6/2/13

Il giovane Gramsci e la “Guerra Civile Europea”

Salvatore Cingari

Nel recente volume sul pensiero di Antonio Gramsci, curato da Gaspare Polizzi, particolare risalto, per la sua radicalità, riveste la tesi di Bartolo Anglani, secondo cui se Gramsci non si fosse fatto trascinare dal bolscevismo a subordinare l’interesse culturale a quello politico, estenuandolo nel riduzionismo classistico, avrebbe fornito un contributo più importante allo studio della letteratura, così come lasciavano prefigurare una serie di articoli degli anni dieci e così come appare anche dai “Quaderni”, in cui sarebbe stata recuperata una prospettiva “universale”. Nota Anglani che Gramsci, fino a poco oltre la prima metà degli anni dieci, mostra una propensione per i grandi classici “istituzionali”, fondatori di identità nazionali, a prescindere dal loro colore politico, come Shakespeare,
Kipling e Wagner. In Italia la polemica contro una civiltà stagnante e l’assenza di grandi figure che rispecchiassero lo spirito della nazione, avrebbe fatto ripiegare il sardo su autori trasgressivi come i futuristi, Serra, Michaelstaedter, Slataper, Gozzano, ma ciò – secondo Anglani -, non era allora segno di propensioni rivoluzionarie, dato che fuori dall’Italia lo sguardo si allarga ai classici. 

Gramsci anzi non esitava a denunciare il carattere retorico di un autore “democratico” come Victor Hugo. Anglani sembra attribuire a Gramsci una sorta di inclinazione naturalmente “ordinatrice”, riattivata negli anni del carcere, votata all’elaborazione di un modello antropológico liberale, di tipo, diciamo, kantiano-protestante, cadendo forse nel medesimo riduzionismo eticopolitico in cui a suo avviso s'incaglia il Gramsci del periodo “bolscevico”. Il tema liberale dell'autodisciplina individuale, infatti, è sicuramente presente in Gramsci4, ma va qui rilevato che esso non può essere disgiunto né dalla militanza socialista, né dal successivo passaggio “bolscevico”. Se non è escluso che un monitoraggio – più ampio di quello qui presentato da Anglani - dei testi gramsciani di critica letteraria possa denotare, negli anni fra la fine della Grande Guerra e il carcere, un accentuarsi dell’importanza dell’elemento politico nella valutazione estetica, ciò è sicuramente connesso proprio con quella componente universalistica e sovra-politica giustamente rilevata nel saggio in parola. Infatti la soluzione antagonista di tipo leninista, incoraggiata dal clamoroso successo dell’ottobre del ’17, apparve a lui, come a tanti intellettuali europei, la via per rendere veramente universale il senso dei classici. Se per Gramsci il problema politico era innalzare al livello dell’alta letteratura ampie masse di soggetti da sempre impediti ad accedere ai beni dello spirito, è soltanto con la rivoluzione proletaria che, a quell’altezza cronologica, sembrava possibile realizzare quella che Walter Benjamin avrebbe definito la democratizzazione dell’estetica (anche in questo modo, del resto, può essere inteso il percorso di un'altra grande figura della terza internazionale: George Lukács). Lo sguardo Főr Ewig dei “Quaderni dal carcere” non va letto cioè come una sorta di ritorno ad una saggezza depoliticizzata dopo una parentesi particolaristica. Se è vero che Lenin escludeva una parte della popolazione dai diritti politici e ne comprimeva le libertà civili, la prospettiva (certo poi ben lontana dall’esser stata coronata dal successo) era allora quella di superare la differenza di classe in una società in cui la libertà dal bisogno avrebbe marxianamente consentito ai singoli individui di emancipare le proprie energie creative. Lo stesso Anglani sottolinea, peraltro giustamente, l’attenzione gramsciana per l’irripetibilità del singolo individuo. L’esito bolscevico sembra quindi un approdo del tutto comprensibile per chi da un lato si nutriva dei classici della letteratura mondiale e, dall’altro, mirava alla giustizia sociale ritenendo che fosse particolarmente urgente suscitare, nella gattopardesca e semi-feudale Italia, quegli stimoli conflittuali che, sul piano dell’arte e della letteratura per ristrette élites, immettevano le avanguardie. Anglani è consapevole – e lo sottolinea più di una volta – che nelle pagine giovanili Gramsci esprime una concezione integralmente politica, sebbene non strumentale, dell’arte, proprio nella sua capacità autonoma e disinteressata di innalzare il livello di vita delle persone. Ma è proprio a partire da questa premessa che egli si getta poi nel labirinto “quantitativo” della rivoluzione: per cercare di creare le condizioni oggettive per offrire a tutti pari opportunità di accesso alla dimensione qualitativa. Anglani sembra rimuovere che fra il giovane Gramsci, la Città Futura e l’Ordine Nuovo c’è di mezzo la Grande Guerra, ovvero quell’evento in cui i corpi degli operai e dei contadini europei vennero utilizzati non più solo come merce, ma come puro e quantitativo valore d’uso bellico. E’ anche in questo contesto che trova incubazione il comunismo “militare” di Lenin così come può trovare fertile terreno di consenso l'opposta ma altrettanto frontale critica nazista del liberalismo “borghese”.

Quanto detto sinora mi sembra confermato dalla puntuale e illuminante ricostruzione recentemente effettuata da Leonardo Rapone dell'itinerario gramsciano fra il 1914 e il 1919. Rapone insiste infatti su come la formazione idealistico-umanistica del sardo non sia affatto in discontinuità con lo sfocio “boscevico” del dopoguerra, nella misura in cui la scelta di “classe” era operata per realizzare, attraverso quel particolarismo, una universalizzazione del patrimonio di valori classici a tutta la base sociale. Un universalismo in chiave non solo sociale, ma, anche, internazionale, nella misura in cui il proletariato rifiutava l'identità patriottica, che non rappresentava più il patrimonio storico dell'umanesimo, ma lo mutilava negandone la vocazione a esprimere l'essenza e i bisogni dell'umanità nel suo complesso.

Non credo del resto che – come fa Anglani - si possa liquidare come un “pistolotto” ed esempio del carattere politicamente strumentale che avrebbe assunto la lettura gramsciana delle opere letterarie, l’intervento su Casa di bambola di Ibsen nell’interpretazione di Emma Grammatica, con tutta la sua tematizzazione sociologica dell’indifferenza del pubblico torinese per il dramma di Nora, quale specchio dell’arretratezza morale della borghesia italiana. Ma il tema era cruciale proprio in un’ottica pre-politica: l’incapacità degli italiani di comprendere non solo il senso della parità di genere, ma il valore stesso dell’autonomia del soggetto chiama in causa un’estraneità delle classi dirigenti italiane alla modernità, che è ben al di qua della polemica classista. Lo stesso Croce, teorico principe dell’autonomia del momento estetico, aveva centralizzato la questione occupandosi degli scandinavi, passando da un’iniziale attenzione “liberale” per le nuove tendenze, negli anni novanta dell’Ottocento, alla difesa, all’opposto di Gramsci, del conservatorismo della borghesia italiana e alla denuncia di chi inoculava semi di critica nelle sue pratiche esistenziali.