27/6/13

Gramsci e la nonviolenza

Alberto L'Abate

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Una premessa / Parlare attualmente di Gramsci e di socialismo sembra andare del tutto controcorrente, dato il crollo dei paesi cosiddetti socialisti, e quella che è stata definita “la fine della storia”[1], e cioè la presunta vittoria del sistema capitalista a livello mondiale. Ma questo pone un problema importante al quale si può riallacciare il pensiero e la figura di Gramsci. E’ fallito il socialismo come modello di società, oppure sono fallite le due strade finora intraprese per raggiungerlo, e cioè, da una parte, la rivoluzione armata, violenta, utilizzata in Russia da Lenin, ed il riformismo, utilizzato invece nei paesi occidentali?


L'ipotesi che sia vera questa seconda ipotesi, e che sia ancora aperta e da sperimentare la strada della rivoluzione nonviolenta dal basso, è stata sostenuta, con molte valide argomentazioni, da Giuliano Pontara[2], un obbiettore di coscienza italiano al servizio militare che ha preferito l’esilio in Svezia (dove è diventato esimio docente di filosofia morale) al carcere, allora previsto, in Italia, per coloro che rifiutavano di esercitarsi a fare la guerra.

Pontara è uno dei più profondi studiosi italiani del pensiero gandhiano, ed autore di molti importanti libri su tematiche nonviolente. La tesi di Pontara, presentata ad uno dei due dibattiti organizzati dal Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini, su “Marxismo e Nonviolenza nella transizione al socialismo” (cui hanno partecipato importanti politici e studiosi del nostro paese) era quella che tra il voto ed il fucile ci fosse una terza via al socialismo, rivoluzionaria nonviolenta (che lui definisce di “nonviolenza specifica”) che avrebbe potuto, e potrebbe forse ancora, portare il nostro paese ad un socialismo dal volto umano. Secondo Pontara, infatti, la via rivoluzionaria armata era contro-produttiva perché tendeva a de-umanizzare ed a brutalizzare i valori del socialismo, ed ad insediare nei posti dirigenziali persone e gruppi autoritari che avrebbero mantenuto il potere attraverso la soppressione delle informazioni, la segretezza, l’irreggimentazione, l’eliminazione totale dell’autogestione del popolo; la via riformista, quella del voto, era per lui insufficiente perché costringeva la classe operaia ad annacquare notevolmente il programma socialista per allearsi con il ceto medio necessario a vincere le elezioni. Il ceto medio, a sua volta, avrebbe potuto poi allearsi con le forze di destra per bloccare e distruggere quanto già fatto, senza che la classe operaia fosse preparata ad una resistenza nonviolenta di fronte a questa restaurazione. Per Pontara perciò la via più valida era quella della rivoluzione nonviolenta, mai purtroppo ancora realizzata, perché questa tende ad inibire nell’avversario quei processi sociali e psicologici che lo portano a de-umanizzare il nemico, e tende a ridurre il processo di scalata della violenza. Ma, secondo Pontara, la scelta di questa via richiede l’accettazione di cinque principi: 1) non causare la morte o gravi sofferenze all’avversario; 2) assumere su di sé i sacrifici necessari a portare avanti la propria causa; 3) mantenere, in tutte le fasi, la massima obbiettività ed imparzialità, il massimo controllo da parte dei partecipanti, e la non clandestinità; 4) allargare la partecipazione anche grazie ad un programma costruttivo che ricerchi obbiettivi sovra-ordinati che richiedono, per il loro raggiungimento, la collaborazione delle parti in conflitto; 5) graduare i mezzi di lotta: arrivare alla scelta di quelli più radicali (come la disobbedienza civile o il boicottaggio) solo quando quelli più blandi si sono dimostrati chiaramente insufficienti.

Norberto Bobbio, che è stato uno degli interlocutori privilegiati di questi dibattiti, ha sostenuto la validità e l’importanza di queste tesi ed ha scritto: “La ‘complementarietà’ della nonviolenza rispetto al marxismo è stata la tesi che ha finito per emergere e che merita di essere considerata come il punto di partenza di ulteriori discussioni”[3]. Ed infatti da quei primi dibattiti ne sono nati vari altri sulla terza via al socialismo che però, più che discutere sulla via di trasformazione, e sul collegamento ed i rapporti tra la via utilizzata per la trasformazione ed il modello di società realizzato, come nei nostri convegni, hanno parlato solo del modello riformista, come realizzato in certi paesi europei come l’Inghilterra e l’Italia, considerandolo come una terza via al socialismo tra il capitalismo ed il comunismo sovietico. In un articolo sulla Stampa di Torino Norberto Bobbio si è lamentato che questi dibattiti, successivi al nostro (sul marxismo e lo stato, sul leninismo, sulla terza via al socialismo), dibattiti che qualcuno ha definito “litigio a sinistra”, non abbiano tenuto in alcun conto quelli precedenti del Movimento Nonviolento e che, perciò, per questa mancanza, siano stati molto più poveri di quello che avrebbero potuto essere altrimenti. Infatti, rispetto alla cosiddetta alternativa del modello riformista ed al suo considerarsi come una terza via, il Movimento Nonviolento ha scritto, nella introduzione degli atti del primo dei convegni su citati: 
“Il problema dell’uso della violenza o della nonviolenza nella transizione al socialismo è stato sottovalutato dalla sinistra che ha ritenuto, a torto, il problema dei metodi come secondario rispetto a quello della conquista del potere…… L’esperienza storica ha dimostrato “ad abundantiam” come le modalità con cui si arriva al potere sono una variabile fondamentale anche del come tale potere viene mantenuto e gestito e che perciò un “socialismo dal volto umano” necessita di un modo di arrivare al potere diverso dalla rivoluzione armata, ma forse diverso anche dal semplice uso dell’arma elettorale……Resta perciò aperto il problema di una via originale di transizione al socialismo che non si identifichi né con la tradizionale via riformistica dei paesi a capitalismo avanzato (che spesso si è limitata a razionalizzare il sistema senza trasformarlo profondamente) né con quello della rivoluzione armata portato avanti nei paesi del terzo mondo (che spesso danno vita a regimi dittatoriali e totalitari e non a quella nuova forma di società intravista da Marx, Lukačs, Gramsci e altri autorevoli marxisti)”[4].
Da questo punto di vista la figura ed il pensiero di Gramsci è fondamentale per sviluppare questo tema dato che le sue idee possono dare attualità al progetto di una rivoluzione nonviolenta nel nostro paese, che deve ancora essere fatta, con la speranza di dar vita ad un socialismo dal volto umano, autogestito, e anti-autoritario, come quello che si era tentato di realizzare, ai tempi della primavera di Praga, da parte di Dubcek e di altri socialisti democratici[5], ma che è stato ucciso ai suoi albori dai carri armati sovietici, non senza una bellissima resistenza nonviolenta durata circa otto mesi che ha portato molti militari russi a solidarizzare con i resistenti locali, ed ha convinto il governo russo a cambiare rapidamente i loro militari che occupavano quel territorio per paura che diventassero pericolosi, una volta tornati in Russia, per il mantenimento dello stesso regime[6].

La mia introduzione al dibattito di Ghilarza

Questa parte del mio scritto riprende ed aggiorna una relazione fatta da me il 24 settembre 1992 presso la Torre Aragonese di Ghilarza in un incontro su “Gramsci e la nonviolenza” organizzato dalla Casa per la Pace e dalla Casa Gramsci di Ghilarza, all’interno delle manifestazioni per il mese della cultura di quella cittadina. Oltre al sottoscritto, che aveva avuto l’incarico di introdurre il dibattito, partecipavano due profondi conoscitori del pensiero gramsciano Don Giorgio Nardone[7] di Padova, autore, tra l’altro, di un bel libro sulla figura di Gramsci, libro che era una rielaborazione della sua tesi di laurea seguita da Norberto Bobbio, e Sergio Caprioglio[8], curatore degli scritti torinesi di Gramsci pubblicati da Einaudi, ed allora Direttore del Centro Gramsci di quella città. Dato però il tanto tempo passato da quell’incontro, la cui registrazione ufficiale era stata perduta e solo recentemente ne è stata trovata una non ufficiale che però, essendo stata registrata non abbastanza da vicino, in certe parti è quasi incomprensibile, questa relazione e tutto il dibattito è restato inedito. Qui mi limiterò a riprendere e sviluppare le mie tesi di allora, aggiornandole anche sulla base di altre letture, riportando, dell’intervento di Caprioglio, l’unico, oltre al mio, che siamo riusciti a deregistrare, solo per quanto necessario a comprendere le sue tesi e le risposte e precisazioni da me date in quella occasione, od anche sviluppate in seguito. Sarebbe comunque necessario che tale dibattito, iniziato in quella occasione, venisse ripreso ed approfondito dati i molti problemi ancora aperti che il trattamento di questo argomento chiederebbe di approfondire.

L’amore per il pensiero e la figura di Gramsci mi era stato trasmesso, mentre lavoravo come volontario nel progetto di Dolci in Sicilia, da un industriale fiorentino Giuseppe Ganduscio che costruiva apparecchi di alta precisione per l’ascolto di musica, che aveva lasciato la sua industria bene avviata ai suoi operai per tornare nella sua terra natale, la Sicilia, per lavorare anche lui come volontario nel progetto Dolci. Questo industriale, che raccoglieva e cantava anche i canti tradizionali (di amore, del lavoro, della galera,e ninne-nanne) del suo paese, registrati in un bel disco pubblicato dalla Ricordi, faceva a tutti i volontari, che venivano da varie parti d’Italia e non conoscevano quasi niente della cultura locale, lezioni sulla storia della sua regione. Queste verranno più tardi pubblicate in un aureo libretto: “Perché il Sud si ribella”[9], tutto ispirato al pensiero gramsciano dell’importanza, per una rivoluzione sociale nel nostro paese, di una stretta alleanza tra Sud e Nord, tra contadini ed operai. E lui, che fin da giovanissimo era iscritto al Partito Comunista Italiano, si lamentava che nelle sezioni del partito le foto di Gramsci erano state eliminate perché le sue idee venivano considerate contrarie all’impostazione allora ufficiale del partito (che non criticava, come faceva Gramsci, il regime comunista come si era concretizzato nei paesi dell’Est Europa, ed in particolare nella Russia Sovietica). Ganduscio, proprio sulla base delle sue idee gramsciane, si autodefiniva marxista-nonviolento, e le sue lezioni ed il suo esempio, hanno portato anche me ad amare Gramsci, al desiderio di leggerlo, ed ad utilizzare le idee gramsciane anche per l’analisi della società attuale e dei suoi possibili cambiamenti e miglioramenti.

Devo dire comunque che gli scritti di Gramsci che mi hanno colpito di più e che mi hanno molto influenzato sono le sue “Lettere dal Carcere”[10], ed i suoi “Quaderni del Carcere”[11], dai quali traspare, secondo la mia opinione, il Gramsci più vero e più umano, ed anche quello dove la sua vicinanza con la nonviolenza è più chiara ed esplicita. Ed infatti è proprio durante il suo lungo periodo nel carcere che Gramsci è venuto a conoscere il pensiero e la vita di Gandhi. Un noto scrittore francese, Romain Rolland, premio Nobel per la letteratura, autore tra l’altro di un noto libro antimilitarista “Al di sopra della mischia”[12], aveva scritto una vita ed una analisi del pensiero di Gandhi[13]. Essendo egli stesso anche l’animatore di un comitato francese per la liberazione dal carcere di Gramsci chiese ed ottenne il permesso di visitarlo nel carcere e gli portò in regalo una copia del suo libro. Dai quaderni del carcere risulta che Gramsci, forse proprio grazie alla lettura di quel libro, conosceva Gandhi e ne parla varie volte, qualche volta, è vero anche con toni un po’ ironici, che però, alla fine, si trasformano in una grossa simpatia per quel tipo di lotta che lui definisce come “il materasso contro le pallottole”, una resistenza a lungo termine portata avanti da Gandhi attraverso le lotte nonviolente, che non è una resistenza armata, ma una resistenza a base morale. Da una lettura di testi di Gramsci, e su Gramsci, ho individuato sette ipotesi che mi sembra colleghino, o che possano collegare, il pensiero di Gramsci non solo alla nonviolenza in generale, ma, in particolare, a quella che potrebbe, e dovrebbe essere, la rivoluzione nonviolenta ancora da fare in Italia. A queste idee si è ricollegato più tardi anche Aldo Capitini, il fondatore del Movimento Nonviolento Italiano, che, su questo aspetto si è dichiarato espressamente allievo di Gramsci[14]. Ma su questo torneremo in seguito.

Ma vediamo queste sette ipotesi che spero possano servire ad aprire un dibattito che porti ad approfondirle, ad approvarle oppure a rigettarle. Essendo infatti un metodologo della ricerca tendo a iniziare le mie ricerche con delle ipotesi che sono un primo punto di partenza da mettere in discussione e che, se vengono confermate, andranno in seguito sviluppate ulteriormente, ed eventualmente approfondite.

La prima ipotesi è quella che un iniziale collegamento tra Gramsci e la nonviolenza sia la grande importanza data da lui alla politica come atto morale, una politica cioè legata ai valori etici, alla verità[15], alla auto-disciplina. Quando si leggono, infatti, le frasi di Gramsci sull’importanza della verità e della disciplina anche per l’autoformazione delle persone, ritornano in mente frasi abbastanza simili di Gandhi, che, pur partendo da principi filosofici e politici abbastanza diversi, arriva però a conclusioni molto vicine. La politica come atto morale implica anche un impegno etico che porta ad unire ragione e passione, e fa riferimento all’esistenza di un essere umano complessivo, formato di mente, anima e corpo, tutti interconnessi ed interagenti. Questa mi sembra una prima pista molto interessante sulla quale lavorare e da approfondire.

Una seconda ipotesi è quella che riguarda la concezione del popolo e dell’essere umano che Gramsci aveva: egli non credeva nell’ “uomo massa”, egli aveva una immagine dell’uomo come essere individuale legato, e collegato, strettamente agli altri esseri umani attraverso continui rapporti di interconnessione. E dalla sua lettura emerge chiaramente l’importanza del singolo essere umano e la necessità di formare gli uomini a sentirsi tutti responsabili di quanto avviene in questo mondo. Questo ricorda moltissimo certe frasi di Don Milani, sull’importanza di educare i giovani a superare il fascistico “Me ne frego”, tanto diffuso, purtroppo, anche oggi, tra i giovani, per portarli invece a capire la bellezza dell’“ I care”, dell’importanza che tutti gli uomini si sentano responsabili di tutto[16]. Connesso a questo c’è in Gramsci anche la coscienza che la passività dell’uomo è uno degli elementi che determina negativamente la storia, perché, in questo caso, si lascia fare la storia agli altri, a quelli che hanno beni ed interessi. Da qui la necessità che gli esseri umani, soprattutto quelli che fanno parte della classe operaia, prendano coscienza del loro stato e delle ragioni che lo determinano, diventino attivi, operino per liberarsi dal loro giogo, e non accettino di essere uomini massa. Ma questo sottolinea anche la necessità di superare le concezioni meccanicistiche ed evoluzionistiche, presenti anche in certe scuole marxiste, che fanno ritenere che il comunismo sarebbe stato il naturale sviluppo del progresso capitalistico, e che perciò vedono la storia quasi determinata da forze poco controllabili dall’uomo, mentre, secondo Gramsci, è l’uomo stesso che può e deve costruire la propria storia. Mi sembra questa un’altra pista, un’altra ipotesi, veramente importante, su cui questo collegamento tra Gramsci e la nonviolenza si può ritrovare.

La terza ipotesi è quella del legame tra costruzione e distruzione, che si potrebbe anche chiamare dell’importanza del progetto costruttivo. Scrive Gramsci: “E’ distruttore-creatore chi distrugge il vecchio per mettere alla luce, far affiorare, il nuovo che è diventato necessario ed urge implacabilmente al limitare della storia. Perciò si può dire che si distrugge in quanto si crea”[17]. Da questa si evince che il mondo nuovo si costruisce all’interno del vecchio mondo e, che, man mano che nasce quello nuovo, a poco a poco il vecchio crolla, e si distrugge. Da questa impostazione emerge, tra l’altro, l’importanza degli aspetti strategici, progettuali ed anche la centralità del processo educativo, del prepararsi ad essere uomini liberi, della necessità di costruire una nuova classe dirigente, un nuovo gruppo che non aspetti la palingenesi, il cambiamento subitaneo ed improvviso di tutta la realtà, la rivoluzione vista come azione improvvisa, ma che, senza aspettare questo fatidico giorno, cominci da subito a trasformare la realtà nel senso desiderato, dando vita appunto a quegli aspetti innovativi che, come accennato prima nella citazione di Gramsci, porteranno alla crescita della società nuova ed alla morte di quella vecchia. Da questo punto di vista è importante ricordare un punto centrale della visione gramsciana riportata da Ganduscio nel suo libretto citato. Ganduscio distingue tra “rivoluzione” e “ribellione”: la prima è un cambiamento della società programmato e studiato strategicamente, anche se non necessariamente fatto di colpo, ma avendo già una idea del tipo di società che si vuole mettere in vita al posto di quella attuale; la seconda invece è un cambiamento subitaneo, ma senza alcuna visione strategica del tipo di società che si vuole mettere al posto di quella vecchia. Quelle che conosciamo come rivoluzioni sono spesso state più delle ribellioni che delle rivoluzioni vere e proprie. Queste idee di Gramsci fanno venire in mente il grande lavoro fatto, anche qui in Sardegna, da gruppi di base che sono tornati a coltivare la terra, spesso abbandonata per l’esodo rurale verso la città e verso l’industria, e che la coltivano in modo ecologico, che non distruggono la terra attraverso concimi chimici che l' inquinano, e che contribuiscono ad accrescere “l’impronta ecologica”[18] già troppo alta per la sopravvivenza dell’intera umanità; oppure quelli che, attraverso i GAS (gruppi di acquisto solidali), mettono i produttori ed i consumatori insieme per superare l’elevata speculazione dei molti commercianti che rendono attualmente difficile la vita sia ai produttori che ai consumatori, e che non sono interessati alla qualità dei prodotti ma solo al proprio guadagno; ed a tutti quei gruppi o associazioni che, dal basso, lavorano per rendere il nostro mondo più giusto e meno violento, ad esempio dando vita a fondi etici che, come la Banca dei poveri di Yunus[19], diano i fondi ai più poveri e più bisognosi e non ai più ricchi, come fanno invece normalmente le banche, ecc. ecc. Tutte attività, queste, che cercano di dar vita ad una società basata sulla solidarietà e sulla equità, alternativa a quella attuale basata invece sullo sfruttamento e sulla priorità del mercato, che sta rapidamente aumentando la ricchezza dei più fortunati e la miseria dei più poveri. Sono queste attività innovative, per fortuna abbastanza diffuse anche in Sardegna, che sono in linea con il progetto costruttivo[20] previsto nella strategia nonviolenta e nel pensiero di Gramsci. Ma questo mi ricorda anche la discussione all’interno dei movimenti nonviolenti sulla ricerca di metodi decisionali consensuali, che coinvolgono realmente tutti, come cercava di fare anche Gramsci. Egli infatti rifiutava le decisioni prese dall’alto, dal centro; e si dava da fare per costruire un partito non basato sulla dirigenza centralizzata ed autoritaria, ma che avesse, invece, continui rapporti con la base, e ricercasse il consenso e l’accordo. Ed anche i movimenti nonviolenti hanno ricercato un metodo decisionale consensuale, che sono stati poi quelli che, applicati, per esempio, nelle lotte di Comiso contro l’impianto dei missili Cruise in quella base, hanno influito sull’abbandono di quel progetto e sulla riconversione della base militare in aeroporto civile, od anche nelle lotte di Genova contro la “Mostra dei Mostri”, e cioè contro la mostra vendita di armi, che hanno costretto i venditori a trasferire il loro commercio su una nave militare attraccata in mezzo al mare. Questi processi decisionali sono più lunghi, e più difficili, ma dato che coinvolgono tutti nella decisione, portano anche, di conseguenza, un impegno maggiore della popolazione nel superare le difficoltà che si incontrano nel realizzare queste stesse decisioni, come è avvenuto, appunto, nelle lotte su citate che hanno visto il coinvolgimento di migliaia ed anche centinaia di migliaia di persone, e grazie a questo coinvolgimento, hanno potute essere vincenti[21]. Questa è un'altra delle ipotesi, che mi sembra valga la pena di essere sviluppata, che conferma l’apertura di Gramsci verso le tematiche, e le modalità di lotta, della nonviolenza.

La quarta ipotesi è strettamente connessa a quella che abbiamo appena veduto, ed è l’importanza data da Gramsci alla guerra di posizione, invece di quella di movimento. Una guerra cioè vista non come uno scontro frontale, ma con continui processi molto lunghi di prese di posizione, di conquista o costruzione delle famose “casematte”, come avamposti della società da costruire in mezzo a quella vecchia da distruggere. E’ questo tipo di lotta e di guerra, appunto di posizione, con avanzamenti e sconfitte, ma con altri avanzamenti, fino alla trasformazione sociale completa, che Gramsci vede come fondamentale in un tipo di società come la nostra, dei paesi occidentali avanzati ed anche, spesso solo a parole, democratici. Anche su questo le molte pagine degli scritti di Gramsci sono estremamente interessanti, e richiamano la nonviolenza, e la sua strategia di trasformazione della società attuale, una strategia rivoluzionaria, sì, ma senza violenza, che porta avanti la lotta con un principio di gradualità, da lotte di intensità minore ad altre sempre più grandi, fino alla totale trasformazione sociale della realtà nella quale viviamo. Dalla lettura dei testi gramsciani, ma in particolare delle “Lettere dal Carcere” e dai “Quaderni del Carcere” ho tratto l’impressione che il discorso sulla guerra di posizione, e cioè di una strategia nonviolenta di trasformazione sociale, sia andato aumentando in Gramsci dall’inizio del suo imprigionamento verso la fine della sua vita[22]. E’ questo, della guerra di posizione, un altro filone, un’altra ipotesi importante del rapporto tra Gramsci e la nonviolenza.

La quinta è l’ipotesi dell’importanza dell’organizzazione di base, e del controllo dal basso, che è quella che si può chiamare la rivoluzione dal basso, e che cioè Gramsci, in tutto il suo pensiero, tenga a sottolineare l’importanza dell’organizzazione di base, dei gruppi e dei consigli operai, dei vari organismi di base. E quindi l’importanza di un basso che si organizza, per creare una nuova società, e mettere, sia pur gradualmente, fine alla vecchia società capitalistica e sfruttatrice. Dando vita ad una specie di contro-potere di base che poi, a poco a poco, riuscisse ad impregnare e trasformare tutta la società. Questa idea gramsciana è stata arricchita, in seguito, da Aldo Capitini (il fondatore del Movimento Nonviolento Italiano e l’organizzatore della Marcia per la Pace Perugia-Assisi), che considerava Gramsci suo maestro. Capitini è la persona che ha portato in Italia il pensiero gandhiano già durante il fascismo, attraverso un libro “Elementi di una esperienza religiosa”[23], che illustrava e promuoveva, anche nel nostro paese, la rivoluzione nonviolenta sulla scia della esperienza di Gandhi in India. Il libro passò alla censura perché il regime fascista aveva appena firmato il concordato con la Chiesa Cattolica, e dato che nel titolo si parlava di religione, il regime si sentiva forte e riteneva che la religione non potesse in alcun modo nuocergli. Capitini, parlando di questo fatto, ha sostenuto che questo è un segno molto negativo per la religione, perché questa non viene vista come una forza di trasformazione, come, secondo Capitini, dovrebbe essere, ma solo come una forza conservatrice. Capitini, riprendendo alcune idee di Gramsci, fonda un giornale “il potere è di tutti”, con il quale cercava di educare alla partecipazione attiva i contadini, gli operai, gli studenti, affinché organizzassero, nelle scuole, nelle fabbriche, nelle campagne, degli organismi di base che dovevano essere gli elementi fondamentali per creare una società diversa[24] E questo ha portato anche all’organizzazione, da parte di Capitini, dei COS, Centri di Orientamento Sociale, che erano appunto dei centri di informazione e discussione pubblica, nati originariamente nella città di Perugia, ma che si sono poi diffusi in tutta Italia. In questi si presentavano e si discutevano, da una parte, i temi di amministrazione locale, invitando anche gli amministratori a discuterne con il pubblico perché si facessero certe cose, o delle ragioni del perché non si facevano altre cose, e così via. Ma dall’altra parte anche, in modo alternato, i problemi mondiali, il perché delle guerre in corso o in preparazione, e su cosa si poteva fare per evitarle, e così via. E questo con l’idea, che è sempre molto attuale, che è importante interessarsi dei problemi locali, ma che bisogna sempre avere presente i loro collegamenti con i problemi mondiali. Capitini, nei COS, dedicava spesso del tempo alla conoscenza di Gramsci e del suo pensiero dato che, come abbiamo visto, vedeva Gramsci come suo ispiratore per questo tipo di attività. La teoria del potere di Capitini aveva stretti collegamenti con quella di Gramsci, che è, anche, la teoria del potere alla base della nonviolenza. Questa sostiene che non esiste tutto il potere al centro e nessun potere alla base, ma che, ognuno di noi, ognuno dei cittadini, ha un briciolo di potere, e che, se prende coscienza del proprio potere, se riesce ad organizzarsi, a collegarsi con altri gruppi nella stessa condizione, a diventare attivo e non passivo, anche attraverso l’azione diretta nonviolenta, se riesce a fare bene questo lavoro, il potere di chi lo detiene attualmente diminuisce e diventa sempre meno forte, e che, se questo movimento di sviluppo del potere dal basso si accresce e si allarga, quello dall’alto rischia di indebolirsi ed anche di crollare[25].

La sesta ipotesi, è il superamento dell’ idea di dittatura del proletariato in quella di egemonia. L’egemonia è un concetto che include anche momenti consensuali, di condivisione da parte di tutti i gruppi, non solo del gruppo egemone, il che implica un forte lavoro per convincere gli altri delle proprie idee e dei propri punti di vista. Il concetto di “egemonia culturale della classe operaia” di cui parla Gramsci, viene considerato molto importante da Capitini il quale scrive: 
“Se sul piano politico deve formarsi la volontà collettiva per la trasformazione sociale, il Gramsci vede che sul piano culturale occorre una riforma intellettuale e morale, con una nuova concezione del mondo, e questa riforma molto più complessa è riforma 'in senso forte'” [26].
E Capitini, rispetto al concetto di egemonia, appoggia la tesi di Bobbio: 
“Bobbio. ...sottolinea l'importanza del consenso nel pensiero di Gramsci che si estrinseca anche nel concetto di egemonia intesa non solo come direzione politica, ma anche come direzione culturale, e che include, ma non si identifica, con l'uso della forza (vista come strumentale e subordinata all'egemonia) che ha una estensione maggiore e comprende anche la direzione culturale, cioè la formazione del consenso, oltre la direzione politica”ed ancora: “ ..mette al centro del processo rivoluzionario non il numero di persone, non la forza bruta, ma la capacità di elaborazione culturale”[27].
Ed infatti l’egemonia non si identifica né si esaurisce nella forza, specie di quella bruta di tipo poliziesco e militare messa in atto nell’Unione Sovietica da parte di Stalin. Questo porterà Gramsci al rifiuto, in modo molto netto, e alla condanna dello stalinismo, posizione che, data l’impostazione dell’allora Partito Comunista, lo metterà spesso in difficoltà all’interno del partito da lui stesso fondato, e per l’adesione al quale verrà anche messo in carcere.

Una ultima ipotesi, più gramsciana che nonviolenta, dalla quale i movimenti nonviolenti hanno tutto da imparare, è quella del superamento della mitizzazione della classe operaia, tradizionalmente intesa come gli operai delle grandi industrie dei paesi sviluppati, come leva principale del processo rivoluzionario. Questo avrebbe dovuto avvenire, perciò, nei paesi e nelle zone industrialmente più forti, come in realtà non è affatto avvenuto. Questa teoria metteva ai margini, in questo processo, i contadini del mezzogiorno ed i popoli dei paesi non industrializzati, nei quali, invece, molte volte ci sono stati movimenti rivoluzionari ispirati al socialismo. Uno dei punti essenziali dell’insegnamento gramsciano, che può permettere di superare il distacco tra il marxismo dei paesi occidentali e quello terzomondista, era quello di trovare punti di accordo ed una strategia rivoluzionaria comune tra operai e contadini, tra Nord e Sud[28].

L’intervento di Caprioglio e le mie conclusioni

Le mie ipotesi non hanno molto convinto il Dott. Caprioglio che ha dichiarato che, quando ha ricevuto l’invito, non ha nascosto le sue perplessità nel vedere accostato il pensiero di Gramsci a quello di Gandhi e di Tolstoj, e dichiara perciò di aver scelto, in questo dibattito, di fare l’avvocato del diavolo, sostenendo la tesi contraria alla mia, e cioè che il pensiero di Gramsci non ha nulla a che vedere con la nonviolenza. Infatti, secondo lui, Gramsci è strettamente ancorato al pensiero di Marx, ed influenzato anche da quello di Sorel, e pur utilizzando le armi della critica sosteneva anche la critica delle armi ed accettava l’assioma che la violenza è la levatrice della storia. Secondo Caprioglio, infatti, la cultura nella quale Gramsci era immerso, e che aveva accettato, era una cultura violenta di origine hegeliana: per lui l’emancipazione dei lavoratori, per la quale lottava e alla quale aveva dedicato la propria vita, non avrebbe potuto avvenire senza violenza. Ed a proposito dell’accettazione, da parte di Gramsci, della violenza come fatto naturale e necessario Caprioglio ricorda un articolo scritto da Gramsci, il 6 aprile 1918, sull’ultimo tentativo che fece l’esercito tedesco per sfondare il fronte e vincere la prima guerra mondiale, articolo che si conclude con questa affermazione: “nella storia ogni fusione di civiltà per il perverso destino degli uomini ha sempre avuto bisogno di questi carnai sterminati e di queste cementazioni cruente” [29]. E commentando questo dice Caprioglio: “Questa è una frase violenta, qui Gramsci sta dichiarando apertamente la positività della violenza”. Ed in rapporto all’opinione su Stalin egli sostiene che Gramsci aveva espresso un parere positivo sul piano quinquennale staliniano, e che, forse, l’atteggiamento di Gramsci verso questo personaggio era mutato negli ultimi tempi soprattutto di fronte ai grandi processi staliniani dell’anno 1936, nei quali le confessioni degli imputati erano chiaramente estorte. Ed in rapporto alla nonviolenza, sempre secondo questo relatore, Gramsci, parlando di Gandhi e Tolstoj, considerava le loro come teorizzazioni ingenue. Secondo Caprioglio, infatti, Gramsci colloca queste posizioni accanto alla tattica irlandese, para-terroristica, considerandole tattiche di resistenza passiva che riconosceva potessero essere state valide per l’India contro la dominazione inglese, ma che non erano, secondo lui, né una teoria né una filosofia generalizzabile. E Gramsci, inoltre, critica anche altri personaggi pacifisti, come Teodoro Moneta, che è stato uno dei primi premi Nobel per la pace, ma che poi, durante la prima guerra mondiale, si è dichiarato a favore dell’interventismo. Gramsci, inoltre, considera il pacifismo come una invenzione del Capitale per farsi credere migliore di quanto sia ma che, quando gli fa comodo, non ha ritegno a fare le guerre ed a commettere crimini efferati. Ma Caprioglio sostiene che, non Gramsci, ma altre persone del mondo comunista o socialista, come Umberto Terracini e Umberto Calosso hanno invece avuto posizioni molto vicine e simpatetiche verso la nonviolenza, il secondo anche lottando per far riconoscere nell’ordinamento italiano il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare[30]. Ma rispetto alle mie ipotesi la conclusione di Caprioglio è netta considerandole come un tentativo di forzare la realtà completamente diversa del pensiero gramsciano.

Diverso è stato, invece, l’intervento di Don Nardone che, per quanto ricordo - purtroppo la registrazione del suo intervento è del tutto incomprensibile - ha dato degli elementi di appoggio alle mie ipotesi. Ma dati i lunghi anni passati e l’impossibilità di risentire il suo intervento, in questo saggio mi devo accontentare di rispondere alle critiche ed alle obiezioni di Caprioglio. Lo farò però anche aggiornando le mie argomentazioni, e cioè non mantenendomi del tutto a quanto detto in quella occasione, nei soli 10 minuti di tempo per farlo che l’organizzazione mi aveva concesso, ma sviluppando le mie argomentazioni come se fossero un proseguimento della discussione allora iniziata. Mi auguro che il Dott. Caprioglio, ed anche Don Nardone, se avranno occasione di leggere questo scritto, accettino di proseguire il confronto allora iniziato[31].

Per prima cosa ringrazio Caprioglio per la sincerità con la quale ha contestato le mie argomentazioni e le mie ipotesi. Queste contestazioni permettono di mettere in luce anche i molti aspetti delle riflessioni gramsciane che non concordano con le mie ipotesi. E’ bene tenerne conto per non fare emergere una immagine edulcorata e agiografica di Gramsci, il che non è affatto nelle mie intenzioni, né mostrerebbe un atteggiamento serio e scientifico come quello che lo stesso Gramsci ha sempre ricercato.

Partirò perciò proprio da quelle osservazioni che sono in linea con le argomentazioni di Caprioglio, usando al massimo possibile le citazioni dello stesso Gramsci e di alcuni suoi noti studiosi, per poi passare invece alle mie risposte ed osservazioni che cercheranno di confermare, per quanto possibile, le mie ipotesi iniziali.

Scritti di Gramsci che mostrano una sua accettazione della violenza come necessaria per il processo rivoluzionario che tenda a migliorare l’umanità non mancano. In un altro suo testo, rispetto a quello citato da Caprioglio, Gramsci, parlando della rivoluzione francese scrive (sottolineature mie) : 
“ [questa] ha abbattuto molti privilegi, ha sollevato molti oppressi, ma non ha fatto che sostituire una classe all’altra per dominio. Però ha lasciato un grande ammaestramento: che i privilegi e le differenze sociali, essendo prodotti dalla società e non dalla natura, possono essere sorpassate”. E conclude: “L’umanità ha bisogno di un altro lavacro di sangue per cancellare molte di queste ingiustizie: che i dominanti non si pentano allora di aver lasciato le folle in stato di ignoranza e di ferocia quali sono adesso!”[32].
Ed in un altro suo testo, parlando dei compiti del Partito, egli scrive: 
“Certo l’azione che il Partito deve svolgere, assieme agli altri partiti antifascisti, non deve essere quella di rimorchiati. Il Partito ha come obiettivo la conquista violenta del potere, della dittatura del proletariato che egli deve realizzare usando la tattica più rispondente ad una determinata situazione storica, al rapporto di forza di classe esistente nei diversi momenti di lotta”[33].
Un’altra citazione gramsciana dove sembra prevalere la massima del “tanto peggio tanto meglio” portata avanti da tanti cosiddetti rivoluzionari è questa: 
“Nei paesi dove non succedono i conflitti di piazza, dove non si vedono calpestate le leggi fondamentali dello stato, né si vede l’arbitrio essere il dominatore, la lotta di classe perde la sua asprezza, lo spirito rivoluzionario perde di slancio, e si abbioscia. La cosiddetta legge del minimo sforzo, che è la legge dei poltroni, e vuol dire spesso non far niente, diventa popolare. In quei paesi la rivoluzione è meno probabile. Dove esiste un ordine, è più difficile che ci si decida a sostituirla con un ordine nuovo”[34].
Ma rispetto alla guerra, in un suo scritto giovanile (sembra del 1910 quando ancora frequentava l’ultima classe del liceo Dettori di Cagliari), Gramsci sembra prendere le distanze da questa e scrive. 
“Le guerre sono fatte per il commercio, non per la civiltà. Gli inglesi hanno bombardato non so quante città della Cina perché i cinesi non volevano saperne del loro oppio, altro che civiltà ! Ed i russi e i giapponesi si sono massacrati per avere il commercio della Corea e della Manciuria. Si dilapidano le sostanze dei soggetti, si toglie loro ogni personalità…….Se poi una voce di un onesto uomo si leva a rimproverare queste prepotenze, questi abusi, che la morale sociale e la civiltà sanamente intesa dovrebbero impedire, gli si ride in faccia, perché è un ingenuo, e non sa tutti i machiavellici cavilli che reggono la vita politica”[35].
Ed anche per quanto riguarda la conferma delle critiche al pacifismo da parte di Gramsci, oltre a quelle indicate da Caprioglio, non mancano citazioni. Scrivo io stesso nelle oltre 90 pagine di appunti preparati per la mia relazione di Ghilarza: “C’è in Gramsci un continuo riferimento, in negativo, verso il pacifismo. Egli arriva ad inventare il termine “ernestomonetomia”, prendendo così in giro [come ha accennato anche Caprioglio] Ernesto Moneta, giornalista italiano che nel 1907 aveva avuto il premio Nobel per la Pace, per definire quello che Gramsci chiamava il “bel sogno” degli Stati Uniti di Europa e del Mondo che, nel periodo in cui Gramsci scrive (1918), si concretizzava nel progetto di Wilson di dar vita alla “Lega delle Nazioni”. Questa è, per Gramsci, una concezione legata alle impostazioni vittorhughiane, umanitarie, massoniche, ma che, scrive Gramsci: “E’ ancora una astrazione arbitraria, antistorica, teneramente costruita con cemento di lacrime e con blocchi di sospiri….che non sprofonda le sue radici in nessun ceto di classe, vivo economicamente e socialmente' [36]. Questo interesse del mondo anglosassone per la Lega delle Nazioni, secondo Gramsci: “significa questo: necessità del capitalismo moderno, forma politica attuale di convivenza internazionale, che sia meglio adeguata alle necessità della produzione e degli scambi… E’ il grande stato borghese supernazionale che ha dissolto le barriere doganali, che ha ampliato i mercati, che ha ampliato il respiro della libera concorrenza e permette le grandi imprese, le grandi concentrazioni capitalistiche internazionali”[37] "Secondo Gramsci - sono io che scrivo - il pacifismo rischia di dare spazio a questi sviluppi, secondo lui la pratica liberale 'crea l’ideologia pacifista di Norman Angell, ma si dimostra capace di fare la guerra e di perdurarvi tenacemente non meno dei più agguerriti stati militareschi' ”[38].

Ma a questo punto penso di esser obbligato a rispondere alle tesi di Caprioglio ed a cercare di riconfermare le mie ipotesi anche sulla base dei testi gramsciani citati qui sopra, ed altri che citerò in seguito. Lo farò in tre paragrafi: 1) le opinioni di Gramsci su Stalin; 2) la violenza come levatrice della storia, come sostenuto da Caprioglio; 3) le critiche di Gramsci al pacifismo.

1) Gramsci e Stalin. Secondo Caprioglio Gramsci, pur criticando Stalin per i suoi processi, non era poi così contrario alle sue idee tanto che aveva approvato il suo piano quinquennale. A questo proposito una nota studiosa del pensiero di Gramsci come la Maciocchi scrive: 
“Ripercorrendo l’itinerario del pensiero di Gramsci ci si rende conto di come, anche se contro di lui non si è levato mai alcun anatema, vi sia sempre stato intravisto un sospetto di eresia, in quanto tutta l’opera di Gramsci è una critica da sinistra a Stalin sul fondamentale nodo di problemi concernenti lo stato socialista, il rapporto partito-masse, la gerarchia politica e statale, la disciplina burocratica ed il consenso, l’egemonia ideologica del partito come 'intellettuale collettivo', il rapporto intellettuali-operai, e operai-contadini, così come il nesso tra lavoro manuale ed intellettuale, e la funzione incessante di una rivoluzione culturale nella sovra-struttura connessa intimamente con l’evolversi della struttura”[39].
E scrive la Maciocchi in rapporto ai clamorosi processi staliniani ai leaders dell’opposizione: “In questi [Gramsci] intravede un processo di nuovo assolutismo che 'teoricamente con il vecchio assolutismo rovesciato dei regimi costituzionali non ha differenza sostanziale' ”[40]. Tanto che Gramsci, parlando di questi processi, dichiara, con una frase, secondo la Maciocchi, carica di sarcasmo politico: “Abolendo il barometro non si abolisce il cattivo tempo”[41]. Da quanto scrive la Maciocchi, perciò, le divergenze e le critiche a Stalin da parte di Gramsci sono molto più profonde di quanto sostenuto da Caprioglio.

2) La violenza come levatrice della storia?. Ho messo un punto interrogativo perché la posizione di Gramsci nei riguardi della violenza mi sembra molto più complessa ed articolata di quanto pensi Caprioglio. Anche dalle citazione riportate prima, emerge non tanto una accettazione della guerra come strumento di cambiamento sociale, o di politica internazionale, ma piuttosto l’idea che questa è resa indispensabile dal fatto di lasciare “le masse in stato di ignoranza ” e dal non aver fatto nulla per eliminare lo stato di ferocia nella quale sono state lasciate. E proprio per superare queste due condizioni che Gramsci dà tanta importanza all’educazione ed alla formazione delle masse ed ad una strategia rivoluzionaria dal basso. Sembra cioè che in Gramsci ci sia una grande sofferenza dinanzi alla violenza, e che la veda non come un desiderio del popolo ma piuttosto come dovuta allo stesso capitalismo ed all’incapacità dei gruppi dirigenti di comprendere le vere necessità delle masse. Quindi, per Gramsci la violenza è in un certo senso obbligata, causata da altri, non prescelta dalle masse stesse. Diversa sembra essere invece la posizione di Gramsci nei riguardi del Fascismo, contro questo effettivamente la scelta di una violenza rivoluzionaria sembrerebbe da lui giustificata (la conquista violenta del potere), ed anzi i soprusi e le ingiustizie di questo regime sembrerebbero renderla più possibile e probabile. Ma se si va ad approfondire questa tematica, se per lottare contro il Fascismo la violenza sembra da lui giustificata, lo stesso non vale per i sistemi a capitalismo avanzato e democratici. E’ notissima la sua distinzione tra Oriente ed Occidente, che gli serve a distinguere la rivoluzione che lui ritiene debba essere portata avanti nei paesi a capitalismo avanzato e democratici da quella avvenuta invece in Russia:“ In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa, nell’Occidente, tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte”[42]. Perciò, secondo Gramsci, la via della rivoluzione portata avanti da Lenin in Russia non era esportabile nei paesi occidentali democratici. In questi, secondo lui, era necessaria una rivoluzione diversa. Ma quali queste diversità? Marx e Lenin prevedevano, per l’avvento del socialismo, sia una via rivoluzionaria sia una via pacifica, ammettevano cioè che ci potesse essere una transizione pacifica al socialismo. Ed i partiti socialisti prima, poi quelli comunisti, questi ultimi solo dopo la crisi del comunismo d’oltre cortina, hanno sposato il riformismo come la via principale di transizione al socialismo nei paesi occidentali. Ma la posizione di Gramsci è diversa e molto più originale. Vediamola meglio. Parlando delle diverse posizioni dei politici socialisti e marxisti la Maciocchi individua due principali strategie: da una parte i riformisti, e dall’altra i massimalisti. Scrive questa studiosa: 
“I riformisti sostenevano la necessità di un passaggio lento e graduale dal capitalismo al socialismo, passaggio che sarebbe avvenuto con le riforme, con il parlamentarismo, con la collaborazione con la borghesia democratica. I massimalisti invece dicevano di voler fare la rivoluzione, ma si limitavano alle parole. La loro visione del mondo meccanicistica e fatalistica faceva in modo che essi aspettassero messianicamente la rivoluzione, come prima o poi sarebbe arrivata, senza perciò far niente che accellerasse e desse un senso agli avvenimenti spontanei. Perciò economicismo, meccanicismo, 'attendismo' e spontaneismo erano caratteri propri del massimalismo”[43].
Ma Gramsci era lontano da ambedue queste posizioni. Per quanto riguarda il parlamentarismo ed il riformismo, scrive Gramsci; “Aspettare di essere diventati la metà più uno è il programma delle anime pavide che aspettano il socialismo da un decreto regio controfirmato da due ministri”[44]. E questa impostazione viene confermata dalla frase di Gramsci che “bisogna cambiare la macchina e non solo il personale al potere”. Ed infine Gramsci sembra comprendere l’importanza data dalla teoria nonviolenta alla disobbedienza civile come uno degli strumenti principali delle lotte per la trasformazione sociale; scrive infatti Gramsci: “Quando una lotta può comporsi legalmente, essa non è certo pericolosa; diventa tale appunto quando l’equilibrio legale è riconosciuto impossibile”[45] Ma Gramsci è lontanissimo anche dalla posizione qui indicata come massimalista. Sia per la sua concezione dell’”homo faber”, l’uomo come costruttore della propria storia, e la sua idea che la passività è complice degli andamenti distorti della storia, sia per le sue acute critiche al meccanicismo ed all’economismo, visto come una illusione ed un errore strategico gravissimo, sia infine per l’importanza da lui data al momento costruttivo.

a) Per quanto riguarda il primo di questi aspetti, e cioè l’importanza dell’”homo faber” nella costruzione della propria storia scrive Gramsci in un saggio su gli “indifferenti”: “Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare”[46]. A questo proposito scrivevo io nei miei appunti. “E’ chiarissimo il ruolo delle persone passive per determinare gli sviluppi della storia, anche nel senso negativo di rendere, talvolta, indispensabile la violenza”.

b) E per quanto riguarda l’economicismo Gramsci polemizza contro la concezione che la crisi economica avrebbe portato alla rivoluzione: “Si può escludere –scrive – che, di per sé stesse, le crisi economiche immediate producano effetti fondamentali, solo possono creare un terreno più favorevole alla diffusione di certi modi di pensare, impostare e risolvere le questioni che coinvolgono tutto lo sviluppo della vita statale”[47]. E questa tesi di Gramsci trovò conferma nella mancata rivoluzione nel 1929 malgrado la grande crisi economica. Scrive la Macciocchi a proposito di queste tesi gramsciane, che egli critica molto la svolta del PCI nel’29:”l’orientamento per cui si reputava che dalla crisi economica nasceva immediatamente la rivoluzione….e che occorresse abbandonare la politica gramsciana della prospettiva di lotta di lunga durata e della complessità dei compiti che si pongono all’avanguardia operaia nell’Occidente capitalistica”[48]. Ma a questo proposito scrive Gramsci nel suo “La rivoluzione contro il capitale”, riferendosi al pensiero marxista ed al suo insegnamento perenne: 
“Questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici bruti, ma l’uomo, ma la società degli uomini….degli uomini che sviluppano una volontà sociale, collettiva e comprendono i fatti economici e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive e si muove, ed acquista caratteri di materia tellurica in ebollizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace, come alla volontà piace”[49]. 
E scrive la Macciocchi sempre a commento di queste tesi di Gramsci “Le rivoluzioni non sono insomma colpi di mano, e Gramsci insiste che esse sono lo sbocco dell’accumulazione di un enorme patrimonio politico, intellettuale, che fa maturare una 'particolare volontà' connessa al fare rivoluzionario”[50] Altre cose potrebbero essere dette su questo tema, che è uno di quelli che a Gramsci sta più a cuore, ma mi limiterò ad accennare al fatto che anche la tesi della Rosa Luxemburg, che pure Gramsci stimava molto, dello sciopero generale come arma fondamentale per far crollare il capitalismo e dar vita al socialismo, veniva criticata da Gramsci perché dava troppo peso agli aspetti economici e sottovalutava altri aspetti, anche culturali, della vita sociale.

c) Resta da vedere il terzo aspetto accennato e cioè l’importanza che Gramsci dà al momento ed al progetto costruttivo. Comincerò dalle riflessioni di Gramsci sulle disfatte subite dalla classe operaia in Germania, Austria, Baviera, Ucraina ed Ungheria, e cioè dove: “Non si era riusciti – scrive Gramsci – a far seguire alla 'rivoluzione di febbraio' la 'rivoluzione di ottobre', dove cioè alla rivoluzione come atto distruttivo non è seguita la rivoluzione come processo costruttivo in senso comunista”[51]. Da queste esperienze Gramsci trae l’insegnamento del fallimento delle rivoluzioni in due tempi, in cui la fase distruttiva e quella costruttiva non vadano insieme. “L’essenza del rivoluzionario - scrive la Maciocchi a commento di questi fatti – è insita nel binomio dialettico: distruttore-costruttore, egli deve unire al potere politico la sua capacità di gestione della società, perché la storia ha dimostrato che ogni rivoluzione in due tempi è fallita”[52]. Ed a proposito del progetto costruttivo è importante comprendere a fondo la concezione di Gramsci del ruolo della guerra di posizione nei paesi a capitalismo avanzato. Scrive Gramsci: 
“Avviene nell'arte politica ciò che avviene nell'arte militare: la guerra di movimento diventa sempre più guerra di posizione e si può dire che uno Stato vince la guerra in quanto la prepara minutamente e tecnicamente nel tempo di pace. La struttura massiccia delle democrazie moderne sia come organizzazioni statali sia nelle associazioni nella vita civile costituiscono per l'arte politica come le 'trincee' e le fortificazioni permanenti del fronte della guerra di posizione”[53].
E in un altro testo sullo stesso argomento Gramsci precisa che la guerra di posizione, in politica, “è il concetto di egemonia, che può nascere solo dopo l'avvento di certe premesse e cioè le grandi organizzazioni popolari di tipo moderno che rappresentano come le 'trincee' e le fortificazioni permanenti della guerra di posizione”[54]. Ed un ruolo fondamentale in questo tipo di guerra – scrive la Maciocchi - lo hanno “ gli stessi consigli di fabbrica, secondo Gramsci, [che] si imperniano sulla concezione di un nuovo assetto politico produttivo della società, di un processo rivoluzionaria a lunga scadenza, e non fatto di una sola fiammata rivoluzionaria , o di un grande evento combattivo come lo sciopero 'generale'”[55]. Ma concluderò questo paragrafo con una citazione di un autorevole studioso di Gramsci, Paolo Spriano, in rapporto all’importanza del momento costruttivo nell’azione rivoluzionaria di Gramsci: 
“Gramsci ritiene dal leninismo, in primo luogo, esaltandola enormemente, l'indicazione che non si tratterà soltanto di sostituire, con la presa del potere, una macchina nuova alla macchina dello stato borghese, ma che gli ingranaggi di questa nuova macchina debbano essere già costruiti prima della presa del potere. In altri termini – scrive sempre Spriano – il momento costruttivo dell’azione rivoluzionaria, che fa parte non secondaria della teoria del potere leniniana, è colto da Gramsci perfettamente e da lui solo nel movimento operaio italiano e forse europeo”[56].
Ma Spriano sottolinea poi l’importanza data da Gramsci alla rivoluzione dal basso, all’organizzazione di base che è per lui un momento fondamentale del processo rivoluzionario e che sarà al centro della sua teoria dei consigli operai. Ma Spriano vede, con questa sua teoria, Gramsci staccarsi da Lenin. Scrive Spriano: 
“Pare possibile affermare che mentre in Lenin la coscienza del carattere decisivo che assumono ad un certo punto della crisi rivoluzionaria l’elemento della direzione dall’alto, la funzione del partito come massimo organizzatore e propulsore delle masse , è nettissima, prevalente [da lì il giusto avvicinamento........ di Lenin agli elitisti democratici] in Gramsci l’aspetto dell’ aggressione dal basso dello Stato nemico, del processo molecolare per cui si arriva a creare un dualismo di potere, la ricerca di nuovi istituti ed articolazioni delle masse, partendo dal luogo di lavoro, sono non meno prevalenti e costanti, almeno come punto di partenza , come procedimento non solo concettuale ma di azione”[57].
Ma secondo Spriano questo distacco da Lenin verrà sottolineato da Gramsci non come allontanamento dal leninismo “ma come una sua applicazione a società politiche e civili, quali quelle occidentali, che richiedono una più complessa articolazione della strategia rivoluzionaria”[58].

In complesso, rispetto al tema di questo paragrafo e cioè la presunta accettazione di Gramsci della violenza come levatrice della storia, come sostenuto dal Dott. Caprioglio, mi sembra che le citazioni e gli elementi raccolti facciano emergere un quadro di Gramsci sicuramente come rivoluzionario, e non come riformista (come era al tempo del dibattito il Partito Comunista al quale, molto probabilmente, il Dott. Caprioglio apparteneva), ma non necessariamente violento. Accettava l'uso della violenza nel caso che la classe operaia si dovesse difendere dalla reazione violenta delle forze conservatrici nei riguardi dell'avanzamento della sua organizzazione, ed anche di fronte ad iniziative anche non violente da parte di questa (scioperi, boicottaggi, azioni di disobbedienza civile, o simili), ma sicuramente Gramsci non cercava la violenza. Anzi, con tutto il suo lavoro, di istruzione, formazione, organizzazione dal basso (consigli operai), la costruzione di contropoteri di base, la conquista ed ampliamento di casematte interne al sistema capitalista ma che prefiguravano il sistema alternativo, cercava di portare avanti una rivoluzione ben diversa da quella realizzata in Russia da Lenin. E questo avvicina Gramsci più ai teorici nonviolenti che a quelli violenti. Non per niente personaggi importanti della nonviolenza italiana come Aldo Capitini, Danilo Dolci[59], Lamberto Borghi[60], e lo stesso Norberto Bobbio, che pur dichiarandosi “perplesso” e non “persuaso” della nonviolenza considerava questa come l'unica speranza di un futuro migliore[61], hanno considerato Gramsci come loro ispiratore e maestro. C'è da dire comunque, a scusante per il Dott. Caprioglio, che forse l'ipotesi di Spriano, confermata anche dal Manifesto, che il Gramsci degli ultimi di vita, forse anche a causa delle sofferenze della vita carceraria, sia diverso e più maturo rispetto a quello precedente[62], può giustificare questa incomprensione non solo di Caprioglio, ma di tutto il Partito Comunista verso le tesi gramsciane. Da questo punto di vista tornano in mente le argomentazioni di alcuni dei personaggi influenti di questo partito che sono intervenuti ai convegni organizzati dal Movimento Nonviolento su “Marxismo e Nonviolenza nella transizione al socialismo”. Questi tendevano a confondere “nonviolenza” e “riformismo”, ritenendo che l'accettazione del riformismo da parte del loro Partito fosse una scelta nonviolenta, e che la rivoluzione non potesse che essere violenta[63]. E questo del tutto in contrasto con le tesi capitiniane, riprese dal movimento da lui fondato, che ci fosse una terza via (rivoluzionaria ma nonviolenta) che potesse portare il nostro paese, ed anche altri, verso un tipo di socialismo diverso da quelli finora conosciuti, non di tipo “cesariano” come definiva Capitini i regimi comunisti dell'Est Europa, una via, cioè, non ancora sperimentata, ma che potrebbe riaprire la strada a quel liberal-socialismo autogestito che Capitini voleva promuovere.

3) Le critiche di Gramsci al pacifismo. Riprendendo e sviluppando alcune tesi da me sostenute anche nei miei appunti del 1992, risponderei così a queste critiche: a prima vista questo “sospetto” di Gramsci verso il pacifismo, e questa sua denigrazione di posizioni pacifiste viste come utopie astoriche in cerca della 'pace perpetua' potrebbe sembrare un giudizio negativo anche nei riguardi della nonviolenza. In realtà egli non fa che distinguere tra pace come “assenza di guerra”, la cosiddetta pace negativa, e “pace positiva”, che implica rapporti sociali ed internazionali non basati sulle ingiustizie, lo sfruttamento e le ineguaglianze (che sono quelle che Galtung ha definito come “violenza strutturale”[64]), come fanno anche i movimenti nonviolenti che contro questi due tipi di violenza stanno continuamente lottando. La posizione di Gramsci mostra infatti le incongruenze di un pacifismo che vede la pace solo come assenza di “violenza diretta”, e che non tiene in alcun conto, invece , della “violenza strutturale” che sta diventando sempre più forte, anche grazie al cosiddetto processo di “globalizzazione”, e che utilizza il pacifismo come “cortina fumogena” per non fare emergere le sue contraddizioni. In questo giudizio perciò, invece di un distacco, si può vedere una ulteriore conferma della mia ipotesi di partenza e cioè dell'affinità del pensiero di Gramsci con quello nonviolento. Questa affinità potrebbe emergere ancor più chiaramente con molte citazioni, che qui non faccio per non allungare troppo questo saggio, sia di Gandhi che di Capitini che cercano di distinguere in modo molto netto la nonviolenza dalla pace come assenza di conflitto, mostrando come la nonviolenza stessa non sia una assenza di conflitto ma un modo nuovo, e spesso anche più efficace[65], di combattere contro i soprusi e le ingiustizie , e come la nonviolenza non sia una “negazione della violenza”, ma un suo ”superamento”, un tentativo cioè di ottenere certi valori, come la verità, la giustizia, l'equità , l'autogestione, il socialismo, per i quali lottava anche Gramsci, anche senza l'uso della violenza diretta, ma con il coinvolgimento attivo di tutta la popolazione, specie di quella più emarginata e che ha perciò più interesse ad un cambiamento radicale, e dal basso, del nostro e di altri paesi europei e mondiali .

In conclusione mi sembra che in Gramsci ci siano alcuni elementi di quella che Capitini ha chiamata “la terza via al socialismo”[66], che non è né una rivoluzione armata né il riformismo ma è la “rivoluzione nonviolenta dal basso”: c’è infatti in Capitini la presa di coscienza della importanza della base, delle organizzazioni di base nelle scuole, nelle fabbriche, nelle campagne. Non per nulla Bobbio, parlando del sessantotto, ha detto che tutte le tematiche del movimento, tranne quelle della violenza portata avanti solo da una parte di questo, erano in Capitini stesso, e cioè: l'importanza della partecipazione, il ruolo centrale dell’assemblea e del potere di tutti nelle prese di decisione, la centralità delle organizzazioni di base.

E' chiaro, comunque, che questo è proprio l’inizio di un dibattito che dovrebbe continuare, non solo con gli interlocutori iniziali, ma anche con altri relatori. Per esempio solo i rapporti tra Gramsci e Capitini meriterebbero una relazione apposita perché Capitini dedica a Gramsci una decina di pagine sull’educazione aperta, mentre ne dedica solo 3 a Salvemini ed anche meno ad altri importanti educatori. Quindi Capitini, anche se, per vari aspetti (come per la centralità del Partito che Capitini non accetta preferendo i movimenti, e la pluralità di centri dal basso, come i COS, ai partiti) se ne distacca e lo critica, considera però Gramsci come uno dei più importanti educatori e maestri. Ed anche Dolci trova in Gramsci molti insegnamenti in rapporto al concetto di “maieutica” da lui promosso e sviluppato.

Ma vorrei concludere con l’immagine di Gramsci sull’acqua, che lui amava andare ad osservare nei ruscelli anche da bambino. Gramsci dice che se l’acqua può disperdersi dappertutto non è una forza, ma se l’acqua è incanalata in un ruscello assume una forza immensa. La regolazione, l’incanalamento, la disciplina e l'autodisciplina sono, per Gramsci, un elemento fondamentale della presa di forza. E questo, credo, sia un grosso insegnamento anche per la nonviolenza: se questa resta una nonviolenza generica, se discute tanto ma non agisce, non è affatto una forza, ma se studia bene i suoi obbiettivi (sia di lotta che costruttivi-alternativi, ma insieme gli uni con gli altri), se programma seriamente le sue azioni e le sue lotte, se diventa una nonviolenza specifica (nel senso detto da Pontara), e prepara bene i suoi militanti ad essere determinati e portare avanti azioni, talvolta anche rischiose, ma nonviolente, può essere una forza rivoluzionaria notevole e può realmente aiutarci a raggiungere una società diversa, più umana, più giusta, più ecologica, e direi anche, più gramsciana.

Note

1 F. Fukuyama, La fine della storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992.
2 G. Pontara, “Esiste una terza via al socialismo?”, in, Movimento Nonviolento, a cura di, Nonviolenza e Marxismo, Libreria Feltrinelli, Milano, 1981. Di questo stesso studioso si vedano anche la cura e l'introduzione a, M. K. Gandhi,Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino, 1973, riedito con aggiornamenti nel 1996; la voce “Nonviolenza”, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, a cura di, Dizionario di politica, Utet-Tea, Milano, 1990; Guerra, Disobbedienza civile, Nonviolenza, Ediz. Gruppo Abele, Torino, 1996, L'antibarbarie: La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, Ediz. Gruppo Abele, Torino, 2006, ripubblicato, nel 2008, come allegato al giornale L'Unità.
3 N.Bobbio, articolo su “Il Ponte” riprodotto in, Movimento Nonviolento, a cura di, Marxismo e Nonviolenza, Editr. Lanterna, Genova, 1977, p.14. Per un quadro riepilogativo, con aggiornamenti, di questo e del successivo dibattito sullo stesso tema organizzato dal Movimento Nonviolento, si veda: A. L'Abate,”Marxismo e Nonviolenza nella transizione al Socialismo”, in , a cura del giornale “Liberazione”, Agire la nonviolenza: prospettive di liberazione nella globalizzazione, Ediz. Punto Rosso, Milano, 2004, ripubblicato in, A. L'Abate, Per un futuro senza guerre, Liguori, Napoli, 2008.
4 Movimento Nonviolento, a cura di, Marxismo e Nonviolenza, citato, pp.7-8.
5 Sui fatti della Cecoslovacchia si vedano: Z. Ziynar, A. Dubcek, Che cosa fu la 'Primavera di Praga' ?- Idee e progetto di una riforma politica e sociale, Lacaita Edit., Manduria (Ta.), 1989; e R. Richta, Progresso tecnico e società industriale, Jaka Book, Milano, 1977. Richta è un filosofo-sociologo cecoslovacco che ha usato per primo il termine “socialismo dal volto umano” ed ha diretto un gruppo di lavoro che ha elaborato un interessantissimo documento, in appendice al suo libro prima citato, su: “Per un nuovo modello di socialismo”.
6 Sulle lotte nonviolente della popolazione di quel paese contro l'occupazione militare delle forze armate russe si veda: G. Sharp, Politica dell'azione nonviolenta, Ediz. Gruppo Abele, Torino, 1985/86, 3 voll.. Le pagine che riguardano questa resistenza sono nel vol. I, pp.158-160.
7 Si vedano di G. Nardone, Il pensiero di Gramsci, De Donato, Bari, 1971; e, L'umano in Gramsci, Dedalo Libri, Bari, 1977.
8 Si vedano i testi di A. Gramsci curati da S. Caprioglio, L'Ordine Nuovo: 1919-1920, Einaudi, Torino, 2a Ediz. 1948; Cronache Torinesi: 1913-1917, Einaudi, Torino, 1980; La città futura, Einaudi, Torino, 1982.
9 Libri Siciliani, Palermo, 1970.
10 Einaudi, Torino, 1947, riedito, in edizione più completa curata da S. Caprioglio e E. Fubini, dalla stessa casa editrice nel 1975. Nel 1987 le “Lettere dal Carcere” sono state ripubblicate e distribuite, in due volumi, dal giornale L'Unità, con due prefazioni, al I volume di P. Spriano, al II di V. Gerrattana.
11 Ediz. Critica dell'Istituto Gramsci, a cura di V. Gerrattana, Einaudi, Torino, 1975, 4 voll.
12 R. Rolland, Al di sopra della mischia, Fabbri Edit., Milano, 1965.
13 R. Rolland, Mahatma Gandhi, Librairie Stock, Paris, 2a ed., 1924.
14 A. Capitini, Educazione aperta, La Nuova Italia, Firenze, 1967, 2 voll. Le citazioni di Gramsci si trovano in varie pagine: I vol. p. 8, II vol. pp.61-62, 293-295, ed altre. Ma in quasi tutti gli scritti di Capitini Gramsci viene citato almeno una volta. Nel suo, Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze, 1969, ci dedica varie pagine (p.111 e segg.), ma oltre a vari apprezzamenti, in particolare Capitini dice di aver preso da Gramsci l'idea del controllo dal basso di coloro che stanno al potere, ci sono anche alcuni distinguo (sul ruolo del partito, su quello della forza, ecc. ecc.).
15 Scrive V. Gerrattana nell'introduzione al II volume delle Lettere dal carcere, edite dall'Unità, citato: “” Io sono sempre stato dell'opinione che la verità abbia in sè la propria medicina” così [scrive Gramsci] in una...lettera alla moglie...(5 novembre 1936)... il contesto è dato dai rapporti privati, sentimentali, ma è lo stesso principio che spinge Gramsci a sottolineare nei Quaderni, che “nella politica di massa dire la verità è una necessità politica”. Nel pubblico e nel privato, nella politica e nei rapporti personali, non dire la verità quando si parla, e si può parlare, è sempre, indipendentemente dalle situazioni, fonte di inganni e di conseguenze disastrose” p.14. Questa importanza data da Gramsci alla verità in politica lo avvicina di più ai nonviolenti (Gandhi, M.L. King, Capitini, ecc.) che a Machiavelli, pur da Gramsci studiato a fondo, che subordina la verità al fine da perseguire.
16 Don L. Milani, L'ubbidienza non è più una virtù, Libreria Editr. Fiorentina, Firenze, 1983.
17 A. Gramsci, Quaderni del carcere, citato, Vol. II, p.708.
18 M. Correggia, Manuale pratico di ecologia quotidiana, Mondadori, Milano, 2000.
19 M. Yunus, Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano, 5a ed., 2003.
20 Per un progetto di sviluppo alternativo al capitalismo, che si basi su uno sviluppo sostenibile, sulla solidarietà, sull'equità tra uomo e donna, sul rispetto dei diritti delle generazion future, si veda: J.Friedmann, Empowerment, verso il potere di tutti: una politica per lo sviluppo alternativo, Ediz. Quale Vita, Torre dei Nolfi (Aq.), 2004; con una nuova introduzione, allegata, del 2005.
21 Gramsci non parla tanto di consenso ma di decisioni prese all'unanimità. Parlando della mancanza di questa egli scrive: “Da tutta l'esperienza della rivoluzione russa risulta che l'assenza di unanimità nelle grandi votazioni pubbliche determina atteggiamenti speciali in mezzo alle grandi masse; gli avversari politici si polarizzano verso la minoranza, ne allargano e generalizzano la posizione....compiono tutto un lavoro di agitazione che può divenire estremamente pericoloso in un momento determinato” in “Scritti politici”, citato, p. XX. Sul metodo del consenso nella azione nonviolenta si veda invece l' articolo di R.Tecchio, “Il metodo del consenso nella teoria e nella pratica”, in A. L'Abate, a cura di, Giovani e Pace, Pangea Ediz., Torino, 2001. C'è da dire comunque che tra decisioni all'unanimità e metodo consensuale ci sono notevoli differenze, il primo si presta talvolta all'intolleranza verso i devianti, quelli che non sono d'accordo con la maggioranza, mentre il metodo del consenso prevede forme decisionali che salvano la possibilità di quelli in disaccordo di esprimere, anche per scritto, il loro dissenso ed eventualmente partecipare, con azioni diverse ma strategicamente collegate, all'iniziativa intrapresa.
22 E' una tesi questa confermata anche da P. Spriano, op.cit., e dalla R. Rossanda, de “Il Manifesto”. Altri autori, come la Maciocchi, nel libro citato, e M. Salvadori (in , Gramsci ed il problema storico della democrazia, Einaudi, Torino, 2a ed. 1973, p. 140) sostengono invece l'unitarietà del pensiero gramsciano.
23 Editrice Laterza, Bari, 1937. Il libro è stato ripubblicato da Cappelli, Bologna, nel 1990.
24 Su questi aspetti del pensiero di Capitini si legga il suo: Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze, 1969; altra ediz., Guerra Edit., Perugia, 1999.
25 La teoria del potere della nonviolenza è illustrata nel modo molto chiaro ed esaustivo nel primo volume della trilogia di Gene Sharp, su “La politica della azione nonviolenta”, già citato. La validità di questa teoria è stata confermata da molte delle rivoluzioni a-violente avvenute nell'ultimo secolo (Sud Africa, Polonia, Cecoslovacchia, Germania dell'Est, ecc.) nelle quali la forza per il cambiamento del regime è venuta dalla grande partecipazione di base.
26 Capitini a pag 111, del suo testo, Educazione aperta, citato
27 Ibid. Il testo di Bobbio citato viene dalla sua relazione.”Gramsci e la concezione della società civile” presentata al Congresso sardo di studi gramsciani del 1964.
28 Sul marxismo terzomondista si veda soprattutto S. Amin, Imperialismo e rivoluzione socialista nel Terzo Mondo, Angeli, Milano, 1979.
29 Caprioglio non cita la fonte di questa frase che viene probabilmente da uno dei saggi da lui curati sugli scritti torinesi di Gramsci.
30 Un comunista molto vicino alla nonviolenza, non citato da Caprioglio, che ha insegnato all'Università di Palermo, e che, anche con sua moglie Adele, ha dato un grosso contributo al lavoro di Danilo Dolci e dei suoi collaboratori a Cortile Cascino di quella città, è Lucio Lombardo Radice. Nella sua relazione, intitolata “Aggiunta nonviolenta alla rivoluzione socialista” al II convegno su Marxismo e Nonviolenza organizzato a Perugia dal Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, ha detto tra l'altro:”Il marxista aperto, non dogmatico – cioè il marxista! - deve oggi fare sue le 'tecniche della nonviolenza' che costituiscono, l'aggiunta nonviolenta alla rivoluzione socialista”. Si veda,Nonviolenza e Marxismo, citato, pp. 90-93.
31 Devo dire comunque che, malgrado la mia risposta fosse molto più breve e molto meno argomentata che in questo testo, la mia gioia più grande è stata il fatto che i parenti di Gramsci che vivono in Sardegna e che erano venuti all'incontro venissero, alla fine del dibattito, ad abbracciarmi ed a ringraziarmi per il mio intervento e per la mia interpretazione del pensiero del loro amato Antonio.
32 A. Gramsci,”Oppressi ed oppressori”, in, Scritti politici, a cura di P. Spriano, citato, p. 5.
33 Questa citazione di Gramsci, è riportata a p. 131 dalla Maciocchi nel suo testo citato, che non dà però la fonte del testo né la sua data. Sembra comunque che sia stato scritto nel 1929.
34 A. Gramsci, “Tre principi, tre ordini “, in, Scritti politici, a cura di P. Spriano, citato, pp.45-46.
35 A. Gramsci, “Oppressi ed oppressori”, in, Scritti politici, a cura di P. Spriano, citato, p. 4
36 A. Gramsci, “La Lega delle Nazioni”, in, Scritti politici, a cura di P. Spriano, citato. p. 97.
37 Ibid. pp. 98-99.
38 Ibid., p. 98.
39 M. A. Maciocchi, Per Gramsci, Il Mulino, Bologna, 1974, p. 59.
40 Ibid. p. 61.
41 Ibid. p. 61.
42 In, Quaderni del Carcere, citato, Vol. II, p. 866.
43 M.A. Maciocchi, Per Gramsci, cit., p. 103.
44 A. Gramsci, “Margini” in, Scritti politici, a cura di P. Spriano, citato, p. 55. .
45 A. Gramsci, “L'autocritica e l'ipocrisia dell'autocritica”, riprodotto nel libro di M.A. Maciocchi, citato, il testo è a p. 98. Questo tema mette in luce la divergenza tra i nonviolenti, che ritengono la disobbedienza civile come una delle armi fondamentali della loro azione (da usare, come indica Pontara, solo dopo aver utilizzato altre armi meno radicali) e N. Bobbio che, identificando la nonviolenza con la democrazia non riusciva ad accettare questo strumento di lotta. Su questo si veda: G. Pontara, Guerra, Disobbedienza civile, Nonviolenza, citato, e A. L'Abate, “In memoria di Norberto Bobbio, 'perplesso' della nonviolenza, maestro della democrazia civile”, in, Azione Nonviolenta, Maggio, 2004.
46 A. Gramsci, “Gli indifferenti”, (apparso su, La città futura) nel libro curato da Spriano citato, p. 47.
47 La citazione gramsciana è riportata in M.A.Maiocchi., op. cit. p. 114; ma manca una indicazione puntuale da dove il testo è ripreso, forse dalla continuazione del testo riportato prima, e cioè il rapporto di Gramsci al Comitato Centrale del PCI del 2/8/1926 (Archivio del PCI, 1926,393/43-48).
48 M. A.Maciocchi, Per Gramsci, op.cit., p. 62
49 A. Gramsci, Scritti giovanili, Einaudi, Torino, 1956, pp.149-150.
50 M. A.Maciocchi, Per Gramsci, op.cit., p. 114.
51 A. Gramsci, “Due rivoluzioni”, 5 luglio 1920, in , Ordine Nuovo, pp. 134-140, citato in M.A. Maciocchi. op.cit. p.110.
52 M.A. Maciocchi, Per Gramsci, op.cit., p.110.
53 A.Gramsci, Quaderni del carcere, citato, vol. III, pp.1566-67. Ed in una altra annotazione, sempre nei “Quaderni” (Vol.II , p. 860) dopo aver sostenuto come anche nell’arte militare, nei paesi avanzati industrialmente e civilmente, le guerre manovrate hanno solo una funziona tattica e non più strategica, sostituite in gran parte dalla guerra di posizione, scrive: “La stessa riduzione deve avvenire nell’arte e nella scienza della politica, almeno per ciò che riguarda gli Stati più avanzati, dove la 'società civile' è diventata una struttura molto complessa e resistente alle 'irruzioni' catastrofiche dell'elemento economico immediato (crisi, depressioni,ecc.) le superstrutture della società civile sono come il sistema delle trincee nella guerra moderna”.
54 A.Gramsci, Quaderni del carcere, citato, vol. II, p. 973.
55 Maciocchi, op.cit. p. 126.
56 P. Spriano, introduzione a A. Gramsci, Scritti Politici, citato, p. XIV.
57 Ibid. p. XVI.
58 Ibid. p. XVII.
59 Importanti le pagine dedicate da Dolci a Gramsci come maestro di maieutica, l'arte che lo stesso Dolci cercava di promuovere. Si veda: D. Dolci, La struttura maieutica e l'evolversi, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze), 1996,pp.108-117.
60 Di questo noto pedagogista fiorentino si veda la relazione”Educazione e scuola in Gramsci” presentata al Congresso Internazionale di Studi Gramsciani, Cagliari, 23-27 aprile 1967.
61 Si veda su questo: A. L'Abate, “In memoria di Norberto Bobbio, perplesso della nonviolenza, maestro della democrazia civile”, già citato.
62 Questa ipotesi è adombrata da Spriano nella sua introduzione al libro di scritti politici di Gramsci da lui curata, già citata. La Rossana Rossanda, in un articolo su il Manifesto, citato dalla Maciocchi a p. 85 del suo volume, vede, nel pensiero gramsciano, tre fasi distinte che corrispondono a tre fasi storiche: 1) Il Gramsci .dei consigli che egli tende ad identificare addirittura nella rete del partito, senza alcuna dialettica tra politico e sociale; 2) il Gramsci che, fallita la rivoluzione italiana, 'scopre' l'URSS, vede che è ben diversa da quella che lui credeva nella “Rivoluzione contro il Capitale”, e che cerca di elaborare una real-politica per l'Europa; 3) il Gramsci dal carcere che riflette ex-novo: sul tipo di società europee, sulla guerra di posizione e di movimento, distaccandosi dall'impostazione dell'Internazionale di quel periodo, vale a dire quella di 'classe contro classe'”.
63 Questa è la tesi sostenuta da A. Minucci, allora direttore di “Rinascita”, ed appoggiata, in quello stesso convegno, anche da Badaloni, un noto filosofo che è stato sindaco comunista del Comune di Livorno. Al contrario Lelio Basso, altro marxista ma non legato a quel partito, che pure aveva partecipato a quel convegno, ha sostenuto la tesi esattamente contraria, e cioè che nei paesi del terzo mondo, non democratici e dittatoriali, l'unica strada possibile era quella della rivoluzione armata, mentre nei paesi democratici a capitalismo avanzato la strada principale era quella della rivoluzione nonviolenta, una tesi molto più in sintonia con le idee gramsciane di cui abbiamo parlato.
64 Sulla violenza strutturale si veda: J. Galtung, T. Hoivic, “Structural and direct violence: a note on operationalization”, Journal of Peace Research,1, 1971.
65 Sulla efficacia delle lotte nonviolente che stanno cambiando la storia contemporanea si vedano: P. Ackerman, J., Duval, A force more powerful: a century of nonviolent conflict, Palgrave, New York, 2000, ed anche i documentari che corredano questo volume (Una forza più potente), tradotti anche in italiano e distribuiti dalla rivista “ Azione Nonviolenta”, che illustrano le lotte nonviolente vincenti dell'India, Sud Africa, Stati Uniti, Cile, Danimarca, Polonia. Si vedano anche i volumi: J. Galtung, Pace con nezzi pacifici, Esperia Ediz., Milano, 2000, e, A. L'Abate, Per un futuro senza guerre, Liguori, Napoli, 2008.
66 Si veda di A. Capitini, soprattutto il saggio. “Il posto dell'Europa nel mondo” in A. Capitini, Educazione Aperta, La Nuova Italia, Firenze, 1967, Vol. I. Si veda anche, a proposito dei limiti del riformismo, quanto scrive Capitini : ”come può un riformismo soddisfare le esigenze così profonde di rinnovare le stesse strutture, quanto ingiuste, inadeguate, vecchie, della civiltà attuale? Si tratta ben altro che di correzione di particolari, c'è tutto un mondo guasto, e bisogna riconoscerlo anzitutto per tale” in, Italia Nonviolenta,Libreria Internazionale d'Avanguardia, 1949, pp. 99-103. Si veda anche di A. L'Abate “L'aggiunta nonviolenta di Aldo Capitini alla transizione al socialismo”, in, Testimonianze,n. 212, marzo, 1979.