6/2/13

Fra Marx e Althusser / La ricostruzione proposta da Jacques Bidet: del passaggio marxiano dal mercato al capitale

Giorgio Cesarale

L'articolo intende ricostruire nelle sue ragioni di fondo l'interpretazione del Capitale che Jacques Bidet, nel corso degli ultimi vent'anni, ha proposto alla nostra attenzione. Questa lettura interpretativa si caratterizza in senso fortemente anti-dialettico, poiché si ritiene che, con la costruzione del meccanismo epistemologico del Capitale, Marx abbia rotto in profondità con le precedenti presupposizioni dialettiche dei Grundrisse. Nel corso dell'articolo si passano in rassegna i principali argomenti di Bidet, per poi approdare all'analisi delle sue affinità con il pensiero di Louis Althusser

I

Interpretazione struttural-costruttivistica del passaggio marxiano dal mercato al capitale - Confronto con Bidet sulle funzioni logiche della tesaurizzazione e della formula D - M - D  -  I concetti di “forma” e “formula” si distinguono?

Nel contesto degli studi e delle indagini su Marx degli ultimi vent’anni l’operazione interpretativa messa in atto dallo studioso e filosofo francese Jacques Bidet serba un particolare ed eminente valore. A partire dalla sua opera di esordio, Que faire du Capital ?[1], fino ad arrivare alla sua ultima e significativa fatica, Théorie générale[2], Jacques Bidet ha provato a rimettere a fuoco e, in qualche modo, a riconfigurare, la complicata e delicata questione del rapporto che Marx ha istituito fra l’ordine dei rapporti mercantili e l’ordine dei rapporti capitalistici. Questione, innanzitutto, teorica: individuare i meccanismi di cui Marx si è avvalso per mettere in moto il passaggio dal mercato al capitale chiama, di nuovo, in causa la vexata quaestio del senso e dello statuto della scientificità del Capitale; poi, questione politica: dalla corretta configurazione del rapporto fra mercato e capitale dipende, in gran parte, la risoluzione della querelle se al socialismo debba essere ascritta solo una forma pianificata di organizzazione economico-sociale, o se, al contrario, esso possa e debba comporsi anche di forme mercantili di regolazione e coordinazione. 

Sottoponendo, in particolare, ad indagine il rapporto istituito da Marx fra mercato e capitale nella fase matura della sua produzione teorica, quella che va dai Grundrisse al Capitale, Bidet ha segnato uno scarto rispetto alla ricerca teorica marxista egemonica in Francia dal finire degli anni ’60 agli inizi degli anni ’80: quella ispirata da Louis Althusser. Il meritevole impegno programmatico assunto, infatti, dalla scuola althusseriana a scavare nel corpus marxiano al fine di portare alla luce le grandi architetture epistemologiche che avevano reso possibile la novità della scienza marxiana aveva, tuttavia, tenuto in ombra il concreto dispiegarsi entro il Capitale delle catene logiche di mediazione fra una categoria ed un’altra, fra un livello espositivo e un altro. Certo, la distinzione che Althusser, memore della disposizione spinoziana in parallelo fra ordo idearum e ordo rerum, aveva operato fra oggetto teorico e oggetto reale, ciascuno  dei due con il proprio particolare meccanismo di produzione ed esposizione, promuoveva di fatto le condizioni adeguate per una rinnovata attenzione alle modalità di esposizione logica adottate nel Capitale. In forza di questo chorismós fra oggetto teorico e oggetto reale, Althusser si era, quindi, predisposto ad intendere il senso e la funzione del concetto  marxiano di Darstellung. Vedeva, infatti, bene che non se ne poteva fornire un resoconto adeguato se non accoppiandolo in via oppositiva con quello di Vorstellung[3]. Ma vedeva meno bene allorché lo inscriveva esclusivamente nel quadro della causalità metonimica o strutturale, mettendo da canto le sue risonanze idealistiche, che pur fecondano in profondità la scienza marxiana. E così in Marx non è solo rilevabile un concetto di Darstellung come causalità immanente, esemplato sul rapporto spinoziano fra Dio e modi, ma anche, e forse più, un concetto di Darstellung come esposizione all’interno della quale ogni categoria od ogni livello prendono senso solo in virtù della sede e della posizione detenute nel corso dello sviluppo concettuale e del modo logico attraverso il quale guadagnano il passo dalle categorie precedenti e lo cedono a quelle successive. È il concetto diDarstellung che si sedimenta nell’idealismo tedesco dalla Dottrina della scienza del 1794 di Fichte fino alla Scienza della logica hegeliana. Ma di fronte a ciò Althusser si mostrò sempre assai poco sensibile. Un tale concetto di Darstellung doveva parergli troppo a rischio di storicismo, e cioè troppo esposto al pericolo di imprimere una direzione finalistica al processo logico. A venirne fuori non sarebbe che quella che egli chiama, con un misto di ironia e disprezzo, la storia dell’Origine e della Fine. I suoi  imbarazzi a rendere ragione della esibita tessitura, per così dire, “speculativa” della deduzione marxiana della forma di valore, manifestano ed esemplificano bene questa difficoltà[4]. Con Que faire du Capital? Bidet ha, invece, affrontato di petto, eludendo il “non luogo a procedere” althusseriano, la questione della qualità dell’ordine di esposizione delle categorie nel Capitale, a muovere da un esame, il più possibile rigoroso ed accurato, della sua preistoria: gli sterminati materiali ed abbozzi di critica dell’economia politica che il pensatore di Treviri ha prodotto con gettito continuo dal 1857-58 in poi[5].  

Ma, dicevamo, affrontando la questione del rapporto fra mercato e capitale Bidet ha, nel contempo, contribuito a rendere più incerta la consapevolezza circa l’esclusiva intrinsecità del piano al socialismo e, correlativamente, del mercato al capitalismo. Gli esiti, come vedremo fra poco, della sua lettura, e cioè la liquidazione della consequenzialità logica fra mercato e capitale, smuovono il consolidato paesaggio teorico su cui il movimento operaio ha innestato la sua azione politica. Concependo, infatti, il mercato come un ordine potenzialmente separabile dal capitalismo, Bidet legittima, sul piano teorico, progetti di alternativa al sistema capitalistico non necessariamente legati alla forma-piano, e capaci di combinarsi anche con forme mercantili di regolazione economico-sociale. Su questo terreno, l’accostamento vien quasi da sé, Bidet incontra le esigenze e le mozioni teoriche espresse da un’altra corrente “eretica” del marxismo degli ultimi anni, il marxismo “analitico” di matrice anglo-sassone[6]. Tutta la ricerca sui “modelli di socialismo”[7] , sul “socialismo di mercato”[8] etc., che, entro quest’ultimo ambito, è stata eseguita, si muove su un orizzonte problematico molto affine a quello di Bidet.

Il tema del rapporto fra mercato e capitale occupa un posto di rilievo in tutte e tre le opere più importanti di Bidet: nella sua opera di complessiva reinterpretazione della teoria marxiana, Que faire duCapital?, ma anche nei suoi testi più “costruttivi”, Théorie de la modernité e Théorie générale, quelli in cui egli ha cercato di elaborare una teoria generale della modernità in cui confluiscano, e trovino un punto di critica e arricchimento reciproci, contrattualismo e marxismo. Noi, tuttavia, faremo quasi esclusivo riferimento al modo in cui la teoria marxiana del rapporto fra mercato e capitale ha trovato ricezione e analisi presso Que faire du Capital? e Teoria della modernità. Solo qui l’analisi di Bidet ha avuto la possibilità di dispiegare se stessa con tutto lo spazio e l’impegno che la difficoltà della materia esige.

La strategia dimostrativa di Bidet si articola in due tempi. Egli cerca, innanzitutto, di provare l’improduttività e l’inconseguenza delle deduzioni dialettiche del capitale dal mercato contenute nelle prime due stesure dell’opera economica matura di Marx, i Grundrisse e l’Urtext del ’58 di Per la critica dell’economia politica, e, in seconda battuta, di rendere persuasiva l’ipotesi che il Capitale abbia messo in atto una nuova forma di costruzione delle categorie, libera da tutte le scorie dialettiche ed hegeliane. Come, dunque, Marx aveva impostato originariamente nei Grundrisse, secondo Bidet, la forma di movimento delle categorie? “Nei Grundrisse Marx - scrive Bidet - presenta quelle che egli considera le tre funzioni del denaro: la prima è quella di «misura del valore», la seconda è quella di «mezzo di circolazione», la terza è quella di «denaro come denaro». Questa terza funzione corrisponde ai casi in cui il denaro non può essere sostituito da un segno monetario e deve esistere nella sua realtà materiale: tesaurizzazione, pagamento o scambio internazionale. La tesaurizzazione è rappresentata con la sigla D-M-M-D, dove «D» designa il denaro, «M» la merce, «-» lo scambio. Essa costituirebbe simultaneamente l’ultima figura del denaro, figura della «circolazione semplice», ancora sprovvista dell’incremento quantitativo che caratterizza le formule del capitale (D...D’); e la primaforma del capitale, poiché già presenta un significato qualitativo quasi capitalistico, dal momento che il denaro diviene «fine a se stesso» e acquista «un’esistenza autonoma fuori della circolazione». Esso costituirebbe dunque l’anello dialettico tra la semplice circolazione mercantile, di forma M-D-D-M, e la circolazione propriamente capitalistica, di forma D-M-M-D’ ”[9]

Dunque Bidet individua nella tesaurizzazione la figura concettuale che nei Grundrisse si dimostra capace di mediare la circolazione mercantile semplice con la circolazione capitalistica delle merci, di rendere possibile logicamente il passaggio tra questi due livelli concettuali. Tuttavia a Bidet non pare che la tesaurizzazione possa riuscire a svolgere siffatta funzione logica: “La forma D-M-M-D, infatti, non può rappresentare la tesaurizzazione, perché questa, il cui fine è la costituzione di uno stock di denaro a partire da altri beni, non può essere rappresentata che con la semplice sequenza M-D. La forma D-M-M-D resta peraltro in se stessa priva di senso, perché l’attività che essa descrive appare propriamente insensata se non la si corregge in D-M-M-D’. Infatti a che pro comprare e poi rivendere delle merci se non per realizzare un profitto? Ma se la si corregge in D-M-M-D’, essa allora corrisponde propriamente all’attività commerciale, in un quadro capitalistico. E si è già nell’ambito del capitalismo, ma non si è più nell’ambito dei rapporti semplicemente mercantili”[10]. Insussistente logicamente si rivela per Bidet il tentativo di pensare il passaggio dal denaro al capitale secondo il canone dialettico del passaggio al diverso che sia, nel contempo, sviluppo del medesimo. Del fallimento della deduzione dialettica Marx, secondo la ricostruzione offerta da Bidet, se ne sarebbe accorto subito. Fin da Per la critica dell’economia politica e poi via via nei Manoscritti del 1861-1863 e nel Capitale, Marx priva la tesaurizzazione della qualità di anello di mediazione logica fra denaro e capitale e della capacità di poter esser denotata dalla formula D-M-D. Giunti nei “Manoscritti del 61-63 e nel Capitale, D-M-D, sotto forma di D-M-D’, è riservata al capitale. Vi sono ormai due ordini strutturali distinti: l’ordine mercantile, quello dello scambio, M-D-M, e l’ordine capitalistico, raffigurato da  D-M-D’ ”[11].

Ma allora, se non dialetticamente, come si realizza nelle ultime redazioni del Capitale il passaggio dal denaro al capitale? Bidet pensa che esso avvenga per via sintetica, ossia “mediante un intervento costruttivo”[12], per aggiunta di una determinazione non contenuta analiticamente nel concetto di denaro. Onde poter certificare l’abbandono dello svolgimento dialettico delle categorie a favore di quello costruttivistico e sintetico, Bidet sottopone all’attenzione del lettore uno spostamento lessicale che, a suo dire, è intervenuto tra i primi scritti economici e gli ultimi: “Si noterà infatti che la «forma» D-M-D’, di cui gli scritti anteriori cercavano di costituire la genesi dialettica a partire da M-D-M, è ora concepita nel Capitale come una semplice «formula». Basta leggere i titoli del capitolo 4: «La formula generale del capitale», e del capitolo 5: «Le contraddizioni della formula generale del capitale». Non si tratta affatto di «contraddizioni del capitalismo», ma delle contraddizioni delle formulazioni correnti del capitale, rappresentate dalla sigla D-M-D’, indicante una serie di scambi da cui scaturirebbe un sovrappiù. Contraddizioni da cui si esce, dice Marx, solo affermando che una merce (la forza-lavoro) produce più valore di quanto non ne «possegga». In breve solo dispiegando la «formula» D-M-D’ in D-M...P...M’-D’, formula quest’ultima, niente affatto contraddittoria”[13]. Non è possibile, quindi, per Bidet far avanzare il movimento logico delle categorie se non si introduce un elemento nuovo non contenuto in esse. L’elemento nuovo che Marx introduce nel sistema concettuale relativo al sistema mercantile in grado di produrre il passaggio dal mercato al capitale è la riduzione a merce della forza-lavoro.

La dimostrazione del passaggio al capitale sarebbe stata, per Bidet, più perspicua se Marx avesse inaugurato l’esposizione dell’ordine capitalistico immediatamente “ponendo la domanda: «Che cosa accade ora se si suppone che la forza-lavoro sia una merce?». E per rispondervi dovrebbe da una parte attingere alle categorie già stabilite (valore, valore d’uso, scambio, ecc.) ed applicarle alla forza-lavoro, dall’altra parte forgiarne di nuove, proprie a questa «merce» (per esempio, la sua «attitudine a mettersi a disposizione di un altro», e quindi anche a sottrarvisi, ecc.). è questo, del resto, il contenuto della seconda sezione, che opera la transizione dal mercato al capitale. Marx fornisce però queste risposte senza porre quella domanda. Egli giunge infatti ad esse per un’altra via: attraverso una digressione pedagogico-critica. Interpella la coscienza spontanea che, «in un primo momento», non vede nel capitale che un’altra forma della circolazione mercantile, ossia D-M-D. E procede alla critica di questa rappresentazione volgare: dimostra che D-M-D è di natura completamente diversa da M-D-M, poiché ha senso solo come D-M-D’, cioè come incremento di D. Ne mostra in seguito la contraddizione: da una sequenza di scambi non può scaturire un sovrappiù. Si può dare un senso alla formula D-M-D’ solo «costruendo» il concetto di una merce che produce più valore di quanto non ne possegga, merce che non può che essere la forza-lavoro”[14]. La principale conseguenza di questa impostazione del rapporto tra mercato e capitale è che viene liquidata l’immanenza logica del capitale al mercato, ossia, come abbiamo già detto, la considerazione del capitale come sviluppo logico delle determinazioni  racchiuse nel sistema concettuale del mercato. L’articolazione tra mercato e capitale diventa così più aperta e meno predeterminata. Se, infatti, ciò che determina il passaggio al capitale è la mercificazione della forza-lavoro, allora si può ritenere che il campo delle relazioni fra mercato e capitale sia meno univocamente determinato e quindi più soggetto a processi reversibili di quanto ha pensato la tradizione marxista. Tutto viene a dipendere, per Bidet, dallo statuto di merce della forza-lavoro. È solo “nella misura in cui questo statuto si troverà realizzato che si potrà realmente parlare di capitalismo. E questa realizzazione dipende evidentemente dalla capacità dei salariati di resistere alla mercificazione, dalla loro capacità di associarsi e di controllare i processi centrali. Ritroviamo qui associatività e centricità”[15].

Vien subito da chiedersi: trova riscontri oggettivi questa lettura proposta da Bidet del passaggio, costruito da Marx, dal mercato al capitale? Diciamo subito che essa ci pare non del tutto convincente, per ragioni sia filologiche che teoriche. Cominciamo dall’analisi di questioni più propriamente filologiche. Innanzitutto, benché sia vero, come osserva Bidet, che la tesaurizzazione rappresenta neiGrundrisse uno degli anelli di mediazione logica fra mercato e capitale, erronea ci sembra l’idea, sostenuta dallo stesso Bidet, che sia la forma D-M-D nei Grundrisse a costituire, in quanto espressione della tesaurizzazione, la forma di passaggio tra la forma della circolazione delle merci M-D-M e la forma di circolazione capitalistica D-M-D’. È vero, come dice Bidet, ed è merito della sua interpretazione averlo segnalato, che la forma di circolazione D-M-D mentre nei Grundrisse veniva adoperata da Marx per designare il carattere generale della terza e ultima determinazione formale del denaro, quella di rappresentante materiale della ricchezza, nel Capitale è invece studiata come forma prima ed imperfetta della circolazione del capitale. Tuttavia nei Grundrisse il passaggio al capitale non è promosso certo, come Bidet sembra credere in maniera un pò troppo semplificatoria, dalla formula D-M-D, formula di mediazione tra M-D-M, la circolazione delle merci, e D-M-D’, la circolazione capitalistica, bensì da altre e ben più complesse condizioni, di cui avremo modo di parlare fra poco. Di sicuro vi è che la tesaurizzazione svolge nei Grundrisse un ruolo di rilievo nella problematica del passaggio al capitale, ma non perché la formula che dovrebbe esprimerla si assuma il compito di mediare fra circolazione delle merci e circolazione capitalistica, sì perché il concetto di tesaurizzazione espone al massimo grado la contraddizione immanente al concetto di denaro; contraddizione che si toglie solo con il passaggio al concetto di capitale. Come rappresentante generale della ricchezza il denaro “è l’insieme di tutti i valori d’uso”, è valore di scambio universale, capacità di scambiarsi con tutte le merci, dunque cristallizzazione del valore di tutte le merci; “ma in quanto è pur sempre una determinata quantità di denaro [...] il suo limite quantitativo è in contraddizione con la sua qualità”[16]. La realtà del denaro, quella di essere sempre un determinato quantitativo di denaro, contraddice il suo concetto, la sua qualità, quello di rappresentante generale di tutti i valori d’uso. Come si vede, questa contraddizione fra qualità e quantità del denaro non è altro che un tipico caso di contraddizione dialettica fra il concetto e il suo modo di esistenza, la sua realtà. Il modo di esistenza del concetto, la quantità del denaro, incarna in maniera inadeguata il concetto stesso. La tesaurizzazione, in quanto sottrazione del denaro alla circolazione e sua accumulazione, è un modo per togliere e superare questa contraddizione. L’aspirazione del tesaurizzatore, infatti, è quella di disporre della maggior quantità possibile di denaro, di valore di scambio, per potersi appropriare di più ricchezza generale possibile. Il punto è che questo tentativo è ancora rozzo e inadeguato per togliere la contraddizione del denaro. Essa sarà tolta solo quando il concetto di valore riceverà una forma di esistenza più adeguata, il capitale, dismettendo la cristallizzazione particolare del denaro. Questo, in forma concisa, il ragionamento dei Grundrisse. Cambia qualcosa nel Capitale? A nostro parere, no. Qui la tesaurizzazione è, esattamente come nei Grundrisse, figura della terza determinazione formale del denaro e primo ed imperfetto tentativo di togliere la contraddizione fra qualità e quantità del denaro. Si legga, a prova di quanto si sta dicendo, questo passo: “L’impulso alla tesaurizzazione è per natura senza misura. Il denaro è, qualitativamente, ossia secondo la sua forma, senza limiti; cioè è rappresentante generale della ricchezza materiale, perché è immediatamente convertibile in ogni merce. Ma allo stesso tempo ogni somma reale di denaro è limitata quantitativamente, e quindi è anche soltanto mezzo di acquisto di efficacia limitata. Questa contraddizione fra il limite quantitativo e l’illimitatezza qualitativa del denaro risospinge sempre il tesaurizzatore al lavoro di Sisifo dell’accumulazione. Al tesaurizzatore succede come al conquistatore del mondo: la conquista di un nuovo paese è solo la conquista di un nuovo confine”[17]. Di questo testo se ne può appieno valutare il contenuto solo se si tiene presente la differenziazione, ricca di sapienza teorica, che Marx fa tra il concetto di Schranke e quello di Grenze. Schranke, in Marx, è in tanto limite in quanto definisce e designa la natura qualitativa di un concetto, è sua caratterizzazione che, nel contempo, aiuta a circoscriverlo dagli altri concetti. Grenze, invece, nella traduzione italiana talvolta tradotto anch’esso un po’ impropriamente come “limite”, rappresenta sì ancora il limite, ma in quella dimensione per la quale esso ha la possibilità di variare all’interno di un determinato campo, senza che, tuttavia, siano, di questo, varcati il massimo e il minimo. La contraddizione del denaro è tale, perché la qualità del denaro, quindi, in un certo senso, il suo limite, è schrankenlos, senza limiti, mentre la sua forma fenomenica è sempre determinata quantitativamente. Si badi, però, che anche la limitatezza quantitativa del denaro non è qui designata da Grenze, ma da Schranke, perché la necessaria proprietà del denaro di essere determinato quantitativamente connota il suo stesso concetto. Laqualità del denaro, e, di conseguenza, della tesaurizzazione, il suo “limite”, è di essere sempre quantità determinata, limitata[18]. Il limite quantitativo del denaro appartiene, quindi, di diritto, come sua nota essenziale, al suo limite qualitativo.  

A Bidet è sfuggito poi che in un luogo cruciale della deduzione marxiana del capitale dal mercato nel Capitale, e cioè il primo paragrafo del quarto capitolo “Trasformazione del denaro in capitale”, il confronto tra tesaurizzazione e capitale si ripresenta, allo scopo di dimostrare che l’accumulazione capitalistica realizza in forma razionale il medesimo principio sotteso alla fatica del tesaurizzatore: “ilvalore d’uso non deve essere mai considerato fine immediato del capitalista. E neppure il singolo guadagno: ma soltanto il moto incessante del guadagnare. Questo impulso all’arricchimento, questa caccia appassionata al valore, è comune al capitalista e al tesaurizzatore, ma il tesaurizzatore è soltanto il capitalista ammattito, mentre invece il capitalista è il tesaurizzatore razionale. Quell’incessante accrescimento del valore, al quale tendono gli sforzi del tesaurizzatore quando cerca di salvare il denaro dalla circolazione, viene raggiunto dal capitalista, più intelligente, che torna sempre di nuovo ad abbandonarlo alla circolazione”[19]. Al di là di tutte le differenze, e sono differenze essenziali, che dividono il tesaurizzatore dal capitalista, essi sono però uniti dall’identico istinto, impulso, dallo stessoTrieb, quello  della ricerca senza freni del valore di scambio. E deve essere osservato che anche nel Capitale, e non solo nei Grundrisse, il tema del confronto fra tesaurizzatore e capitalista reso possibile dalla condivisione del medesimo Trieb è tema ricorrente e posto, talora, in luoghi chiave dell’esposizione marxiana. Ricorre, per esempio, all’interno del capitolo dedicato da Marx alla “Trasformazione del plusvalore in capitale” (sez. VII, cap. 22, § 2 e 3), entro cioè un contesto teorico che mira a descrivere il meccanismo della riproduzione allargata del capitale, il processo di reinvestimento del plusvalore nell’attività produttiva[20].

Se, dunque, si abbandona l’idea che sia la formula, e non il concetto, della tesaurizzazione nei Grundrisse ad essere fra le condizioni teoriche che promuovono il passaggio al capitale, tutto diventa più chiaro. Del resto c’è una ragione teorica profonda, trascurata da Bidet, che spingerebbe di per sé ad abbandonare questa ipotesi: la contraddizione del concetto di tesaurizzazione, sulla quale Marx si dilunga sia nei Grundrisse che nel Capitale, non riesce ad essere rappresentata da nessuna formula, né da D-M-D né da quella, proposta da Bidet, di M-D. Esse riescono solo a descrivere il movimento formale di sottrazione del denaro dalla circolazione. La contraddizione tra qualità e quantità del denaro, però, di cui il movimento della tesaurizzazione è forma di manifestazione, è, di fatto, irrappresentabile in qualsiasi formula[21]. E le conseguenze negative di questa fiducia di Bidet nella capacità delle formule di riprodurre i contenuti concettuali si fanno sentire anche in altri momenti della sua interpretazione del passaggio marxiano al capitale. Come spiegare la sua altrimenti stupefacente affermazione per cui “La forma D-M-M-D resta peraltro in se stessa priva di senso, perché l’attività che essa descrive appare propriamente insensata se non la si corregge in D-M-M-  D’ ”[22]? Bidet sembra dimenticare, infatti, che Marx si è a lungo diffuso sia nei Grundrisse che nel Capitale sul fatto che la formula D-M-D appare assurda solo se ci si attiene al lato formale di questo tipo di circolazione, ossia al fatto che si scambia un’identica quantità di denaro con una identica quantità di denaro. La circolazione del denaro D-M-D appare certo, dice Marx, “una pura astrazione arbitraria e insensata, quasi che si volesse descrivere il ciclo della vita: morte-vita-morte”[23], ma non si deve commettere l’errore, continua Marx, di fermarsi solo alla determinatezza quantitativa di questo ciclo, perché “questo processo va sceverato nella sua forma puramente qualitativa, nel suo specifico movimento”[24]. E dalla sua forma puramente qualitativa si cavano utili e decisive determinazioni concettuali: 1) “esso [il ciclo] implica già che il denaro non vale né soltanto come misura, né come mezzo di scambio, né come l’uno e l’altro insieme solamente; bensì possiede una terza determinazione. Esso si presenta anzitutto come fine a se stesso, alla cui semplice realizzazione servono il mercato e lo scambio”; 2) “dal momento che con esso [il denaro] qui il ciclo si chiude, esso esce da quest’ultimo, così come la merce scambiata mediante il denaro col suo equivalente viene espulsa dalla circolazione. È verissimo che il denaro, finché è determinato come semplice agente della circolazione, rimane perennemente rinchiuso nel suo ciclo. Ma qui si rivela che c’è ancora qualcos’altro al di fuori di questo strumento di circolazione, e che esso possiede anche un’esistenza autonoma esterna alla circolazione”[25]. Sono quindi il denaro come fine a sé stesso e il denaro come tesoro le determinazioni qualitative che per il Marx dei Grundrisse connotano la circolazione del denaro D-M-D.

Il Marx del Capitale mantiene, benché assai più arricchito, tutto l’impianto di questa  argomentazione correggendolo in un sol punto: slega definitivamente, come abbiamo già rammentato, D-M-D dalla tesaurizzazione. Ma, all’infuori di questa correzione, tutte le tappe del ragionamento dei Grundrisse vengono trasposte inalterate nel Capitale. Anche qui Marx comincia dicendo che “A prima vista esso [il ciclo D-M-D] sembra senza contenuto, perché tautologico. Entrambi gli estremi hanno la stessa forma economica. Entrambi sono denaro, quindi non sono valori d’uso qualitativamente distinti, poiché il denaro è per l’appunto la figura trasformata delle merci, nella quale i loro valori d’uso particolari sono estinti. Scambiare prima cento lire sterline contro cotone e poi di nuovo lo stesso cotone contro cento lire sterline, dunque scambiare per una via indiretta denaro contro denaro, la stessa cosa contro la stessa cosa, sembra un’operazione tanto inutile quanto assurda”[26]. Nondimeno, sebbene per via negativa, il ciclo D-M-D mostra che se tra i due estremi non vi è nessuna distinzione qualitativa, essendo tutti e due denaro, l’unica differenza fra di essi non può che essere quantitativa. La distinzione qualitativa fra i due estremi del ciclo può risiedere solo nella loro differenza quantitativa. Ecco perché la forma completa e corretta del ciclo non può essere che D-M-D’, scambio, mediato dalle merci, fra differenti quantità di denaro. Ma ciò fa risaltare con ancor più evidenza la caratteristica che già emerge dalla semplice circolazione del denaro D-M-D, e cioè che il  motivo propulsore e lo scopo determinante dello scambio del denaro con il denaro è il denaro stesso, è il valore di scambio e non il valore d’uso, come invece accade nella circolazione delle merci[27]. Il valore, dice Marx con una formulazione che ha creato non poco sconcerto e insofferenza in alcuni interpreti, è il “soggetto automatico”[28] del processo di circolazione D-M-D, poiché in esso “merce e denaro, funzionano soltanto come differenti modi di esistere del valore stesso: il denaro come suo modo di esistenza generale, la merce come suo modo di esistenza particolare, per così dire, solo in travestimento”[29]. Come si può ormai constatare, la forma di circolazione D-M-D è tutt’altro che insensata e priva di funzionalità logica come pretenderebbe di affermare Bidet.

Rimane da affrontare un’ultima questione filologica. Bidet ritiene di poter osservare che “la «forma» D-M-D’, di cui gli scritti anteriori cercavano di costituire la genesi dialettica a partire da M-D-M, è ora concepita nel Capitale come una semplice «formula» ”[30]. Ora, ciò non è del tutto esatto, poiché anche nel Capitale, come nei Grundrisse, D-M-D’ viene concepita come forma; basta leggere questa frase per accorgersene: “la forma completa di questo processo è quindi D-M-D’ ”[31]. Inversamente, anche “formula” è usato da Marx nei Grundrisse per qualificare i cicli di circolazione; lo attestano enunciati come questo: “La formula D-M-M-D è dunque giusta quanto l’altra M-D-D-M, che è originaria”[32].

II

Sostanzialismo del concetto di forza-lavoro in Bidet - Deduzione dialettica del passaggio dal mercato al capitale nei Grundrisse - Discussione con Bidet sulla natura della deduzione del capitale dal mercato nel Capitale -  La sezione I del Capitale: momento di produzione-circolazione mercantile o di sola circolazione delle merci?- Bidet, Colletti e Althusser

E veniamo, ora, alle questioni più propriamente teoriche implicate dalla lettura di Bidet del passaggio marxiano al capitale. Si tratta di verificare la validità della sua ipotesi interpretativa basata, lo abbiamo detto, sull’assunto che Marx abbia configurato il movimento delle categorie secondo un metodo costruttivistico e sintetico. L’aggiunta di una nuova determinazione, la forza-lavoro come merce che produce un sovrappiù, al sistema concettuale relativo alla struttura mercantile basterebbe, di per sé, a consentire il passaggio al capitale. Solo lo scambio tra denaro e forza-lavoro non si risolve, infatti, a differenza degli scambi fra denaro e prodotto in forma di merce, in uno scambio di equivalenti. La critica della “coscienza spontanea” che Marx nel Capitale fa all’interno del capitolo sulla trasformazione del denaro nel capitale sarebbe, in questo senso, per Bidet, decisiva: è solo dimostrando che il capitale non è un’altra forma della circolazione mercantile che si può poi argomentare che è necessario ricorrere ad un altro elemento per spiegare il fenomeno del surplus. È in questo punto che, dice Bidet, “Marx “stabilisce” che la forza-lavoro è una merce di questo sistema [del sistema mercantile]”[33]. Ma perché Marx stabilisce che la forza-lavoro è una merce del sistema mercantile? Per quale ragione proprio la forza-lavoro è capace di produrre un sovrappiù? Forse perché ne possiede per essenza la capacità? Bidet lascia queste domande prive di risposta. A nostro avviso, ciò che in fondo rimane oscuro nella sua interpretazione sono precisamente le condizioni del riconoscimento teorico dell’autonoma capacità della forza-lavoro di produrre un sovrappiù. Bidet sembra trattare secondo un’ontologia sostanzialistica sia la forza-lavoro che le merci; la prima, a differenza delle seconde, possiederebbe delle proprietà, come per esempio la sua “attitudine a mettersi a disposizione di un altro”, capaci, di per sé, di produrre un sovrappiù. Bidet sembra dimenticare, benché, a ragione, lo avesse sottolineato in precedenza con forza[34], che Marx è un pensatore fortemente “relazionista”, cioè un pensatore della relazione e non della sostanza. È infatti solo all’interno del rapporto di capitale, della relazione che la forza-lavoro stabilisce come estremo con l’altro estremo del rapporto, e cioè con il capitale, che la forza-lavoro può essere concepita come produttrice di valore e plusvalore. In questo senso è necessario che si colga la specifica natura concettuale del rapporto di capitale, rapporto istituito tra le condizioni soggettive, lavoro, ed oggettive, mezzi di produzione e materie prime, del processo di produzione; entrambi momenti, tuttavia, di una totalità dominata dal capitale, in quanto questo è proprietario sia delle condizioni oggettive che di quelle soggettive[35]. Il passaggio dal mercato al capitale è, dunque, riformulato più correttamente, passaggio dal rapporto di mercato al rapporto di capitale. Visto da questa prospettiva, il passaggio dal rapporto di mercato al rapporto di capitale non può, allora, essere risolto nella pura aggiunta di una nuova determinazione al sistema concettuale antecedente. Quella che va indagata è, propriamente, la natura delle relazioni fra questi due rapporti. Ora, noi siamo della convinzione che il passaggio fra queste due relazioni sia dialettico sia nei Grundrisse, cosa accolta universalmente, sia nel Capitale, cosa invece questa, come ormai sappiamo, contestata con fermezza da Bidet. Per dimostrare questa tesi dobbiamo, in prima istanza, estrarre il succo della deduzione dialettica delle categorie neiGrundrisse. Come è noto, vi è passaggio dialettico tra un concetto e un altro se il primo concetto è investito da un contraddizione oggettiva, la cui soppressione comporta il passaggio ad un concetto superiore, immune dalla precedente contraddizione. Ora, qual’è la contraddizione del primo stadio della deduzione marxiana, la circolazione semplice delle merci? Essa consiste nel fatto, scrive Marx, che “non si può dire che nella circolazione semplice il valore di scambio si realizzi in quanto tale. Esso viene sempre realizzato soltanto nel momento del suo scomparire. Se la merce viene scambiata con la merce mediante il denaro, la sua determinazione di valore scompare nel momento in cui essa si realizza, ed esce fuori del rapporto, diventa indifferente ad esso e ormai soltanto oggetto diretto del bisogno. Se il denaro viene scambiato con la merce, si pone addirittura la scomparsa della forma dello scambio in quanto mediazione formale per impadronirsi del materiale naturale della merce. Se la merce viene scambiata con denaro, la forma del valore di scambio, il valore di scambio come tale, il denaro persiste soltanto finché si mantiene al di fuori dello scambio, finché gli si sottrae, diventando dunque una realizzazione puramente illusoria, puramente ideale in questa forma in cui l’autonomia del valore di scambio esiste tangibilmente. Se infine il denaro viene scambiato col denaro [...], allora non appare neanche più una differenza formale tra i distinti; si ha distinzione senza differenza; non solo scompare il valore di scambio, ma anche il movimento formale del suo scomparire”[36]. Si noti l’insistenza marxiana sul tema dello scomparire, dello svanire del valore di scambio nella circolazione. Esso ha in gran parte il medesimo statuto concettuale del “dileguarsi” hegeliano. Il valore di scambio come tale nella sua autonomia dal valore d’uso, infatti, non viene “sopportato” dalla circolazione; esso deve continuamente entrare ed uscire dalla circolazione e quindi dipendervi. L’estremo tentativo, concepito all’interno della sfera della circolazione, per rompere questa dipendenza, il movimento della tesaurizzazione, si rivela anch’esso un’illusione: il punto è che per quanto denaro si accumuli si sarà sempre costretti a reimmetterlo nella circolazione, giacché il valore di scambio si realizza solo nella sua conversione in valore d’uso. Anche, cioè, nella sua terza e ultima determinazione, come rappresentante materiale della ricchezza, nel punto della sua massima autonomia di valore di scambio come tale, il denaro “viene realizzato solo in quanto viene di nuovo posto in circolazione, e svanisce di fronte ai singoli modi particolari della ricchezza”[37]. Ecco dunque dispiegata la contraddizione: il valore di scambio non raggiunge, anche nell’ultima determinazione dal denaro, quella piena autonomia dal suo opposto, il valore d’uso, che gli è prescritta dal suo concetto. Esso deve perciò togliersi come terza determinazione del denaro, negarsi come denaro e conquistare una nuova e più adeguata forma di esistenza. In questa nuova forma di esistenza esso deve essere capace di passare nella circolazione rimanendo nel contempo presso di sé e rimanere presso di sé passando nella circolazione. Ma in questa nuova forma di esistenza il valore di scambio deve anche superare il rapporto accidentale che intratteneva con il valore d’uso all’interno della circolazione. Qui il valore d’uso non si contrappone come tale al valore di scambio “ossia come un valore d’uso determinato dallo stesso valore di scambio; mentre viceversa il valore d’uso come tale non è in rapporto al valore di scambio, bensì diventa valore di scambio determinato per il fatto che la natura comune dei valori d’uso - di essere cioè tempo di lavoro - è imposta loro come criterio estrinseco [...]. Che il valore d’uso divenga tale soltanto mediante il valore di scambio, e che il valore di scambio si medi attraverso il valore d’uso, deve essere ora posto. Nella circolazione del denaro [...] [un] reale rapporto tra valore di scambio e valore d’uso non aveva luogo. La merce in quanto tale - la sua particolarità - è perciò un contenuto indifferente, meramente accidentale, rappresentato en général, il quale cade al di fuori del rapporto economico formale”[38]. I valori d’uso nel processo di circolazione erano accidentali per il valore di scambio poiché al valore di scambio era indifferente con quale particolare e determinato valore d’uso esso si scambiasse. Il contenuto dello scambio era, dunque, indifferente al valore di scambio, cioè alla forma di valore dei particolari valori d’uso. E questa contraddizione, questo reciproco non corrispondersi tra forma e contenuto può essere negato solo a patto che il valore di scambio ponga un valore d’uso ad esso adeguato. Ma se il concetto di valore, in quanto totalità dei valori d’uso, è un concetto universale, la cui determinazione formale perciò non può essere esaurita da nessuna quantità determinata di valori d’uso, allora contrapporgli un valore d’uso adeguato significa contrapporgli qualcosa che possa accrescerlo e moltiplicarlo ad infinitum, che rappresenti la possibilità della ricchezza e non la sua realtà. La realtà della ricchezza, esprimentesi in una determinata quantità di lavoro oggettivato in merci, lo ripetiamo, non fa che contraddire sempre alla determinazione formale di valore, la cui conservazione coincide ipso facto con la sua moltiplicazione. L’unico valore d’uso che si contrappone alla realtà determinata quantitativamente del lavoro oggettivato in  merci è il lavoro come soggettività, come infinita possibilità di creare valore. Per concludere: il valore che percorre tutte le fasi della circolazione, merce e denaro, rimanendo presso di sé e si scambia con un valore d’uso, il suo contenuto, che corrisponde pienamente alla sua determinazione formale di essere valore che si accresce e moltiplica è il capitale. Come si può, ora, agevolmente notare, costruire logicamente il concetto di capitale fa tutt’uno col concepirlo come rapporto fra sé e il suo opposto, il lavoro.

Tutto questo nei Grundrisse. Il capitale smentisce o riformula in altro e diverso modo questa presentazione del concetto di capitale? A noi pare di no. Certo, qui la forma espressiva è molto più asettica, meno ricca di stilemi dialettici, quasi del tutto sfrondata da quel linguaggio speculativo che contrassegna i Grundrisse e che ha esercitato un fascino ipnotico su molte schiere di lettori e interpreti. Nondimeno la sostanza del ragionamento marxiano a proposito del passaggio al capitale rimane, diversamente da quanto pensa Bidet, immutata. Anche nel Capitale Marx comincia la trattazione del nucleo della deduzione del capitale dal mercato lumeggiando la contraddizione oggettiva esistente tra il concetto di valore e le sue funzioni e forme di esistenza ricoperte all’interno della circolazione semplice delle merci. Qui, dice Marx, “Le forme autonome, le forme di denaro, assunte nella circolazione dal valore delle merci, servono soltanto da mediazione allo scambio di merci, e scompaiono nel risultato finale del movimento”[39]. Il valore di scambio non riesce a porsi come tale nella circolazione, ad arrestare il suo dileguare perenne nei valori d’uso. Precisamente come neiGrundrisse, anche nel Capitale l’accento di Marx batte sul tema hegeliano dello svanire, dello scomparire del valore nei valori d’uso, e sull’incapacità del valore di conquistare un’autonomia positiva, e non negativa come nella tesaurizzazione, dalla circolazione semplice delle merci. Invece già nella prima forma, sebbene imperfetta, di circolazione del denaro D-M-D appare con chiarezza che “merce e denaro, funzionano soltanto come differenti modi di esistere del valore stesso: il denaro come suo modo di esistenza generale, la merce come suo modo di esistenza particolare [...]. Il valore trapassa costantemente da una forma all’altra, senza perdersi in questo movimento, e si trasforma così in un soggetto automatico [...]. Come soggetto prepotente di tale processo, nel quale ora assume ora dimette la forma di denaro e la forma di merce, ma in questo variare si conserva e si espande, il valore ha bisogno prima di tutto di una forma autonoma, per mezzo della quale venga constatata la sua identità con se stesso. E possiede questa forma solo nel denaro [...]. Ma qui il denaro, per sé preso, conta solo come una forma del valore, poiché questo ha due forme. Senza l’assunzione della forma di merce il denaro non diventa capitale, quindi il denaro non si presenta qui in antagonismo con la merce, come nella tesaurizzazione”[40]. È un passo questo di eccezionale importanza: qui Marx mostra che l’autonomia positiva dalla circolazione che il valore acquisisce già nel ciclo D-M-D non significa assolutamente allontanamento del denaro dagli scambi, che è operazione puramente negativa caratteristica della tesaurizzazione, ma piuttosto sua assunzione in alternanza e della forma di merce e della forma di denaro. Risuona qui il dettato dei Grundrisse: è capitale quel valore che pur passando nella circolazione rimane presso di sé e rimane presso di sé pur passando nella circolazione. Certo, cambiano i termini,  quel “rimanere presso di sé”, che aveva neiGrundrisse una distinguibile coloritura hegeliana, diventa qui in maniera meno speculativa “identità con se stesso”, ma la sostanza concettuale non muta. Non è sorprendente, dunque, che questa sequenza argomentativa termini proprio con un confronto fra il modo di esistenza del valore nella circolazione delle merci e quello nella circolazione D-M-D: “Se nella circolazione semplice il valore delle merci nei confronti del loro valore d’uso riceve tutt’al più la forma autonoma del denaro, qui esso si presenta improvvisamente come una sostanza dotata di proprio processo vitale e di moto proprio, per la quale merce e denaro sono entrambi pure e semplici forme”[41]. Senza l’assunzione della forma di merce, dice Marx, il denaro non diventa capitale. Ma, di nuovo come nei Grundrisse, il valore, nella forma di denaro, se assume la forma di merce di oggetti utili al soddisfacimento di un bisogno, assume un contenuto a sé esteriore ed indifferente, un contenuto che nella sua determinatezza qualitativa, di essere sempre e comunque una quantità determinata di valore d’uso, contraddice alla nota concettuale essenziale del valore, e cioè quella di essere una quantità che si accresce adinfinitum. Il valore deve trovare un valore d’uso a sé adeguato. Il possessore di denaro deve trovare perciò “all’interno della sfera della circolazione, cioè sul mercato, una merce il cui valore d’usostesso possedesse la peculiare qualità di essere fonte di valore; tale dunque che il suo consumo reale fosse esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore. E il possessore di denaro trova sul mercato tale merce specifica: è la capacità di lavoro, ossia la forza-lavoro”[42]. La qualità di questa merce specifica è di essere capacità di lavoro, ossia di essere infinita possibilitàdi creare ricchezza, unico termine antitetico al lavoro oggettivato spazialmente presente e alla realtà della ricchezza. Si riversa qui tutta la problematica del lavoro come unico opposto adeguato al capitale di cui i Grundrisse avevano cominciato a delinearne i tratti specifici. Marx, come unico opposto adeguato al capitale, si riferisce, dunque, ad una sorta di musiliano uomo senza qualità, ad un uomo della possibilità, privo di ogni determinatezza tranne quella di creare ricchezza sociale. È questo il lato del lavoro posto come non-capitale sia nella figura di lavoro non-oggettivato negativamenteconcepito, e cioè posto nella sua astrazione dall’oggettività del lavoro, i mezzi e gli oggetti di lavoro, sia nella figura di lavoro non-oggettivato positivamente concepito, e cioè come pura possibilità produttrice, sorgente inesauribile del valore[43]. Senonché – e ciò basta da sé a revocare in dubbio le letture idealistico-operaistiche che talora si fanno dei Grundrisse a muovere da questa sola dimensione del lavoro - Marx connette tale determinazione del lavoro come valore d’uso opposto al capitale alla sua determinazione come valore d’uso del capitale. Per Marx solo se “portato ad attività reale mediante il contatto con il capitale – da se stesso non può giungervi, perché è privo di oggetto -, esso diventa un’attività reale creatrice di valori, un’attività produttiva”[44]. L’incorporazione del lavoro nel capitale come sua dimensione oggettiva consente, per Marx, al lavoro di congedarsi dalla sua esistenza puramente soggettiva, riflessa in sé, e al capitale di acquisire l’elemento che lo attiva, lo “porta a fermentazione”[45]. Diversamente da Heidegger, Marx pensa che la possibilità non sia mai più alta della realtà. 

Con l’individuazione della capacità di lavoro come unico opposto adeguato al capitale, Marx conclude sia nei Grundrisse che nel Capitale la deduzione dialettica del capitale dal mercato. È importante notare che il passaggio al capitale rappresenta il “dileguarsi del dileguare”[46], il dileguarsi cioè della “sfrenata inquietudine”[47] che caratterizza la circolazione. La perenne conversione della forma di merce nella forma di denaro e della forma di denaro nella forma di merce che avviene nella circolazione è analogo al perenne sparire dell’essere nel nulla e del nulla nell’essere che costituisce il divenire hegeliano. E proprio come il divenire hegeliano è affetto da una contraddizione in se stesso, poiché raccoglie in unità ciò, l’essere e il nulla, che si allontana continuamente da questa unità, così la marxiana circolazione semplice delle merci è in contraddizione con sé perché raccoglie in unità ciò, la merce e il denaro, che  si allontana continuamente da questa unità. E come la “sfrenata inquietudine” del divenire hegeliano si risolve nel “risultato calmo”[48] dell’esser determinato così la perenne inquietudine della marxiana circolazione semplice delle merci trova riposo solo nella conversione del denaro, cioè del valore, in una merce, la forza-lavoro, il cui  consumo assicura la conservazione e la moltiplicazione del valore stesso. Il capitale è, così, il risultato di un rapporto finalmente stabile e organico tra il denaro e la merce.

Bidet, tuttavia, ha in riserva un altro atout per delegittimare la tesi della sostanziale identità concettuale fra la deduzione del capitale dal mercato dei Grundrisse e quella del Capitale. A suo giudizio, la trama della deduzione dialettica tiene solo nella misura in cui si concepisce il primo momento dell’esposizione, il mercato, come il “fenomeno” dell’“essenza” costituita dal “laboratorio della produzione”. È ciò che accade nei Grundrisse, dove i rapporti di circolazione sono esplicitamente inscritti sotto l’arco della “superficie” della struttura sociale capitalistica. Nondimeno, sostiene Bidet, “Marx passa poi progressivamente a concepirlo [il primo momento] come il momento della produzione-circolazione mercantile (quindi anche della relazione concorrenziale) in generale, inteso non come uno stadio precapitalistico, ma come il momento più «astratto» della struttura del modi di produzione capitalistico. Quest’ultima concezione è quella che si afferma nel Capitale, ma in maniera ancora implicita e frammentaria, e senza che Marx ne tragga tutte le conseguenze, il che provoca una indeterminatezza tale da lasciar persistere, anche in quest’ultimo scritto, la tendenza a rendere marginale e puramente fenomenica la questione della concorrenza. […] Il capitale reca, su questo punto, un profondo rimaneggiamento. La sua prima sezione si intitola «Merce e denaro». Essa intende trattare della «legge della produzione mercantile». Ed il primo capitolo tratta anzitutto della produzione (§§ 1-2). Solo in seguito vengono le questioni dello scambio, della circolazione e del denaro. Marx sembra dunque scegliere come primo oggetto dell’analisi la struttura di produzione-circolazione mercantile in generale”[49]. In definitiva, la I sezione del Capitale assomiglia di più all’esposizione delle strutture costitutive di un rapporto di produzione mercantile che alla sfera della circolazione delle merci.

Ora, lo stesso Bidet ritiene che per la compiuta caratterizzazione della I sezione come rapporto di produzione mercantile manchino nel Capitale ancora molti e decisivi tasselli: la categoria di concorrenza (in una branca/tra branche), di valore (individuale/sociale), di prezzo di mercato, di Stato, e infine le categorie giuridiche. Completare questi vuoti significa di fatto, però, ricostruire la teoria marxiana dalle fondamenta. È quello che in questi anni ha, infatti, cercato di fare Bidet allargando la I sezione del Capitale a presupposto astratto e generale della società moderna. Ma sono sviluppi questi che, in tale sede, siamo impossibilitati ad esaminare. A noi interessa ancora mettere alla prova la tenuta della sua proposta interpretativa, rispetto alla quale serbiamo, di nuovo, perplessità e di ordine, per così dire, “filologico” e di ordine più strettamente teorico.

Dal versante “filologico” ci convince poco la maggiore evidenza testuale addotta da Bidet: il titolo del I paragrafo del capitolo XXII, “Processo di produzione capitalistico su scala allargata. Conversione delle leggi della proprietà della produzione delle merci in leggi dell’appropriazione capitalistica”, e il suo contenuto, non ci sembrano che facciano riferimenti diretti alla I sezione. Perché se è vero che Marx fa cenno alle “leggi primordiali della produzione di merci”[50], è altresì vero, però, che lo fa per mettere in rilievo il loro rovesciamento ad opera dell’appropriazione capitalistica[51]. Il fuoco dell’analisi è ancora una volta il rovesciamento della forma dello scambio forza-lavoro/capitale, l’eguaglianza dei possessori di merci che si fronteggiano ed entrano in relazione tra di loro, nel suocontenuto, la disuguaglianza del rapporto di sfruttamento. Marx sembra qui riprodurre movenze già conosciute, quelle esibite al termine della II sezione del I Libro con il contrasto fra l’Eden dei diritti umani dello scambio e l’estrazione di pluslavoro. Ed è, del resto, proprio da quest’ultimo luogo che giungono gli elementi più probanti per continuare a qualificare la I sezione come sezione della circolazione delle merci. In questo punto, Marx sembra non nutrire dubbi: “Il consumo della forza-lavoro, come il consumo di ogni altra merce, si compie fuori del mercato, ossia della sfera dellacircolazione. Quindi, assieme al possessore di denaro e al possessore di forza-lavoro, lasciamo questa sfera rumorosa che sta alla superficie ed è accessibile agli sguardi, per seguire l’uno e l’altro nel segreto laboratorio della produzione”[52]. Esattamente, quindi, sulla soglia del passaggio alla III sezione, a partire dalla quale viene svolta l’analisi del nucleo della produzione capitalistica di merci, Marx volge indietro il suo sguardo verso le sezioni già compiute e le inscrive senza indecisioni entro la cornice della circolazione di merci.

Nondimeno, le nostre riserve verso la disposizione entro un contesto di rapporti di produzione mercantili della I sezione del Capitale provengono da un ambito più strettamente teorico. Temiamo, infatti, che non sia facile tenere assieme in maniera non contraddittoria con l’ipotesi che la I sezione esprima le strutture costitutive di un autonomo rapporto di produzione mercantile l’assunzione che la materia espositiva del Capitale sia organizzata secondo il circolo dialettico del presupposto-posto, che è convinzione più volte ribadita da Bidet. A rigore, il circolo dialettico del presupposto-posto implica che sia il posto a presupporre il suo presupposto. Il primo momento, il presupposto, deve essere posto dai momenti successivi. La I sezione, quindi, deve essere posta da tutto ciò che segue la III sezione; la teoria del valore deve essere posta dalla teoria del plusvalore. Se così è, già una proposta interpretativa può essere esclusa dalla nostra attenzione: quella che ritiene che il primo momento si muova in un orizzonte precapitalistico, secondo la lettura, auctore Engels, logico-storica del Capitale. Se il primo momento fosse precapitalistico il posto presupporrebbe un presupposto interamente diverso da sé, il che non è logicamente sostenibile. Né si può ritenere che il primo momento sia interamente penetrato dalle mature e compiute determinazioni capitalistiche di forma: in tal caso il posto presupporrebbe un presupposto a sé identico. Il presupposto, come rileva anche Bidet, conformemente alla logica del passaggio dall’astratto al concreto che il Capitale mutua dalla Scienza della logica, non può essere già pieno di determinazioni. Deve essere un momento astratto, vale a dire semplice, meno ricco di determinazioni. Rimangono sul terreno due ipotesi: che il primo momento sia di produzione-circolazione mercantile, e cioè un autonomo rapporto di produzione mercantile, o che sia di circolazione delle merci. Noi riteniamo che se fosse vera la prima ipotesi il posto, la produzione capitalistica di merci, dovrebbe presupporre come suo presupposto ancora una volta un presupposto a sé estrinseco, un rapporto di produzione non capitalistico, dotato di proprie e specifiche articolazioni, con propri e specifici rapporti sociali, politici etc. Il presupposto, rammentiamolo, rientra in un circolo riflessivo, e perciò non può mai recidere i suoi nodi con il posto. Ecco perché è la seconda ipotesi, quella secondo la quale il primo momento rappresenta un momento di circolazione delle merci, a parerci la più persuasiva: essa soddisfa contemporaneamente  e l’esigenza che il presupposto rimanga interno al circolo riflessivo e l’esigenza che il primo momento sia astratto. La circolazione delle merci della I sezione è, quindi, già interna al processo capitalistico di produzione delle merci, ma ne rappresenta, al contempo, il suo momento più astratto. Solo questa ipotesi di lettura impedisce di pensare che il Capitale sia anche teoria di altri modi produzione, oltre a quello capitalistico. A noi il Capitale pare essere ciò che, letteralmente, suggerisce il titolo: una teoria della società capitalistica indagata nelle sue diverse scansioni e articolazioni[53].

Visto dunque nella sua purezza, prescindendo da tutte le differenze nella disposizione degli elementi nell’argomentazione, dalla forma espressiva etc., lo schema di sviluppo dialettico delle categorie che caratterizzava i Grundrisse continua, a nostro avviso, contrariamente a quanto pensa Bidet, ad operare anche nel Capitale. In fondo, si potrebbe dire che la tesi di Bidet, seguendo un suggerimento da lui stesso offerto[54], rappresenta una radicalizzazione della lettura di Marx avanzata da Lucio Colletti. Come è noto, Colletti si distinse nell’ambito della discussione su Marx svoltasi tra gli anni ’60 e ’70 per aver sostenuto, in particolar modo nella fase finale della sua esperienza di interprete dell’autore del Capitale, che si poteva rivolgere alla dialettica marxiana la medesima critica che si era rivolta, da Trendelenburg al Marx della Kritik del ’43 a Galvano Della Volpe, alla dialettica hegeliana. La dialettica hegeliana inscenava, secondo questa critica, solo l’apparenza di un autosviluppo delle categorie, giacché a garantire che il movimento delle categorie non fosse soltanto una finzione era  l’Einschiebung, l’interpolazione entro di sé di elementi provenienti dall’esterno, dall’empiria. Colletti estese[55] questa critica anche alla dialettica marxiana: essa non era sostenibile perché riproduceva la stessa ibrida mescolanza tra il piano ideale dello sviluppo delle categorie e gli elementi empirici surrettiziamente inseriti in esso per assicurarne la plausibilità. Bidet ritiene da un lato, alla pari di Colletti, che il movimento delle categorie marxiane abbia luogo solo attraverso la progressiva assunzione di elementi dall’empiria[56], ma, dall’altro lato, pensa, diversamente da Colletti, che già Marx avesse conseguito la consapevolezza, una volta giunto alla redazione del Capitale, della sterilità di ogni tentativo di organizzare dialetticamente la materia concettuale. Il paradosso teorico di cui pare non accorgersi Bidet è che, anche una volta che sia assodato che questo metodo costruttivistico si pone in netta antitesi rispetto a quello dialettico, esso rimane ugualmente esposto alla critica, di stampo gnoseologico, che Colletti muoveva sia alla dialettica hegeliana che alla dialettica marxiana. Il metodo costruttivistico caldeggiato da Bidet non può funzionare, infatti, che attraverso quella che Colletti chiamerebbe una cattiva mediazione dell’empiria: essa è qui assunta dall’esterno entro il sistema teorico e non le viene assegnato nessun ruolo nella produzione dei concetti. Essa ìntegra e riempie di contenuto un piano concettuale già sviluppatosi autonomamente. La teoria si dirompe in due lati connessi fra di loro in modo esteriore: nel lato del concetto, pieno di forma ma vuoto di contenuto, e nel lato dell’empiria, vuoto di forma ma pieno di contenuto.

Ma l’ingresso in campo di Colletti ci consente di riconvocare anche l’altro capofila della lettura “scientista” di Marx emersa e impostasi negli anni ‘60 e ’70 del secolo scorso: Althusser. Con gli elementi raccolti possiamo, infatti, pervenire ad un, almeno provvisorio, bilancio circa il rapporto tra Bidet e la problematica teorica althusseriana. Certamente, come abbiamo già avuto modo di accennare all’inizio, Bidet ha promosso una lettura post-althusseriana del Capitale. Pur avendo,  infatti, abbracciato il progetto althusseriano di analisi dei meccanismi di costruzione della teoria nel Capitale, mutuandone così anche l’intenzionalità anti-dialettica, Bidet se ne è posto poi ai suoi margini. E non solo in ragione della maggiore attenzione posta alla storia evolutiva dei materiali di critica dell’economia politica che Marx redige fino alla pubblicazione del Capitale e del maggior valore che nella sua analisi riveste il concetto di “ordine di esposizione”, ma anche perché, in un modo che qui non abbiamo avuto la possibilità di esaminare, Bidet è giunto, attraverso l’evidenziazione delle valenze “politiche” del concetto economico di “valore”[57], a destituire di fondamento la totalità strutturale althusseriana, poggiante sulla netta separazione delle diverse strutture regionali (economia, politica, scienza, ideologia etc.) che compongono un sistema sociale. Così come la tematica althusseriana dell’interpellation, da cui conseguono potenti effetti svalorizzanti dei lati giuridici e politici di una società[58], non poteva non essere rimessa in questione dalla convinzione, progressivamente maturata da Bidet, dell’autonomia dei princìpi normativi racchiusi nel diritto e nella politica moderni.

E tuttavia il debito contratto da Bidet con Althusser non è facilmente estinguibile. Esso continua a farsi intravedere proprio entro la ricostruzione che Bidet ha elaborato del passaggio marxiano dal mercato al capitale. A noi pare, infatti, che sia precisamente lo spostamento di attenzione che Bidet ha operato dalle contraddizioni del concetto di denaro alle contraddizioni della formula D-M-D a custodire una profonda radice althusseriana. L’analisi si trasferisce dallo studio delle contraddizioni che investono la determinazione formale di denaro alla rilevazione della assenza di senso che caratterizza la formula D-M-D. Ma questa assenza di senso, dice Bidet, viene individuata solo allorquando si procede ad una critica della coscienza spontanea che “non vede nel capitale che un’altraforma della circolazione mercantile”[59]. Marx, quindi, giunge da D-M-D a D-M-D’ solo interpellando la coscienza spontanea, ridestandola dalla sua torpida subordinazione alla ideologia del capitale. La formula D-M-D, infatti, come Bidet dice in Théorie générale, è la formula ideologica del capitale: “Il carattere non dialettico dell’operazione si manifesta nel fatto che non è dalla considerazione del primo momento, il mercato, che emerge il secondo, ma da una (splendida) anticipazione didattica che consiste nell’impadronirsi dell’espressione ideologica del capitale, a mostrarne la contraddizione interna, e, per un movimento di regressione, a ritornare sul primo momento, la teoria del mercato, per trovarne gli elementi concettuali che permetteranno di togliere questa contraddizione”[60]. È la conoscenza della assenza di senso della formula D-M-D che induce, dunque, a ricercare quell’elemento, la forza-lavoro, che, solo, può restituire coerenza a D-M-D trasformandola in D-M-D’. La scena del passaggio dal mercato al capitale viene sgombrata dalla consecuzione logica tra una forma e un'altra, tra un concetto e un altro, per essere occupata dalla battaglia fra scienza e ideologia. Tema caratteristico di Althusser. Il quale si figura il rapporto fra scienza e ideologia come il rapporto spinoziano tra ratio e imaginatio. È proprio così, infatti, che Althusser dispone, in Lire le Capital, il rapporto fra la scienza marxiana e l’ideologia dell’economia politica classica e neoclassica. Una volta che la scienza abbia posto il concetto adeguato del suo oggetto “allora la pretesa dell’Economia politica sparisce in ciò che essa è: pretesa immaginaria”[61]. L’ideologia si rivela per tale solo allorché viene conosciuta nella sua genesi e nella sua struttura dalla scienza. L’ideologia, cioè, non dispone di risorse autoriflessive, non è capace di sapersi. Se avesse accesso alla conoscenza di sé sarebbe, allora, in grado di illuminare le ragioni strutturali che la inducono a produrre distorsioni del reale; si troverebbe nella paradossale, e contraddittoria, situazione per la quale conosce proprio mentre produce errori. Il passaggio dall’ideologia alla scienza non può essere, quindi, generato da contraddizioni immanenti all’ideologia, non può svolgersi secondo cadenze dialettiche. Non vi è nessuna fenomenologia: si giunge alla scienza dalla scienza stessa. Similmente, dicevamo, Spinoza configura il rapporto fra immaginazione e ragione: la prima non scopre di essere affetta da erroneità finché non interviene la ragione. Bisogna osservare, dice Spinoza nell’Etica, che “le immaginazioni della mente, considerate in sé, non contengono nulla di erroneo, ossia che la mente non cade in errore per il fatto che immagina; ma soltanto in quanto la si considera priva dell’idea che esclude l’esistenza di quelle cose che immagina come a sé presenti”[62]. Solo le idee adeguate, prodotto di ragione, portano alla luce gli errori compiuti dall’immaginazione. Risultato cui Spinoza perviene anche attraverso l’analisi della profezia nel Trattato teologico-politico: finché i profeti rimangono avvinti dall’immaginazione non hanno consapevolezza dei propri errori e, perciò, possono acquisire la chiarezza e la distinzione che appartengono alle idee adeguate solo in forza dell’intervento della ragione[63].  

Facendo sorreggere il passaggio marxiano dal mercato al capitale non dalla dialettica, ma dalla critica dell’ideologia, Bidet piega, dunque, Marx più verso Spinoza, che verso Hegel. È ciò che, instancabilmente, Althusser ha perseguito lungo tutto l’arco della sua tormentata vicenda intellettuale.  

Note

  * Nello stesura di questo articolo, che è la rielaborazione di una parte della tesi di laurea che ho dedicato alla filosofia politica di Jacques Bidet, ho cercato di tener conto delle obiezioni che, nel corso di una discussione epistolare avente per oggetto precisamente la mia tesi, mi sono state mosse dallo stesso Bidet
[1] Jacques Bidet, Que faire du Capital?, Materiaux pour une refondation, Klincksieck, Paris 1985. Noi citeremo però dall’ultima edizione del testo, Que faire du Capital?, Philosophie, économie et politique dans le Capital deMarx, PUF, Paris 2000, cui Bidet ha fatto precedere una nuova prefazione e nuova nota editoriale.
[2] Jacques Bidet, Théorie générale, Théorie du droit, de l’économie et de la politique, PUF, Paris, 1999.
[3] Louis Althusser, L’objet du Capital, in Louis Althusser, Étienne Balibar et. al., Lire le Capital, Maspero, Paris 1965, tome II, pp. 170-177. Citiamo dall’edizione francese perché nella traduzione italiana, quella uscita per Feltrinelli nel 1968, manca, inspiegabilmente, il capoverso in cui Althusser ragiona sulla polarità Darstellung/Vorstellung. E non è l’unico inciampo: il concetto, di ispirazione lacaniana, di “causalité métonymique” (ed. fr. p.171), invece di essere tradotto come “causalità metonimica”, è trasformato in “causalità metanomica” (ed. it. p. 198).   
[4] Ivi, p. 82 e anche il suo Avertissement aux lecteur du Livre I du Capital, in Karl Marx, Le Capital, Garnier-Flammarion, Paris 1969. La successiva messa in campo del concetto di “procès sans sujet”, articolato per la prima volta nel febbraio del 1968 nel corso del seminario organizzato da Hyppolite sul tema “Hegel e il pensiero moderno”, rappresenta, in qualche modo, anche il tentativo di recuperare, purgato da tutti gli elementi finalistici, un rapporto positivo con la forma idealistica di esposizione, oltre che di ristabilire a livello interpretativo, dopo la decisa coupure di Lire le Capital, un rapporto più “amichevole” fra Marx ed Hegel (cfr. Louis Althusser, Sur le rapport de Marx à Hegel, in Jacques D’Hondt (sous la direction de), Hegel et la pensée moderne, PUF, Paris 1970, pp. 105-111 e Réponse à John Lewis, Maspero, Paris 1973, in particolare pp. 50-60).  
[5] E lo stesso Althusser, come ormai sappiamo dopo la pubblicazione dei suoi materiali postumi, si rese conto della novità della lettura che di Marx ha fatto Bidet. Non solo riconobbe in Que faire du Capital? un importante seguito alle sue ricerche, ma arrivò persino a ritenere che l’idea che si era costruito del rapporto Marx-Hegel, dovesse essere, alla luce delle indagini effettuate da Bidet, ricalibrata (Cfr. Louis Althusser, L’Avenir dure longtemps, suivi de Les Faits, Stock-IMEC, Paris 1992, p. 236, 506 e 522 e Sur la philosophie, Gallimard, Paris 1994, p. 23 e 37). Althusser rimase stupito, in particolare, dell’uso elegante ed informato che Bidet fa in Que faire du Capital? dei manoscritti anteriori al Capitale. Come è noto, Althusser non ha mai letto non solo i Manoscritti del 1861-1863, ma anche i Grundrisse, di cui conosceva bene solo l’Einleitung del ‘57 e le Formen (cfr. su ciò Lucien Sève,Althusser et la dialectique, in Pierre Raymond (sous la direction de), Althusser philosophe, PUF, Paris 1997, p. 122).
[6] La letteratura prodotta dal marxismo analitico è ormai copiosa e si estende su diversi regioni concettuali, da quella economica e sociologica a quella più propriamente filosofica. Delle opere maggiori degli autori principali (Roemer, Elster, Cohen etc.) del marxismo analitico esiste in Italia un accurato florilegio preparato da Stefano Petrucciani e Francesco Saverio Trincia: Marx in America. Individui etica scelte razionali, Editori Riuniti, Roma 1992. Ha iniziato ad aprire, in maniera sollecitante, un confronto fra i temi normativi avanzati dal marxismo analitico e la più assestata tradizione europea hegelo-marxista Mario Reale in Normativismo come patrimonio della sinistra, “Critica Marxista”  nuova serie, 1997, n. 2-3, pp. 88-92.
[7] Sarebbe impossibile in questa sede riportare il ricco e articolato dibattito, ancora in corso, entro il marxismo analitico sulla problematica dei “modelli di socialismo”. Cfr. per una introduzione generale e una messa a punto dei risultati della discussione E.O. Wright, Class Counts, Cambridge University Press, Cambridge 1997.
[8] La proposta forse più organica di “socialismo di mercato”, è, come è noto, quella di John Roemer. Per giungervi Roemer ha dovuto attendere ad una radicale ristrutturazione della teoria marxiana del valore. Né è risultata una teoria dello sfruttamento non più fondata sul rapporto di valore, bensì sui rapporti di proprietà. L’attenzione si sposta quindi dall’analisi del processo produttivo di estrazione del plusvalore, come accade in Marx, all’analisi delle diverse modalità secondo cui si valorizzano o, viceversa, si svalorizzano gli assets, le “dotazioni”, dei produttori di merci allorché entrano tra di loro in rapporti di circolazione. Diventando il mercato il focus dell’analisi, ne segue che la strategia di correzione delle disuguaglianze che il mercato stesso produce, il socialismo, non può avere più come suo principale punto di riferimento, come è in Marx, la sfera produttiva, bensì la stessa sfera mercantile. Di Roemer, studioso poco conosciuto in Italia - come del resto tutto il marxismo analitico - ci sembrano importanti soprattutto Rapporti di proprietà contro plusvalore nello sfruttamento marxiano, in Stefano Petrucciani, Francesco Saverio Trincia (a cura di), Marx in America. Individui etica scelte razionali, cit., pp. 99-137; Should marxists be interested in exploitation?, in Bernard Chavance (textes réunis par), Marx en perspective, Édition de l’École des Hautes Études en Sciences Sociales, Paris 1985, pp. 29-50; A General Theory of Exploitation and Class, Harvard University Press, Cambridge Mass. 1982.
[9] Jacques Bidet, Théorie de la Modernità suive de Marx et le marché, PUF, Paris 1990; trad. it. a cura di Gianluca Foglia, Teoria della modernità, Marx e il mercato, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 56-57.
[10] Ivi, p. 57.
[11] Ivi, p. 58.
[12] Ivi, p. 58.
[13] Ivi, p. 58.
[14] Ivi, p. 59.
[15] Ivi, p. 60.
[16] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, trad. it. e cura di Enzo Grillo, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1968, vol. I, p. 249.
[17] Karl Marx, Il capitale, cit., Libro I, p. 165.
[18] Un eccezionale campione della diversificazione marxiana fra Schranke e Grenze, che abbiamo cercato di spiegare nel corpo del testo, è dato dalla discussione marxiana de “I limiti della giornata lavorativa” (sez. III, cap. 8, § 1, ivi, pp. 265-269). Questo è il titolo che Delio Cantimori, l’autore della traduzione italiana del I Libro del Capitale di più largo uso nel mondo scientifico, ha preferito assegnare al primo paragrafo dell’ottavo capitolo. Tale titolo, in realtà, almeno a nostro avviso, dovrebbe essere modificato, giacché il testo tedesco porta per “limiti” non Schranken, bensì Grenzen (cfr. Karl Marx, Friedrich Engels, Gesamtausgabe, Abt. 2. “Das Kapital” und Vorarbeiten, Bd. 8. Das Kapital, Kritik der politischen Ökonomie: 1. Bd., Hamburg 1883,  Dietz Verlag Berlin 1989, p. 237). Grenze andrebbe tradotto, in linea di massima, con “termine”. È ciò che, infatti, il traduttore italiano talvolta compie quando nel corso del testo Marx costruisce la coppia concettuale Schranke/Grenze. Marx dice infatti in uno di questi luoghi: “Obgleich nun der Arbeitstag keine feste, sondern eine fliebende Gröbe ist, kann er andrerseits nur innerhalb gewisser Schranken variiren. Seine Minimalschranke ist jedoch unbestimmbar. Allerdings, setzen wir die Verlängrungslinie b c, oder die Mehrarbeit, =o, so erhalten wir eine Minimalschranke, nämlich den Theil des Tags, den der Arbeiter nothwendig zu seiner Selbsterhaltung arbeiten mub. Auf Grundlage der kapitalistischen Produktionsweise kann die nothwendige Arbeit aber immer nur einen Theil seines Arbeitstags bilden, der Arbeitstag sich also nie auf dies Minimum verkürzen. Dagegen besitzt der Arbeitstag eine Maximalschranke. Er is über eine gewisse Grenze hinaus nicht verlängerbar. Diese Maximalschranke ist doppelt bestimmt [...]”(Karl Marx, Friedrich Engels, Gesamtausgabe, Abt. 2. “Das Kapital” und Vorarbeiten, Bd. 8. Das Kapital, Kritik der politischen Ökonomie: 1. Bd., Hamburg 1883,  cit., p. 238). La traduzione italiana è: “Ora, benché la giornata lavorativa non sia una grandezza fissa, ma anzi fluida, tuttavia essa può variare soltanto entro certi limiti[Schranken]. Però il suo limite minimo [Minimalschranke] è indeterminabile. Certo, se poniamo la linea di prolungamento b c, ossia il pluslavoro, come eguale a zero, otteniamo un limite minimo [Minimalschranke], cioè la parte del giorno che l’operaio deve necessariamente lavorare per la propria conservazione. Ma, sul piano del modo di produzione capitalistico, il lavoro necessario può costituire sempre soltanto una sola parte della giornata lavorativa dell’operaio; quindi la giornata lavorativa non può mai essere ridotta a questo minimo. Invece la giornata lavorativa ha unlimite massimo [Maximalschranke], che non è prolungabile al di là di un certo termine [Grenze]. Questo limite massimo [Maximalschranke] è determinato da due cose [...]” (Karl Marx, Il capitale, Critica dell’economia politica, Libro I, trad. it. di Delio Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1994, p. 266). Altrove, qualche pagina più in là, in cui la distinzione viene chiaramente riaffermata, il traduttore dimentica di far valere la medesima accortezza: “Man sieht: von ganz elastischen Schranken abgesehn, ergiebt sich aus der Natur des Waarenaustauschs selbst keine Grenze des Arbeitstags, also keine Grenze der Mehrarbeit. Der Kapitalist behauptet sein Recht als Käufer, wenn er den Arbeitstag so lange als möglich und wo möglich aus Einem Arbeitstag zwei zu machen sucht. Anderseits schliebt die specifische Natur der verkauften Waare eine Schranke ihres Konsums durch den Käufer ein, und der Arbeiter behauptet sein Recht als Verkäufer, wenn er den Arbeitstag auf eine bestimmte Normalgröse beschränken will” (Karl Marx, Friedrich Engels, Gesamtausgabe, Abt. 2. “Das Kapital” und Vorarbeiten, Bd. 8. Das Kapital, Kritik der politischen Ökonomie: 1. Bd., cit., p. 241). La traduzione in italiano recita così: “È evidente: astrazion fatta da limiti [Schranken] del tutto elastici, dalla natura dello scambio di merci, così com’è, non risulta nessun limite [Grenze] della giornata lavorativa, quindi nessun limite [Grenze] del pluslavoro. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa e, quando è possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore. Dall’altra parte, la natura specifica della merce venduta implica un limite [Schranke] del suo consumo da parte del compratore, mentre l’operaio, volendo limitare [bescränken] la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata, sostiene il suo diritto di venditore” (Karl Marx, Il capitale, Critica dell’economia politica, Libro I, cit., p. 269). Una chiara illustrazione, infine, del significato che noi abbiamo cercato di assegnare aSchranke è, secondo noi, quel luogo del III libro del Capitale (sez. III, cap. 15, § 3) in cui Marx, discutendo i problemi che ineriscono alla caduta tendenziale del saggio di profitto, mette in luce il doppio significato del concetto di limite: da una parte, esso indica e circoscrive la natura immanente al concetto di “modo di produzione capitalistico” , dall’altra ne esprime le contraddizioni e le  disfunzioni interne che spingono verso la sua stessa dissoluzione: “Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso, è questo: che il capitale e la sua autovalorizzazione appaiono come punto di partenza e punto di arrivo,  come motivo e scopo della produzione; che la produzione è solo produzione per il capitale, e non al contrario i mezzi di produzione sono dei semplici mezzi per una continua estensione del processo vitale per la società dei produttori. I limiti nei quali possono unicamente muoversi la conservazione e l’autovalorizzazione del valore-capitale, che si fonda sull’espropriazione e l’impoverimento della grande massa dei produttori, questi limiti si trovano dunque continuamente in conflitto con i metodi di produzione a cui il capitale deve ricorrere per raggiungere il suo scopo, e che perseguono l’accrescimento illimitato della produzione, la produzione come fine a se stessa, lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali del lavoro. Il mezzo – lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali – viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente. Se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono”  (Karl Marx, Il capitale, Libro III, trad. it. di Maria Luisa Boggeri, p. 303). Tutta da indagare rimane la questione del rapporto fra la concettualizzazione marxiana del binomio Schranke/Grenze e l’assestamento del suo significato entro l’idealismo tedesco – dal Kant dei Prolegomeni, passando per il Fichte della Dottrina della scienza del 1794, fino all’Hegel della Scienza della logica (per una primissima introduzione al problema si confronti la breve, ma densa puntualizzazione, posta nella sua nota introduttiva, di Claudio Cesa in Scienza della logica, trad. it di Arturo Moni rivista da Claudio Cesa, tomo I, Laterza, Roma-Bari, pp. XXXIX-XLII).         
[19] Ivi, p. 186.
[20] Ivi, p. 645, 648, 650. Altre volte Trieb è usato proprio per designare la stessa molla interna che governa il processo di capitale. Si veda, per esempio, Karl Marx, Friedrich Engels, Gesamtausgabe, Abt. 2. “Das Kapital” und Vorarbeiten, Bd. 8. Das Kapital, Kritik der politischen Ökonomie: 1. Bd., Hamburg 1883,  Dietz Verlag Berlin 1989, pp. 239.
[21] In generale, è votato al fallimento ogni tentativo di esaurire con la costruzione di formule la ricchezza di contenuto di cui sono pregne le contraddizioni dialettiche. Ne è prova il fatto che anche gli sforzi più seri per riuscire a dotare la dialettica, al pari della logica formale, di sue formule caratteristiche sono, di fatto, naufragati nel nulla. Il massimo che si può riuscire a conseguire è la produzione di formule che rappresentino le cosiddette leggi generali della dialettica, coniate da Engels nell’Antidühring e assunte pedissequamente da buona parte della tradizione marxista: l’identità dei contrari, la doppia negazione e il passaggio della quantità in qualità (cfr. fra i più validi studi che vanno in questa direzione Leszek Nowak, On the structure of marxist dialectics, “Erkenntnis”, XI, 1977, pp. 341-363). Senonché è a sua volta dubbio se da un punto di vista rigorosamente dialettico sia corretto e legittimo elaborare delle leggi generali della dialettica.
[22] Jacques Bidet, Teoria della modernità, cit., p. 57.
[23] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., vol. I, p. 158.
[24] Ivi, vol. I, p. 159.
[25] Ivi, vol. I, p. 159.
[26] Karl Marx, Il capitale, cit., Libro I, p. 183.
[27] Ivi, p. 183.
[28] Ivi, p. 187.
[29] Ivi, p. 187.
[30] Jacques Bidet, Teoria della modernità, cit., p. 58.
[31] Karl Marx, Il capitale, cit., Libro I, p. 184. Il corsivo è nostro.
[32] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., vol. I , p. 160. Il corsivo è nostro.
[33] Jacques Bidet, Teoria della modernità, cit., p. 59.
[34] Jacques Bidet, La teoria del modo di produzione capitalistico, in Biagio Muscatello (a cura di), Gramsci e il marxismo contemporaneo, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 166.
[35] Per questa ragione non è senza pertinenza teorica l’analogia strutturale che Theunissen riscontra tra il concetto hegeliano e il concetto di capitale marxiano. Dice, infatti, Theunissen che “Già appare a prima vista, che la compiuta critica dell’economia politica non limita solamente nel suo uso la logica delle determinazioni della riflessione, ma la estende anche, per un altro riguardo, attraverso l’applicazione contemporanea di categorie “posteriori” come “fondamento” e “forma”, “soggetto” e “contenuto” . Si, perché già nell’analisi della contraddizione del rapporto di capitale è presente, insieme alla sviluppata logica dell’essenza, anche tutta la logica del concetto. Qui si manifesta con chiarezza, che Marx si figura la dialettica riflessiva di questo rapporto nel contenuto di uno svolgimento che riproduce, come realizzazione del concetto di capitale, il comprendere/superare del concetto tout court sul “suo altro” “Schon auf den ersten Blick fällt auf, daß die ausgebildete Kritik der politischen Ökonomie die Logik der Reflexionsbestimmungen in ihrem gebrauch nicht nur einengt, sondern in anderer Hinsicht auch ausweitet: durch die gleichzeitige Verwendung “späterer” Kategorien wie “Grund” und “Form”, “Subjekt” und “Inhalt”. Ja, mit der fortgeschritten Wesenslogik ist auch die ganze Begriffslogik bereits in der Analyse der Widersprüchlichkeit des Kapitalverhältnisses gegenwärtig. Hierin kommt sinnenfällig zum Ausdruck, daß Marx die Reflexionsdialektik dieses Verhältnisses in das Material einer Geschichte einbildet, die als Realisierung des Kapitalbegriffs das Übergreifen des Begriffs schlechthin über “sein Anderes” nachamt” (Krise der Macht, Thesen zur Theorie des dialektischen Widerspruchs, “Hegel-Jahrbuch” 1974, p. 325.La traduzione dal tedesco è nostra). Ci pare di poter dire, anche sulla scorta di quanto dice Theunissen e accennando solo per sommi capi ad una tematica che meriterebbe di essere svolta con ben maggiore ampiezza, che la costituzione logica del concetto di capitale riproduce in larga parte la struttura del concetto hegeliano: entrambi sono, infatti, concetti universali che raggiungono un autoriferimento a sé solo assorbendo e incorporando la loro alterità. Entrambi sono concetti, cioè, la cui universalità non è astratta, ma racchiude al suo interno momenti differenti. La totalità del concetto in Hegel e del concetto di capitale in Marx può essere pensata solo come la differenza in sé stessa, differente dai differenti e dunque come identità con sé. Si potrebbe dire che è proprio la figura dell’Übergreifen, del comprendere/sopravanzare ad accomunare il concetto di capitale marxiano al concetto hegeliano. La struttura dell’Übergreifen dice che qualcosa è, in quanto si manifesta nel suo contrario. In Hegel il concetto è un universale che si manifesta tuttavia nel suo opposto, nel particolare, così come in Marx il capitale è, in quanto si manifesta nel suo opposto, nel lavoro.
[36] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., vol. I, pp. 235-236.
[37] Ivi, vol. I, p. 198.                                                                                                                                                                                  
[38] Ivi, vol. I, p. 247-248.
[39] Karl Marx, Il capitale, cit., Libro I, pp. 186-187.
[40] Ivi, p. 187.
[41] Ivi, pp. 187-188.
[42] Ivi, p. 200.
[43] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, cit., vol. I, pp. 279-281.
[44] Ivi, p. 282.
[45] Ivi, p. 283.
[46] G.W.F. Hegel, Scienza della logica, cit., p. 99.
[47] Ivi, p. 99.
[48] Ivi, p. 99.
[49] Jacques Bidet, Teoria della modernità, cit., pp. 135-136.
[50] Karl Marx, Il capitale, cit., vol. I, p. 640.
[51] Riportiamo, per comodità del lettore, uno dei frammenti di questo paragrafo che più possono aver indotto Bidet a presentare la sua ipotesi di lettura: “In quanto il plusvalore, del quale consiste il capitale addizionale n. 1 era risultato dell’acquisto della forza-lavoro per mezzo di una parte del capitale originario, acquisto che corrispondeva alle leggi dello scambio di merci, e, considerato giuridicamente, non presuppone da parte dell’operaio altro che la libera disponibilità delle proprie capacità, e da parte del possessore di denaro o di merci altro che la libera disponibilità dei valori appartenentigli; in quanto il capitale n. 2 è semplicemente risultato del capitale addizionale n.1, e quindi conseguenza di quel primo rapporto; e in quanto ogni singola transazione corrisponde costantemente alle leggi dello scambio di merci, e il capitalista compra sempre la forza-lavoro e l’operaio sempre la vende -  e vogliam supporre sempre al suo valore reale -, la legge dell’appropriazione poggiante sulla produzione e circolazione delle merci ossia legge della proprietà privata si converte evidentemente nel proprio diretto opposto, per la sua propria, intima, inevitabile dialettica. Lo scambio di equivalenti che pareva essere l’operazione originaria si è rigirato in modo che ora si fanno scambi solo per l’apparenza in quanto, in primo luogo, la parte di capitale scambiata con forza-lavoro è essa stessa solo una parte del prodotto lavorativo altrui appropriato senza equivalente, e, in secondo luogo, essa non solo deve essere reintegrata dal suo produttore, l’operaio, ma deve essere reintegrata con un nuovo sovrappiù. Dunque,  il rapporto dello scambio fra capitalista e operaio diventa soltanto una parvenza pertinente al processo di circolazione, pura forma, estranea al contenuto vero e proprio, semplice mistificazione di esso. La compravendita costante della forza-lavoro è la forma. Il contenuto è che il capitalista torna sempre a permutare contro sempre maggiore quantità di lavoro altrui vivente una parte del lavoro altrui già oggettivato che egli si appropria incessantemente senza equivalente. Originariamente il diritto di proprietà ci si è presentato come fondato sul proprio lavoro. Perlomeno abbiamo dovuto tener per valida questa ipotesi, perché si trovano l’uno di fronte all’altro soltanto possessori di merci a pari diritti, e il mezzo per appropriarsi merce altrui è soltanto l’alienazione della propria merce, e questa si può produrre soltanto mediante lavoro. Adesso la proprietà si presenta, dalla parte del capitalista come il diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito, ossia il prodotto di esso, e dalla parte dell’operaio come impossibilità di appropriarsi il proprio prodotto. La separazione fra proprietà e lavoro diventa conseguenza necessaria di una legge che in apparenza partiva dalla loro identità” (Karl Marx, Il capitale, cit., Libro I, pp. 639-640).
[52] Ivi, p. 208.
[53] È, a nostro avviso, con ragione, quindi, che filosofi e studiosi “dialettici” come Hans Georg Backaus (cfr. Zur Dialektik der Wertform, in Alfred Schmidt (herausgegeben von), Beiträge zur marxistischen Erkenntnistheorie,Frankfurt 1969, pp. 128-152), Helmut Reichelt (cfr. La struttura logica del concetto di capitale in Marx, cit., pp. 188-206 e 275-320), Michael Theunissen (cfr. Krise der Macht, cit., p.325) hanno sostenuto la necessità di interpretare il primo momento dell’esposizione categoriale marxiana come il momento della circolazione delle merci. Tuttavia essi non si limitano ad affermare che il primo momento del sistema categoriale marxiano,  nei Lineamenticome nel Capitale, sia il momento della circolazione delle merci, ma sostengono, inoltre, che esso rappresenti la forma fenomenica del secondo momento dell’esposizione marxiana, la produzione. Essi leggono quindi il passaggio dalla circolazione alla produzione come un passaggio dal fenomeno all’essenza del capitalismo. Ciò accade perché la loro interpretazione è legata eccessivamente alla forma di organizzazione delle categorie che Marx ha presentato nei Lineamenti e manca perciò di notare che Marx attenua, in tutti i testi successivi ai Lineamenti, la caratterizzazione della circolazione come momento fenomenico del capitalismo. Probabilmente qui la dipendenza da Hegel degli interpreti “dialettici” del Capitale è troppo intensa. Considerare la circolazione come momento fenomenico del capitalismo è funzionale, infatti, ad una lettura del passaggio dalla circolazione alla produzione come un “ritorno al fondamento” di marca hegeliana. Le conseguenze di una tale lettura sono, a nostro avviso, poco accettabili: la circolazione perde quasi del tutto la propria autonomia ontologica venendo risucchiata dal momento produttivo. In generale, poi, l’uso della coppia essenza/fenomeno andrebbe accompagnato da maggiori cautele.
[54] Jacques Bidet, Que faire du Capital?, cit., p.147.
[55] I prodromi di questa tesi si trovano già in Il marxismo e Hegel, Laterza, Roma-Bari 1969, anche se la sua dimostrazione definitiva e più esplicita si trova nel Tramonto delle ideologie, Laterza, Roma-Bari 1980.
[56] Sembra paradossale ma anche studiosi “dialettici” come Il’enkov caratterizzano il metodo marxiano in modo analogo a quanto fa Bidet. Secondo Il’enkov Marx produce il passaggio al capitale proprio attraverso un “ritorno all’empiria”. Come si concili il nesso dialettico delle categorie con questo “ritorno all’empiria” non è però spiegato (cfr. E. V. Il’enkov, La dialettica dell’astratto e del concreto nel Capitale di Marx, cit., p. 235).Se si concepisce la deduzione dialettica in questo modo allora ha buon gioco Colletti ad affermarne la natura ambigua ed ibrida.
[57] Cfr. Jacques Bidet, Que faire du Capital?, cit., pp. 45-75.
[58] Secondo Althusser, l’ideologia giuridica, che è consustanziale al sistema moderno del diritto, così come ogni altra ideologia, “costituisce” la categoria di soggetto, la chiama in vita. Nel suo specifico campo d’azione, cioè, l’ideologia giuridica si comporta, per Althusser, come tutte le altre ideologie (filosofiche, morali etc): interpella gli individui concreti tramutandoli in soggetti, nel suo caso in “soggetti titolari di diritti”. Ne consegue, quindi, che, conformemente al concetto di ideologia che Althusser ha procurato di stabilire, anche l’ideologia giuridica assieme alla pratica sociale cui è collegata, la creazione e il buon funzionamento di un sistema giuridico, contribuiscono a gettare gli uomini in un rapporto immaginario ed obliquo con le proprie condizioni di esistenza (cfr. su ciò Louis Althusser, Lo Stato e i suoi apparati, trad. it. di Maria Teresa Ricci, a cura di Roberto Finelli, Editori Riuniti 1997, in particolare pp. 191-199). 
[59] Jacques Bidet, Teoria della modernità, cit., p. 59.
[60] “Le caractère non dialectique de l’opération se manifeste dans le fait que ce n’est pas de la considération du premier moment, le marché, qu’émerge le second, le capital, mais d’une (splendide) anticipation didactique qui consiste à s’emparer de l’expression idéologique du capital, à en montrer la contradiction interne, et, par un mouvement de régression, à revenir sur le premier moment, la théorie du marché, pour y trouver les élements conceptuels qui premettront de lever cette contradiction” (Jacques Bidet, Théorie générale, cit., p. 165. La traduzione è nostra).
[61] “alors la prétention de l’Economie politique disparaît dans ce qu’elle est : prétention imaginaire” (Louis Althusser, Lire le Capital, cit., tome II, p. 129. La traduzione è nostra).
[62] Baruch Spinoza, Etica, Dimostrata con Metodo Geometrico, a cura di Emilia Giancotti, Editori riuniti, Roma 1988, p. 142, scolio della prop. XVII, parte II.
[63] Baruch Spinosa, Trattato teologico-politico, trad. it. di Antonio Droetto e Emilia Giancotti Boscherini, Einaudi, Torino 1972, p. 47.