segregazione istituzionale, sino a giungere alla guerra sociale contro gli immigrati, ma anche contro tutti coloro che non hanno diritti. Un’analisi della sua memoria “postcoloniale” può essere utile per elaborare un modello di costituzione che sappia coniugare libertà ed uguaglianza, diritti fondamentali e rappresentanza politica. Nei mesi del varo della nuova costituzione europea molte sono invece le questioni irrisolte, il dibattito è ormai incentrato sulle forme di governo capaci di rappresentare l’Europa come un soggetto politico sulla scena mondiale, ma forse ancora troppo reticente sulle forme sociali della convivenza tra popoli assai diversi.

Per Marie-Hélène Laforest, il post-coloniale va inteso non solo come un “dopo” o come il ‘superamento del coloniale, ma come una “interruzione critica” nel modo di narrare la storia. Sulla scia di Stuart Hall, ha aggiunto che i testi del passato vanno quindi rivisitati per guardare con occhi nuovi la storia del colonialismo che ha dato inizio alla modernità occidentale. La gerarchia insita nelle divisioni centro e periferia, Nord e Sud, che ha permesso all’europeo di costruire la sua identità a partire di un senso di superiorità rispetto al resto del mondo, continua a essere un problema annoso per coloro che hanno dovuto ricostruire la loro identità  dalla decolonizzazione in poi, nonché per tutti quelli, provenienti dagli ex imperi che si trovano oggi in Europa, spinti verso nuovi margini. E tale è risultato dagli interventi di Junot Diaz e di Gloria Wekker, la quale si è soffermata sulla costituzione postcoloniale dell’Olanda, sistematicamente rimossa dalla sua modernità multiculturale ufficialmente aperta all’assimilazione e all’inclusione. Interrogativo fondamentale per chi s’interroga sull’ “identità” europea, ammesso che sia possibile di parlare ancora di identità storiche transnazionali, è quello di verificare in che modo il cuore del discorso colonizzatore, il cristianesimo, ritorni nelle strutture costituzionali, come in quelle relazionali. Famigerato è ormai l’esempio del Presidente della Convenzione Giscard D’Estaing, il quale si è rifiutato di menzionare nel preambolo della costituzione europea i cosiddetti “valori cristiani” che, secondo Giovanni Paolo II, esprimerebbero “l’identità cristiana europea”, ma, in un riflesso “postcoloniale” ha espresso indirettamente lo stesso orientamento quando ha sostenuto che la Turchia, in quanto paese islamico, non può appartenere all’Unione Europea.

Problema complesso, quello dell’identità. Lo ha affrontato in maniera suggestiva Rada Ivekovic, secondo la quale quello dell’identità è un processo di traduzione, sempre imperfetto, in continuo differimento. Ispirandosi a Jean-François Lyotard, Rada Ivekovic ha esposto i lineamenti di un lavoro che intreccia un’indagine sul mondo europeo e quello indiano. Ponendo esempi concreti, ha dimostrato come l’identità sia un processo di transizione (il concetto di “palanka” di R. Konstantinovic) con la sempre possibile, ma non fatale violenza. In seguito ha svolto una comparazione tra il mondo post-coloniale e quello post-socialista, individuando alcuni motivi comuni: i processi di (de)legittimazione e depoliticizzazione massiccia, di perdita di universalità riconosciuta. L’Europa si costituisce come centro, mentre ai suoi bordi, in particolare nei Balcani (sui quali Rada Ivekovic ha scritto volumi esemplari, tra tutti: Autopsia dei Balcani) lascia la guerra, le divisioni nazionalistiche, il caos istituzionalizzato degli interventi di peace-keeping. Ogni identità. Insomma, ha il suo “fuori”, per costituirsi compie un gesto, quel “partage de la raison” che è alla base di tutte le divisioni ed, informa e contribuisce a configurare altri tipi di identità, di esclusioni (o di inclusioni subordinate, come nel caso delle donne), di egemonie, dominanze, che è alla base della costituzione delle identità, della comunità (in particolare della nazione), dello stato.

Sandro Mezzadra, autore di Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, ha discusso la tesi del convegno da un altro punto di vista. La sua idea, di una storia postcoloniale dell’Europa, gli permette di prefigurare, nelle nuove immigrazioni, un rovesciamento di ruoli tra il vecchio centro e le nuove periferie, un’accelerazione della modernità nei paesi post-coloniali grazie ad una globalizzazione dal basso, di cui Genova e Porto Alegre sarebbero soltanto le anticipazioni.

L’idea dell’Europa nel mondo, i suoi tentennamenti, le sue prospettive, sono state analizzate dal vicepresidente del Parlamento Europeo, Renzo Imbeni, il quale ritiene che la dottrina Bush sia una sfida diretta alla costruzione della nuova Unione. Quello di Bush sarebbe il tentativo di riaffermare il dominio unipolare contro l’ipotesi europea del governo multi-polare del mondo. La potenza americana guarda il mondo attraverso un’ottica post-coloniale, oppure di un rinnovato neo-colonialismo? La domanda di Imbeni è il risvolto simmetrico del j’accuse di Mezzadra contro l’Unione Europea, una possibile interpretazione del tema del convegno.

Carlos Nelson Coutinho ha messo a confronto la dialettica geostorica “Nord e Sud” con la categoria di “rivoluzione passiva” attraverso “l’uso” di Gramsci, il processo di “occidentalizzazione” del mondo. In che modo le “colonie” sono viste dai centri metropolitani, con quali immagini e, innanzi tutto, in che modo sono formulate queste immagini? Antonio Melis ha parlato dell’immagine che l’America Latina ha dato di se stessa, della sua “colonialità”. José Martì, José Carlos Mariátegui. la teologia della liberazione e la filosofia della liberazione, oltre che la letteratura, sono nel corso del tempo le prove di una vitalità “antropofagica” del post-coloniale che gli permette di appropriarsi della cultura europea, trasformandola in tradizioni culturali autonome. Sono queste le dinamiche che scorrono lungo l’Atlantico, incontrandosi sul crocevia di una mescolanza tra civiltà interdipendenti. Ettore Finazzi Agrò ha definito questa mescolanza come un “processo di transculturazione”, un processo che permette ai colonizzati di assorbire l’identità dei colonizzatori, trasformandola secondo un uso ed una prospettiva storica totalmente differente.

Frank Rosengarten, il curatore dell’edizione americana delle lettere dal carcere, ha parlato di uno dei capisaldi degli studi post-coloniali e subalterni, C.L.R. James, conosciuto in Italia per la storia dei Giacobini Neri, l’insurrezione degli schiavi a Haiti contro la colonizzazione francese, pubblicata da Feltrinelli nel 1968. Al centro della sua analisi, ci sarà “American Civilization” di James, un singolare punto di vista “postgramsciano” sulla nascita della civiltà imperiale statunitense scritto tra il 1948 e il 1950, oltre che “Facing Reality”. È la nozione di “popolo” in Gramsci e James a destare l’interesse di Rosengarten: si può affermare che questo concetto, incardinato nella storia dello Stato-nazione europeo, sia stato “esportato” negli Stati Uniti ed abbia preso nuovi significati. Gramsci non rinuncia mai al ruolo del partito comunista nelle lotte popolari, mentre per James è il popolo stesso, al di fuori di qualsiasi forma d’ingerenza dei partiti, a dare non solo l'impulso, ma anche la direzione a queste lotte. Il nesso tra “centralismo democratico” ed autodeterminazione popolare, querelle tradizionale che ha diviso spesso i pensatori marxisti, è fondamentale per comprendere le lotte di liberazione nazionale del XX secolo, ma anche le nuove dinamiche delle lotte globali dopo la caduta del Muro di Berlino.

Speculare all’interrogazione sulla postcolonialità europea, è quella sulla “europeità” dell’america. Per Alessandra Riccio l'America, così come la conosciamo, esiste da che esiste la colonizzazione e di essa è il frutto; si potrebbe addirittura sostenere che quella colonizzazione è stata una delle prime forme della globalizzazione che ha trasformato la lingua e la cultura delle periferie cui ha fatto seguito il disprezzo della cultura colonizzata. L’immaginario postcoloniale europeo, vale a dire l’appartenenza coloniale dei territori, e le differenze implicite, ha contato nella visione eurocentrica della storia d’America, molto più di antiche comunanze precolombiane. Oggi si tratta di rintracciare i molteplici canali in cui si esprime il complesso intreccio transculturale tra Europa e America, contro la dialettica semplificatrice e arretrata di scelta fra vecchio e nuovo mondo, fra culture anglosassoni e culture latine.

È possibile seguire questo intreccio trans-culturale attraverso un’opera di ricostruzione gramsciana, e postgramsciana, del legame postcoloniale che lega l’America e l’Europa. Tuttavia, come ha suggerito nel suo intervento Giorgio Baratta, non si può trascurare che la transculturalità sia ormai un elemento consustanziale all’Europa attuale. Da qui l’interrogarsi di alcuni intellettuali come Etienne Balibar e Jürgen Habermas sulla natura, e la possibilità storica, di un “popolo europeo”. Per Giorgio Baratta, il popolo europeo è, sia pure per motivi completamente diversi, altrettanto “disperso e polverizzato” quanto quello italiano sia dell’epoca di Machiavelli sia di Gramsci; altrettanto decisiva, per una costruzione dell’Europa non burocratica o puramente istituzionale, appare la necessità politica di organismi capaci di “suscitarne e organizzarne la volontà collettiva”, come anche, ha scritto Balibar, la necessità operosa di “intellettuali sufficientemente ‘organici’, cioè implicati personalmente e istituzionalmente (ivi compresa all’Università) nella lotta per la trasformazione dell’Europa.

http://www.gramscitalia.it/
Un convegno, quello di Immaginare l’Europa nel mondo postcoloniale, che è stato un laboratorio dove si è sperimentato l’incontro tra studiosi gramsciani e del postcoloniale, tra critici letterari, scienziati politici ed antropologi, tra gli studi culturali e quelli subalterni, a verificare l’attualità di analisi di un presente problematico.