6/2/13

Comunismo fra Idea e Storia / Riflessioni a partire da Alain Badiou, Michael Hardt, Toni Negri e Gianfranco La Grassa

Karl Marx y otros
✆ Stepan Khalturina
Costanzo Preve

1. Anziché perderci nel “piccolo cabotaggio” di piccole formazioni che si auto-certificano soggettivamente come “comuniste” (ma anche i matti si auto-certificano soggettivamente come reincarnazioni di Napoleone), ma devono mettere in primo piano le compatibilità delle leggi elettorali e l'identità pregressa dei loro potenziali militanti e simpatizzanti, che non devono essere in nessun caso “scandalizzati” con novità irricevibili (novità, come è noto, di cui si nutrono esclusivamente la scienza e la filosofia), conviene invece tornare ai “fondamentali”. Ed i “fondamentali”, per un comunista, sono l'idea e la pratica del comunismo.

In proposito partirò da due soli libri recenti. Il primo (AAVV, L' idea di comunismo, Derive e Approdi, d'ora in poi IDC) contiene molti con tributi, ma per brevità mi limiterò a quelli di Alain Badiou (Badiou, IDC), Michael Hardt (Hardt, IDC) e Toni Negri (Negri, IDC).
Ce ne sarebbero anche altri di meritevoli e rilevanti, ma voglio concentrare la mia attenzione su pochi nodi tematici. Il secondo (cfr. Gianfranco La Grassa, Oltre l'orizzonte. Verso una nuova teoria dei Capitalismi, Besa, d'ora in poi GLG) concerne invece solo l'ultima opera di questo prolifico autore (da più di trent'anni mio amico personale al di là di divergenze radicali sullo statuto filosofico “umanistico” o meno della teoria di Marx), che però riassume mirabilmente un serissimo processo di pensiero.

2. E' bene partire dai “fondamentali” per non perderci in due tipi di chiacchericcio, il solo che trova spazio nei giornaletti di “estrema sinistra” (Manifesto, Liberazione, eccetera), sedimentati dall'onda lunga della risacca del Sessantotto (da non confondere con l'anno solare 1968). Il Sessantotto vede in Europa Occidentale l'affermarsi incontrastato dell'incorporazione post-moderna del ceto intellettuale nelle strutture flessibili di un nuovo capitalismo “speculativo”, post-borghese, post-proletario e nello stesso tempo ultra-capitalistico, ed il pensare che l'idea di comunismo possa essere rilanciata all'interno di questa cultura di “sinistra” è forse l'impedimento più grande allo sviluppo di questo progetto. Se in Europa il comunismo avrà un futuro, cosa niente affatto sicura ma solo possibile (e neppure probabile), l'avrà soltanto senza e contro questa emulsione culturale distruttiva. Dividerei in due il conglomerato culturale negativo cui siamo di fronte, fra quello dominante e quello dominato. Il lato “dominante” della cultura di sinistra è quello che ha apertamente proclamato la fine del comunismo, del socialismo e persino della socialdemocrazia riciclandosi come “apparato gestionale affidabile” (AGA) del capitalismo globalizzato. Esemplare per la sua sfacciataggine il cinico baffetto Massimo D'Alema (cfr. “Repubblica”, 27/5/2011). D'Alema è presidente della Fondazione dei Progressisti Europei (FEPS), ed in un suo discorso programmatico ripete ossessivamente la parola “progressista”. Nella sua visione (traduzione “teorica” dell'alleanza da lui auspicata Bersani-Casini contro Berlusconi e Bossi) vede tre grandi forze politiche in campo, i progressisti, i moderati ed i populisti (da combattere). Non ha ovviamente senso confrontarsi teoricamente con un cinico manipolatore politico. Il “progresso” e la “moderazione” sono scatole vuote, volutamente non definite, a disposizione per ogni ridefinizione tattica e manipolazione. In quanto al “populismo”, è chiaro che ci può stare Berlusconi come Ahmadinejad, Chavez come Lukascenko, e cioè tutto quanto in vario modo sfugga al controllo militare di USA e NATO ed al controllo macroeconomico della BCE e del FMI.

Il lato “dominato” della cultura di sinistra è quello che chiamo degli “affabulatori irresponsabili”, che hanno come maestri in Italia Pietro Ingrao e Rossana Rossanda e “giù per li rami” retori insopportabili come Bertinotti e Vendola. Costoro continuano a produrre stoppose affabulazioni di “estrema sinistra”, che però sistematicamente accettano che il “nemico principale” sia lo stesso cui allude il cinico baffetto bombardatore del Kosovo (1999), e cioè il “populismo”. E' questa la ragione per cui l'idea della “sinistra” possa “ripartire” dall'affabulazione retorica irresponsabile degli “ideologicamente dominati” dal linguaggio massimalistico e dalla conclusioni sistematicamente opportunistiche (in questo Fausto Bertinotti giunge alle vette della “commedia dell'arte”), laddove essi sono solo e sempre portatori d’acqua e truppe ausiliarie cammellate dei “progressivi” dominanti è cosa non da militanti ma da militonti.

E adesso basta con questo teatrino, ed occupiamoci di teoria, che resta in fondo la sola cosa seria.

3. Il volume IDC parte purtroppo molto male, e l'incipit rischia di distruggere l'intero libro. Esso inizia così: “La lunga notte della sinistra sta volgendo al termine”. In 250 pagine nessuno dei relatori si stacca dal presupposto dato per ovvio e assodato, e quindi non meritevole di problematizzazione, che l'idea e la pratica del comunismo trovino nella “sinistra” il loro luogo di coltivazione e di sviluppo. Dal momento che io personalmente contesto questo incipit, e non è detto che il frettoloso lettore di queste righe conosca la mia produzione precedente, sono contro voglia costretto a dire telegraficamente perchè contesto questo presupposto “geocentrico”, pre-copernicano e pre-darwiniano, che parte dal presupposto che Marx sia stato il caposcuola indiscusso della “sinistra”, laddove egli sviluppò il suo pensiero in opposizione con la stragrande maggioranza dei “sinistri” del suo tempo.

Il maggiore difensore Italiano moderno della dicotomia Destra/sinistra, e cioè Norberto Bobbio, la difende nella forma della opposizione “valoriale” ideal-tipica, classificando i “sinistri” dalla parte degli egualitari , ed i "destri" dalla parte dei “disegualitari”. Se come ipotesi di lavoro queste dicotomia “valoriale” (la coppia eguaglianza/diseguaglianza), abbiamo l'obbligo di “concretizzare” storicamente e politicamente l'evoluzione temporale tricentenaria (forse un pò meno, diciamo dal 1791 in poi) di questa dicotomia stessa. Ma questo presuppone una periodizzazione credibile della storia della società capitalistica, che Bobbio non ha mai neppure cercato di fare, perchè tutto il suo pensiero (cfr. Costanzo Preve, Le contraddizioni di Norberto Bobbio, Editrice CRT, Pistoia 2004) si fonda metodologicamente sulla separazione assoluta fra il “politico” e l'economico”, ed è appunto questa innocua separazione che lo ha fatto ergere a “Benedetto Croce italiano” della seconda metà del Novecento da parte degli apparati universitari, giornalistici ed editoriali.

Appena questa periodizzazione viene tentata, ci si accorge immediatamente che la dicotomia presuppone la sovranità economica e monetaria dello stato nazionale moderno, che nel ruolo keynesiano di “distributore” può effettivamente intervenire, sia pure assai poco, nella distribuzione della ricchezza prodotta. Con la cosiddetta globalizzazione finanziaria transnazionale questo ruolo si esaurisce in modo pressoché integrale, e la sovranità viene integralmente “commissionata” (vedi, per restare solo al 2011, il commissionamento del PASOK in Grecia, di Zapatero in Spagna e del duopolio Draghi-Napolitano in Italia). Si può sempre rifugiarsi nel “dover-essere” (sollen) kantiano, o addirittura dire che non è vero, come fanno i bambini che hanno rubato la marmellata, ma alla lunga il re è nudo, e basta che un piccolo innocente lo dica per fare crollare tutti i Bobbio, gli Habermas, i Raws ed i Rorty del mondo. Personalmente, ho prodotto una periodizzazione filosofica del capitalismo (prima fase astratta, seconda fase dialettica, terza fase speculativa), utilizzando la Scienza della Logica di Hegel. Non posso certamente ripeterla qui, ma il lettore può trovarne una prima formulazione in C. Preve, Storia dell'Etica, Petite Pleasance, Pistoia 2007. L'eventuale accettazione di questa periodizzazione è la premessa per la comprensione della mia personale tesi dell'obsolescenza della dicotomia, obsolescenza che altri sostengono, ma argomentano in modo diverso (ad esempio Alain de Benoist). In breve, io sostengo (con argomentazioni) che la dicotomia inesistente nella prima fase astratta della storia del capitalismo, che ha invece caratterizzato fortemente la seconda fase dialettica, ma si sta estinguendo nella terza fase attuale, totalitario-speculativa, del capitalismo. In questa sede non posso dire altro per ragioni di spazio.

4. Se l'identificazione di comunismo con lo spazio della “sinistra” fosse solo un innocuo errore storiografico la cosa non sarebbe grave. Ma questa identificazione nasconde il fatto che dopo il Sessantotto la “sinistra” è diventata l'ala culturale ed artistica marciante di un nuovo capitalismo post-borghese, che ha cancellato la stessa matrice originaria dello stesso comunismo di Marx, e cioè la coscienza infelice (Hegel) della borghesia europea. Dal momento che qualsiasi programma di de-globalizzazione (Lordon, Sapir) implica il rafforzamento del “pubblico”, e cioè della sovranità economico-politica dello stato nazionale, la sinistra sicuramente vi si opporrà, dando luogo ad un curioso e funesto gioco delle parti, e cioè la globalizzazione “liberista” a destra e la globalizzazione “anarchica” a sinistra, che marceranno separate, e colpiranno unite qualsiasi programma di liberazione nazionale e sociale, infallibilmente connotato come “populista”, ispirato dalla destra eterna.

Qui chi vuole intendere intenda. Ma siccome so già che ben pochi intenderanno, tiro avanti. E' possibile leggere la Logica di Hegel e fare accelerare i neutrini, ma non raddrizzare le gambe ai cani.

5. E passiamo ora ad Alain Badiou (cfr. IDC). Non intendo qui tentare un bilancio complessivo del suo pensiero, ma solo evidenziare criticamente alcuni spunti tratti dal suo testo (cfr. IDC, 9-23).

In un contesto culturale in cui l’intera filosofia universitaria mondiale irride all'idea di verità, trattata da ridicola sopravvivenza metafisico- religiosa incompatibile con la cosiddetta “modernità” (Habermas), e si divide fra chi la riduce ad interpretazione (ermeneutici postmoderni alla Vattimo) e a chi la riserva all'accertamento scientifico “realistico” (Geymonat, Odifreddi, eccetera), Badiou si situa apertamente sul suo terreno. Non fosse che per questa benefica e radicale “inattualità” meriterebbe tanto di cappello. Bravo! Sei uscito dal gregge! Benvenuto a Bordo!

La riscoperta della verità porta Badiou a riscoprire Platone, ed il suo concetto di Idea. In altre parole, il Comunismo è un’idea. Questa strategia non è affatto sciocca, perchè Badiou vuole “salvare” il comunismo dalle sue oggettivazioni storiche novecentesche, che qualifica un pò frettolosamente come “imprese criminali” (cfr. IDC, 22). In questo nulla di nuovo, in quanto è stato detto che anche Lukàcs, non potendosi identificare nello stalinismo e nel “socialismo reale”, aveva ripiegato come Goethe in una “Weimar ideale”. Badiou sembra salvare da queste “imprese criminali” soltanto (sempre p. 22) la rivoluzione culturale cinese, la “nebulosa del Maggio Francese 1968”, il movimento Solidarnosc in Polonia degli anni 1980-81, la prima fase della rivoluzione iraniana, il movimento zapatista in Messico ed i maoisti in Nepal. Mi pare che siamo sempre sul terreno della vecchia Critica della Ragione Dialettica di Sartre del 1960. Finche ci sono i gruppi-in-fusione che vivono collettivamente la loro finalità progetto contro l'orribile pratico-inerte allora c'è il comunismo, ma quando le cose si calmano e riprende il tran tran quotidiano ( il noto e parigino métro-boulot-dodo) allora finisce tutto.

Così per Badiou il comunismo è una Idea. Ottimo! Anche per me lo è! Ma bisogna vedere che cosa intende per Idea Badiou. Per fortuna la definisce lui stesso (cfr. IDC, 12): “Chiamo Idea una totalizzazione astratta dei tre elementi originari: una procedura di verità, un'appartenenza storica ed una soggettivazione individuale. E' possibile quindi fornire immediatamente una definizione formale dell'Idea: un'Idea è la soggettivazione di una relazione fra la singolarità di una procedura di verità ed una rappresentazione della Storia”. Non avete capito? Ma siete proprio ignoranti! Soprattutto perchè due pagine dopo (p. 14) Badiou afferma che “la storia non esiste”, cosa che si accorda con la concezione per cui le verità non hanno nessun senso, e tantomeno il senso di una Storia (sic!). Questo perchè la storia è fatta di eventi, e gli eventi non sono (p. 15) “la realizzazione di una possibilità interna alla situazione oppure dipendenti dalla leggi trascendentali di un dato mondo”. L'evento è la creazione di nuove possibilità”. “Una verità è il reale politico” (p. 19). Ci capite qualcosa? Io penso di sì, e cercherò di spiegare quello che ci ho capito.

6. Vorrei ovviamente mettere le mani avanti per cautela. O non ci ho capito niente per i miei limiti concettuali, ed in questo caso chiedo ad un sostenitore delle tesi di Badiou di spiegarmele meglio. Oppure ci lo capito qualcosa, ed in questo caso il mio dissenso non potrebbe essere più grande.

7. Il concetto di verità di Badiou è del tutto insostenibile. Chi declina questo concetto può farlo o in modo “scientifico”, ed in questo caso la verità è l'avvicinamento asintotico interminabile ad una verità “reale” assoluta come somma di progressive verità relative di avvicinamento temporale (Geymonat, Lenin, Mao, eccetera), o in modo “filosofico”, ed in onesto caso la verità è la conformità progressiva ad una essenza di cui è titolare l'Uomo (maiuscolo, ovviamente). Ma Badiou, allievo di Althusser e Foucault, non può accettare questo “essenzialismo”, che presuppone una teoria normativa della natura umana in generale. Quindi la verità è una procedura di costruzione locale del Vero (sic, IDC, p. 21). In sostanza la verità è semplicemente l'arbitrio soggettivo di quanto Badiou ritiene “vero”. Credo che il solipsismo sia raramente giunto ad un punto tanto esplicito.

Ovviamente questo non ha nulla a che fare con l'Idea platonica. L'Idea platonica presupponeva, ovviamente, una concezione “essenzialistica”e normativa della natura umana “umanisticamente” concepita, cosa da cui ogni buon althusseriano (senza distinzioni fra Badiou, Hardt, Negri e La Grassa) rifugge come dalla peste. La teoria aristotelica normativa della natura umana si specifica nelle due definizioni complementari dell'uomo (maiuscolo, ovviamente) come politikòn zoon (animale politico, sociale e soprattutto comunitario) e come zoon logon echon (animale dotato di ragione, linguaggio, e soprattutto capacità di calcolo comunitario e sociale giusto e misurato). Ma un caposaldo dell'althusserismo in tutte le sue versioni è proprio la negazione del concetto normativo di natura umana.

Seguendo Lacan e Zizek, Badiou afferma che la storia non esiste, o più esattamente che ha un'esistenza puramente simbolica (cfr. IDC, p. 13). Si tratta dello sviluppo della critica althusseriana allo storicismo. Lo storicismo, per Althusser, è l'idea che ci sia una continuità omogenea della temporalità storica, come se la storia fosse un grande flusso, un grande contenitore, una sorta di Tempo Assoluto alla Newton. Questa concezione discontinuista è al servizio della critica all'Umanesimo (non esiste l'uomo come sostanza unica che faccia da supporto alle molteplici configurazioni storiche “umane”) e all'Economicismo (non esiste uno sviluppo lineare delle forze produttive). In questo modo, non può esistere nessuna filosofia della storia, per il semplice fatto che non esiste neppure la Storia. Il Marx di Badiou è un Marx senza filosofia della storia, il che significa che è un Marx senza Hegel, perchè Hegel è stato indubbiamente il suo maestro e predecessore nella filosofia della storia. La storia non esiste, ma esiste la “decisione storica” (p. 12) come arbitrio assoluto di un soggetto. Noi siamo quindi comunisti perchè vogliamo e decidiamo di essere comunisti, e la nostra verità soggettiva viene chiamata “ontologia costituente” (nel linguaggio di Negri).

Dovendo spiegare storicamente la genesi ideologica di questa “follia” direi che alla base ci sta Foucault, ma ancor più la necessità di prendere le distanze da tutta l'esperienza storica del comunismo realmente esistito (definito “impresa criminale”, p. 22). Dal momento che l'anti-umanesimo e l'anti-essenzialismo impediscono a Badiou di “salvare il comunismo” come progetto storico universalistico che può sopravvivere alle forme storiche fallite della sua mancata “concretizzazione” esso deve essere ridefinito come movimentismo puro anarcoide (maggio francese 1968, Solidarnosc, eccetera). E' la vecchia tradizione dell'anarchismo sartiano passata attraverso il lessico strutturalista lacaniano.

Si tratta di un “comunismo” completamente innocuo, ma splendido per i congressi universitari. Si salva l'“idea”, e nello stesso tempo le si tagliano le radici essenzialistiche platoniche ed aristoteliche. Si esaltano i “movimenti”, che però quando per caso prendono il potere diventano ipso facto “imprese criminali”. Si fa sparire la filosofia della storia, retaggio dell'innominabile Hegel, ma poi si vuole che la storia continui egualmente ad esistere come successione aleatoria di “eventi” fondanti, addirittura ontologicamente (Negri).

A questo punto (ma il lettore deve ancora aspettare i prossimi paragrafi) meglio l'onesto La Grassa, che proclama la morte definitiva del marxismo e del comunismo. Sia però chiaro subito che chi scrive non è d'accordo. Un certo “marxismo” è certamente finito, ma il comunismo no. Vedremo presto come.

8. Prima di passare a La Grassa vorrei ancora commentare i due testi di Hardt e Negri. Apparentemente, non esiste nulla di tanto diverso teoricamente dai due veneti Negri e La Grassa. In realtà entrambi hanno come presupposto comune il riferimento ad Althusser, che ovviamente interpretano ognuno a suo modo, senza però che sparisca il minimo comun denominatore (il rifiuto della coppia Privato/Pubblico, il rifiuto di Hegel, il rifiuto del pensiero dialettico, il rifiuto di considerare Marx un filosofo umanista della storia, il rifiuto del cosiddetto “essenzialismo”, e molto altro ancora). Hardt e Negri hanno scritto una trilogia popolarissima negli ambienti del marxismo accademico prevalentemente anglofono (ma non solo) e presso i membri dei centri sociali con gli occhialetti che anziché drogarsi con la musica rincoglionente a tutto volume hanno qualche velleità culturale. Sul piano stilistico Hardt è un Negri che scrive chiaro, date le origini anglosassoni, e Negri uno Hardt che scrive oscuro, date le origini celtiche delle nebbie padane. Ma a differenza di Badiou quanto dicono è abbastanza comprensibile. In quanto a “condivisibile”, condivido maggiormente la Vispa Teresa, il Santo Graal, l'Osservatore Romano ed il bollettino dei pescatori con la lenza.

9. Hardt (cfr. IDC, p. 160) vuole a tutti i costi fare una “lettura non dialettica” di Marx, in quanto identifica la dialettica con l’umanesimo e con il cosiddetto “essenzialismo”. Del resto lo dice anche chiaramente: “Nei primi manoscritti Marx ha una nozione di comunismo lontana dall'umanesimo, e cioè lontana da qualsiasi ricorso ad un'essenza umana preesistente o eterna.” Chi conosce la stroncatura “italiana” della dialettica di Lucio Colletti ritroverà aria di casa (in fondo tutti gli anti-hegeliani si assomigliano, da Della Volpe ad Althusser, da Colletti a La Grassa, eccetera) in quanto anche in Colletti la dialettica è identificata con la pretesa di ricostituzione finale di un Intero originario spezzatosi agli inizi del. tempo storico. Si tratta dell'attribuzione alla dialettica di un idea interamente religiosa, in quanto Dio avrebbe originariamente fatto gli uomini senza peccato originale (la totalità originaria prima della scissione) e poi la “caduta” avrebbe inaugurato una temporalità messianico-escatologica orientata alla ricomposizione. Questa è la rispettabile valutazione neokantiana di Hegel e Marx fatta da Colletti, ma mi permetto di contestarla. Il movimento dialettico (non parlo di Plotino e di Proclo, ma di Hegel e Marx) non tende a ricomporre, ma tende a sviluppare. La temporalità non è un flusso omogeneo di ricomposizione di un essenza originaria data prima della scissione, ma il superamento-conservazione (Aufhebung) di scissioni storiche particolari e plurali, senza Origine Presupposta. Non c'è qui allora nessun “essenzialismo presupposto”. L'Uomo (maiuscolo) ha delle potenzialità da attualizzare, secondo il mirabile modello di Aristotele (l'essente-in-possibilità, dynamei on), non un Atto puro originario da ricostituire (secondo la lettura religiosa cristiana e musulmana dello stesso Aristotele). La dialettica hegeliana è quindi una dialettica storica senza Atto Puro presupposto, e nell'essenziale Marx la eredita.

Sebbene non concordi sulla dialettica (Hardt, p. 159) Hardt ammette che il concetto di comunismo in Marx è ricavato da “un risultato di una dialettica negativa del capitale”, e cita il noto brano del Capitale che qui riporto: “Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa,con l' ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. E' la negazione della negazione. E questa non ristabilisce la proprietà privata, ma invece la proprietà individuale fondata sulla conquista dell'era capitalistica, sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso”.

Questo è Marx. E' evidente che Marx ricava il concetto di comunismo come risultato della dialettica negativa del capitale. C'è qualcosa di sbagliato? Beh, secondo me di sbagliato c'è solo l'insopportabile frasetta positivistica: “con l'ineluttabilità di un processo naturale”. Ma neppure per sogno! Nella storia umana, a differenza che nella natura, non esistono futuri prevedibili e processi ineluttabili! Su queste basi furono poi edificati il marxismo engelsiano ed il materialismo dialettico leniniano, staliniano e maoista. Vogliamo congedarcene una buona volta?

Ma non è questo che interessa ad Hardt. Hardt vuole che il comunismo non riappropri nulla (sarebbe la solita dialettica umanistica!), ma sia “l'autonoma produzione umana di umanità, un nuovo modo di vedere, di ascoltare, di pensare e di amare” (sic!). Questo futurismo prometeico merita una critica motivata.

10. Hardt vuole che il comunismo, in quanto “comune” e non solo “pubblico” (come ogni buon althusseriano, Hardt rifugge dalla dicotomia Privato/Pubblico), sia Assolutamente Diverso e Assolutamente Altro. Del resto dice in forma cristallina (p. 149): “Né la proprietà privata del capitalismo, né la proprietà pubblica del socialismo, ma il comune nel comunismo”. Alla base ci sta ovviamente la teoria negriana della totale obsolescenza della teoria del valore-lavoro (condivisa, seppure con diverso linguaggio, anche da La Grassa), e la pretesa (vera hegeliana “furia del dileguare”) che la questione del pubblico, identificato con lo statuale, sia “disciplinare” (Foucault), autoritaria e repressiva.

Non si tratta -lo dico subito- di sciocchezze. E' del tutto conforme alla teoria originaria di Marx il sostenere che il comunismo non consiste nella statalizzazione del privato, ma nella messa in comune di beni prodotti dal lavoro collettivo. Non è certo questo che rimprovero ad Hardt. E allora, che cosa esattamente gli rimprovero, oltre al fastidioso identificare la dialettica con la ricomposizione di un Intero originarlo presupposto e l'umanesimo con un essenzialismo da restaurare?

Vediamo meglio, perchè ne vale veramente la pena.

11. La tesi fondamentale di Hardt (cfr. IDC, p.I56) è che oggi il capitalismo è tornato in un certo senso alla predominanza della rendite sul profitto, in quanto “il capitale resta generalmente esterno ai processi di produzione del comune”. In altre parole, oggi il capitalismo è parassitario così come lo era la tarda società signorile-feudale, contro la quale fu fatta la rivoluzione borghese. Alla fase “industrialistica”, secondo Hardt, è ormai succeduta la fase “biopolitica”. Hardt (p.163) rovescia interamente la concezione pessimistica della biopolitica (Foucault, Agamben, eccetera). Secondo Hardt, la produzione biopolitica libera ed autonoma è la creazione continua ed indipendente di una nuova umanità (sic !).

Qui sta qui un vero paradosso dialettico. Il nemico dell'umanesimo ripropone la versione più allucinata dell'umanesimo stesso, la creazione di una nuova umanità. Siamo tornati all'Uomo nuovo di Stalin e del Che Guevara (grande rivoluzionario, ma filosofo dilettante e fai-da-te). Anche Hardt vuole l'Uomo Nuovo, su basi non più industrialistiche ma biopolitiche, e per paura che sia in qualche modo “dialettico” lo vuole ex novo. Si tratta della nota creazione divina dal nulla cara a Ratzinger. Qui è necessario ristabilire alcune verità dimenticate.

12. Bisogna partire dalla periodizzazione storica di Hardt, per cui il capitalismo sarebbe passato dalla produzione industrialistica alla produzione biopolitica, e perciò è diventato questo il terreno su cui bisogna affrontarlo. E tuttavia, lo sfruttamento industrialistico (ed imperialistico, categoria del tutto assente, pour cause, in Hardt e Negri) continua , e non sarà la “fuga in avanti” nel biopolitico ad abolirlo magicamente. E' vero che il capitale, nella sua illimitatezza, occupa e “colonizza” sempre nuovi territori della quotidianità. Ma appunto per questo non è corretto dire che il capitale è esterno alla produzione biopolitica, ed è diventato come i rentiers ed i tagliatori di cedole. Chi afferma questo afferma che la produzione biopolitica “costituente” è integralmente fatta dalle “moltitudini” , che vorrebbero il “comune” e non il “pubblico”. Queste moltitudini, a mio avviso, non esistono, e per farle esistere bisogna sempre fare una sorta di gioco delle tre carte, in cui di volta in volta si fa riferimento a “movimenti” di vario tipo, che sarebbero sempre la punta dell'iceberg delle moltitudini. Negri ci ha abituato a questo giochetto fino dall'operaismo metamorfico degli anni Sessanta e Settanta, e dal momento che nemo propheta in patria ne ha fatto un articolo di esportazione anglosassone, come la pizza e la canzone napoletana.

Si ha qui un (apparente) paradosso, per cui il “biopolitico” è contemporaneamente il comando del capitale e la produzione comunista di soggettività. Il comunismo può essere così integralmente “pensato” come il rovescio (non dialettico, of course) del capitalismo. Anche il “comune” di Negri ed Hardt è curiosamente molto simile alla comunanza delle merci omogeneizzata del capitalismo di oggi. Si tratta di un “comune” iper-individualistico, che distrugge le vecchie “comunità” familiari, etniche, linguistiche, nazionali e religiose, con la scusa che esse si opporrebbero al “vero comune”. In altri tempi Hegel fece una critica di questo tipo a Rousseau (la cosiddetta “furia del dileguare”). Il passaggio dal “privato” al “comune” saltando il pubblico è culturalmente innocuo, perchè il neoliberalismo politico ed il neoliberismo economico non hanno nessuna paura del “comune” predicato in seminari universitari, ma hanno paura del “pubblico” (scuola pubblica sanità pubblica, edilizia pubblica, eccetera). Infatti stanno privatizzando tutto.

Il “biopolitico creativo” di Hardt è una forma di estremo soggettivismo post-moderno, e la sua insistita polemica contro la dialettica, l'umanesimo e l'essenzialismo non “ricicla” soltanto il marxismo anti-hegeliano di Althusser (questo è un fenomeno per intellettuali, che riguarderebbe solo alcune centinaia di persone nel mondo intero), ma viene incontro allo spirito futuristico della filosofia e dell'arte contemporanea (sull'arte contemporanea non mi stancherò di segnalare Jean Clair, L' inverno della cultura, Skira 2011 e Marc Fumaroli, Parigi-New York e ritorno, Adelphi 2011).

Oggi, storicamente, viviamo ancora dentro la dicotomia Privato/Pubblico, ci piaccia o no. Oggi si tratta concretamente di opporsi alla privatizzazione del welfare (dove c'è ancora), alla privatizzazione dell'educazione, alla privatizzazione dell'assistenza sanitaria, eccetera. Una fuga in avanti nel “comune”, e per di più in un “comune” che assomiglia antropologicamente e socialmente all'individualismo capitalistico, non ci permette di capire il nostro tempo, quindi neppure di capire gli “eventi”, per usare il linguaggio criptico di Badiou. Non accuso certo Hardt di “lavorare per il capitalismo”. Non lo conosco, e devo presupporre la sua buona fede. Ma di buona fede sono selciate le vie dell'inferno.

13. Passando ad Antonio Negri detto Toni, devo purtroppo aprire una piccola parentesi sul codice teorico complessivo del cosiddetto “operaismo italiano”. Me ne sono occupato a lungo in passato, ed in questo modo posso qui per fortuna limitarmi all'essenziale.

Secondo il codice teorico operaista (lo espongo qui in modo semplificato, senza scendere nei dettagli delle sue molte varianti) il rapporto di capitale non è una rete multipla di unità capitalistiche in concorrenza “strategica” reciproca, ma è un “residuo” esterno che si contrappone alla infinita potenza “costituente” di un soggetto collettivo. E' un paradosso dialettico che una teoria che disprezza Hegel e la dialettica (ridotta a teoria della conciliazione forzata del molteplice, secondo il modello del pensiero detto “differenzialista” post-moderno) sia una sorta di caricatura “comunista” dell' interpretazione della dialettica hegeliana più soggettivista che sia mai stata data, quella di Giovanni Gentile. Ma la dialettica si vendica sempre dei suoi nemici. L' impianto di Negri non è cambiato in mezzo secolo, ma si è progressivamente evoluto alla luce dei fatti storici e sociali: prima la soggettività costituente era quella dell'operaio-massa fordista della catena di montaggio italiana dell'Autunno Caldo 1969 e poi, vista la totale sconfitta di questa soggettività e la sua incorporazione sindacale nel Sistema, è diventata quella delle moltitudini biopolitiche globalizzate, che per fortuna di Negri sono totalmente inverificabili in quanto oggetto di fede immaginifica. Si tratta di una nuova “fede per intellettuali”, di una scommessa pascaliana senza Dio, di una sorta di anarchismo universitario per colti. Una lettura del testo di Negri sarà in proposito utile. Leggere per credere.

14. Negri è lapidario: “essere comunisti è essere contro lo stato” (p. 182). Lo stato (in generale) può assumere due forme, la difesa della proprietà privata e la difesa della proprietà pubblica “ossia nazionale, ossia statale”. E ancora (sempre p. 182) “essere comunisti è quindi riconoscere che il pubblico è una forma di alienazione e di sfruttamento del lavoro- il lavoro comune, nella fattispecie”. II materialismo storico è ridefinito da Negri in termini di “immanentismo della soggettività” (p. 183) , e ancora “il comunismo è nemico del socialismo, perchè il socialismo è la forma classica di questo secondo modello di alienazione della potenza del proletariato, che implica anche una organizzazione distorta della produzione della sua soggettività”. E che cos'è l'etica comunista? (p. 188). E' un'etica di lotta contro lo Stato, un'etica mossa dall'indignazione contro la soggezione (sic!).

Si tratta di una riproposizione dell'anarchismo? Direi di sì, con la differenza che il vecchio anarchismo era l'espressione legittima di artigiani e di braccianti agricoli i quali, per ragioni diverse e anzi opposte, non intendevano sottomettersi alle forme collettivistiche di organizzazione sindacale degli operai industriali, mentre questo nuovo anarchismo è l'espressione di una comunità universitaria cosmopolitica che rifiuta la necessità di lottare per il “pubblico” (pensiamo ai benemeriti Michael Moore e Noam Chomsky) attraverso la fuga in avanti onirica immediata in un fantomatico “comune”, che by-passando le comunità reali nazionali e religiose, le uniche realmente esistenti (ed appunto per questo particolarmente odiate e disprezzate), impediscono l'avvento di una nuova comunità che è poi il rovescio non-dialettico (of course) della globalizzazione capitalistica mondiale, che sogna anch'essa una omogeneizzazione antropologica del mondo . Un vero comunismo visto allo specchio deformato e rovesciato del capitalismo “imperiale”.

15. Il discorso sarebbe appena incominciato, ma lo chiudo qui per ragioni di spazio e di economia dell'esposizione critica. Il solo minimo comun denominatore di Badiou, Hardt e Negri è la connotazione dell'intero comunismo storico novecentesco come “impresa criminale”. Hegel non lo avrebbe mai detto, ed è questa una buona ragione per odiare Hegel. Il comunismo storico novecentesco, particolarmente nella forma staliniana, è stato effettivamente un dispotismo del lavoro fondato sulla statalizzazione integrale del “pubblico” e del “privato”, e per questa ragione è caduto tanto facilmente, in quanto per far crollare l'intero edificio è bastato picconare la struttura portante del partito-stato. Ma questo ormai lo sa anche un bambino. Il rifiuto della storia “storica”, comune a Badiou ed a Negri, porta allora ad inventare metafisiche parallele, gli eventi in Badiou e la costituente biopolitica delle moltitudini in Negri, che permettono di squalificare come “criminali” i faticosi tentativi del Novecento, che pure Badiou aveva lodato in un libro precedente come secolo animato dalla “passione per il reale”. Si giunge così alle stesse conclusioni di un Nolte e di un Furet: socialismo reale come impresa criminale. In questo modo gli intellettuali possono coltivare il loro innocuo comunismo all'ombra del dominio capitalistico, che sa molto bene come non esistano affatto moltitudini biopolitiche costituenti, mentre gli basta ed avanza che si uniscano anche loro alla lotta contro le due uniche realtà che gli fanno davvero paura, la lotta per restaurare un “pubblico” decente contro la privatizzazione e la sovranità monetaria e militare degli stati nazionali.

16. Passando a Gianfranco la Grassa (d'ora in poi GLG) si respira indubbiamente altra aria, perchè si rientra in un mondo reale uscendo dalla sala del gioco di specchi. Nello stesso tempo, mi sento un pò imbarazzato, perchè sono amico di GLG da più di un trentennio (esattamente dal 1978) e mi sono fatto un principio di non cadere nel fanatismo e nella autofagia degli intellettuali “comunisti”, che rompono le amicizie per ragioni filosofiche ed ideologiche. Questo non è casuale, ma è dovuto alla tradizione teologica, e non esiste maggior fanatismo di quello delle dispute teologiche. E tuttavia tratterò Gianfranco come se fosse un semplice GLG , portatore di una interpretazione del marxismo e di una lettura del capitalismo contemporaneo.

17. GLG è categorico (cfr. GLG , p.79): “Per me, comunismo e marxismo sono morti (sottolineato)”. Purtroppo, questa onesta ammissione arriva solo a p. 79, anzichè aprire la prima pagina del saggio, e questo costringe lo scrivente a riformulare in forma sistematica il percorso di pensiero (anzi di “uscita”, secondo l'espressione di GLG) dell'autore. Che comunque riassume il suo pensiero a p. 137: “dalla centralità della proprietà dei mezzi produttivi è necessario passare a quella del conflitto strategico, senza più contorsioni sulla proprietà “privata” o “pubblica” ”. E per chi non avesse ancora capito (p. 138): “La storia non è storia di lotte fra classi dominanti e classi dominate”. Più chiaro di così! Il comunismo inteso come società comunitaria pacificata è una “colossale fanfaluca” (p. 120). E potremmo continuare. Ma forse è meglio seguire il processo di pensiero di GLG.

18. A p. 154 c'è una nota biografica rivelatrice: “Ammetto che la mia irritazione verso i residui pseudo-marxisti, il mio trattarli da idioti, nasce dal mio stesso ritardo a prendere atto dell'irrimediabilità della senescenza che aveva colpito il marxiano già all'epoca in cui lo appresi (metà anni Cinquanta, nota mia, CP). Irritazione, e trattamento da idioti, che si duplica nei confronti di coloro che, non avendo nemmeno mai studiato il Capitale, vogliono riscoprire Marx in quanto utopista del comunismo, in quanto inconsistente e futile chiaccherone intorno all'Uomo. Non si sa chi sia peggiore fra i dogmatici di una scienza ormai inesistente ed i farfalloni umanisti”.

Molto chiaro, ma anche molto sgradevole, perchè personalmente rivendico di dare una interpretazione umanistica di Marx (anzi, orrore degli orrori, idealistica, umanistica e dialettica), e non per questo mi considero un “farfallone”. Qui il fantasma di Althusser esce dalla sua tomba di notte a tirare i piedi nel sonno agli orribili umanisti (anzi, umanisti, storicisti ed economicisti, oltre che sostenitori dell'Origine, del Soggetto e del Fine). Bisogna però rimandare i conati di vomito che mi suscitano queste pittoresche invettive e seguire il percorso che ha portato GLG a sostenerle. E' il solo modo di prenderlo sul serio, ed io ribadisco che egli merita di essere preso sul serio (molto di più, in ogni caso, di Toni Negri e delle sue moltitudini biopolitiche costituenti contro lo Stato nazionale).

19. Marx è sempre interessato a GLG unicamente ed esclusivamente come raffinato epistemologo del modo di produzione capitalistico (i modi di produzione precedenti non hanno mai minimamente interessato La Grassa). Sulla base della identificazione althusseriana (più esattamente, primo-althusseriana) di filosofia con l'epistemologia (tutto il resto è chiacchera poetico-umanistica priva di dimensione conoscitiva), Marx è semplicemente un inarrivabile scienziato sociale della dinamica del modo di produzione capitalistico.

Corrisponde questa impostazione al Marx veramente esistito e filologicamente ricostruibile? Ma neppure per sogno! Apriamo le note Tesi su Feuerbach, e leggiamo subito la distinzione marxiana fra l'oggetto di conoscenza (Objekt) e l’oggetto che resiste alla prassi umana trasformatrice(e cioè Gegenstand). Questo è Marx, non certo la deformazione farfallonesca degli interpreti umanisti chiaccheroni di Marx. E dal momento che per GLG l'oggetto di pensiero è sempre stato l'Objekt e non il Gegenstand, GLG si iscrive in quella nutritissima schiera di “marxisti della cattedra” che hanno trattato Marx come uno Smith, un Ricardo, un Durkheim, un Weber, uno Schumpeter, eccetera. Convinto di lottare contro gli orrendi umanisti, GLG ha sempre lottato anche contro Marx, da lui sempre sistematicamente trattato come semplice epistemologo del modo di produzione capitalistico.

E tuttavia, sia pure con questo riduzionismo, GLG ha fatto scoperte preziose, che Negri non ha potuto neppure sognare. Ha scoperto (nel suo saggio lo chiama “primo disvelamento”) che la teoria del valore-lavoro deve sempre essere strettamente subordinata alla teoria della merce (p. 43), e che si tratta di una semplice teoria politicamente “muta” (p. 107) che rivela lo scambio ineguale fra lavoro salariato e capitale sotto l'apparenza illusoria di uno scambio di equivalenti, e che questa teoria non deve essere utilizzata (con le sue varianti dette della “trasformazione dei valori in prezzi di produzione”) per costruire una teoria della lotta di classe fra proletari e borghesi. Con questo GLG demolisce ovviamente il 90% di quello che si definisce marxismo e non ci mette però nulla al suo posto, perchè il sistema di strategie di “lotta per la supremazia” fra agenti strategici non è una sostituzione credibile. E tuttavia penso che il “declassamento” della centralità della teoria del valore sia sostanzialmente giustificato, e su questo GLG abbia ragione.

GLG dice un mucchio di cose intelligenti. Ad esempio, condanna la grottesca identificazione del marxismo con l'ateismo (p. 136), e su questo ha tratta la mia approvazione. Loda i comunisti capitalisti confuciani cinesi di Tien An Men (p. 97), non certo per avere salvato il “socialismo”, ma per avere preservato l'unità geopolitica-militare della Cina. Loda la classe operaia dei paesi capitalisti (p. 138) per non aver seguito gli allucinati rivoluzionari “comunisti” ma per essersi accontentata di un buon welfare riformista.

E tuttavia, stiamo ancora girando intorno al problema. Per quale ragione il comunismo ed il marxismo per La Grassa sono morti (sottolineato)?

Vediamo.

20. Perchè il comunismo è morto secondo GLG?

Non certo perchè è crollato il sistema dei paesi del campo socialista nel triennio 1989-91, dal momento che dagli anni Settanta GLG seguiva la teoria di Charles Bettelheim sulla natura di “capitalismo di partito” di questi paesi (su questo punto di fatto indistinguibile dalle tesi di Toni Negri, sia pure con un diverso apparato argomentativo).

Non certo perchè si è riciclato l'apparato metamorfico italiano PCI-PDS-DS- PD in struttura di mediazione politica del dominio militare USA-NATO e di quello economico FMI-BCE. Fin dagli anni Settanta GLG ne aveva parlato, in tempi non sospetti, come di un apparato evolutivo di “servizio” dei grandi gruppi capitalistici occidentali. Il comunismo è morto secondo GLG per un'unica e sola ragione: perchè è stata popperianamente falsificata l’ipotesi marxiana fondatrice del comunismo, quella della formazione all'interno della produzione capitalistica di un lavoratore collettivo cooperativo associato, dal primo ingegnere all'ultimo manovale, che non si è formato perchè Marx lo aveva ipotizzato al livello di unità produttiva di fabbrica, laddove al livello di rete competitiva e strategica di imprese questo non avviene. Per questa sola ragione? Certo, per questa sola ragione. Questo richiede almeno due commenti. In primo luogo, l'odiatore althusseriano della dialettica GLG accetta integralmente l'argomento iperdialettico di Marx, per cui il comunismo, per non essere una fanfaluca umanistica, deve risultare da un processo dialettico interno al modo di produzione capitalistico stesso. Ma questo è talmente ovvio da non essere neppure interessante, e non è scalfito dalle pittoresche invettive contro Hegel e la dialettica tipiche di chi non ha mai neppure capito di che cosa parla la Scienza della Logica e di quale sia il suo rapporto con il Capitale (ampiamente descritto nelle lettere di Marx a Engels ed a Lassalle). In secondo luogo, si ha qui un esempio di accettazione della teoria popperiana degli enunciati scientifici, l'unica teoria epistemologica che GLG possa accettare. Marx, come tutti i veri scienziati, ha fatto delle ipotesi (di cui la principale è la formazione nel capitalismo di un lavoratore collettivo cooperativo associato). Alcune ipotesi si sono verificate (ad esempio la globalizzazione mondiale del capitale) ed altre no. L'ipotesi falsificata è però quella fondatrice del comunismo, che allora può essere dichiarato morto. In altre parole, il comunismo è un errore epistemologico, scusabile ai tempi di Marx, ma che solo idioti umanisti oggi possono riproporre. Ma questo richiede una parentesi di riflessione.

21. In estrema sintesi, in Marx (non parlo del marxismo successivo, che è una forma di positivismo di “sinistra” a base gnoseologica neokantiana- teoria del rispecchiamento) si incontrano tre distinti filoni di pensiero: una filosofia borghese della storia, una scienza filosofica di impianto hegeliano, ed infine una scienza non filosofica esemplificata sul modello delle scienze della natura (donde il famoso e tragico passo prima citato della “ineluttabilità di un processo naturale”, di mano di Marx, e non di interpolazione di Engels o di Lenin). Essi sono intrecciati, e qui li distinguo unicamente per chiarezza espositiva. Ma sia subito chiaro che si tratta di una operazione scolastica, perchè sono strettamente intrecciati.

In quanto filosofo della storia (perchè Marx lo è stato superbamente, alla faccia di tutti gli althusseriani, di Negri e di GLG) Marx riprende il programma di Vico verum ipsum factum, per cui l'unica verità filosofica cui l'uomo (maiuscolo, ovviamente) può aspirare è il bilancio ragionato della proprie esperienza storica “narrativamente” ricostruita. Il resto non è verità filosofica, ma certezza scientifica, evidenza empirica, esattezza matematica, veridicità artistica, eccetera. Questa filosofia della storia, che ha come presupposto “lontano” l'unificazione monoteistica del tempo storico e come presupposto “vicino” l'autoaffermazione della borghesia europea, classe dialettica per eccellenza in quanto unità di universalismo astratto e di sfruttamento classista concreto, dà luogo a quella particolare “coscienza infelice” (Hegel), che è stata la matrice genetica pressoché unica del pensiero di Marx.

In quanto titolare di una scienza filosofica dallo statuto necessariamente idealistico, Marx è il terzo ed ultimo grande idealista tedesco dopo Fichte e Hegel (escludo qui Schelling per ragioni che ho esposto analiticamente altrove). Idealista appunto perchè l'oggetto di cui si occupa non è l'oggetto teorico delle scienze della natura (Objekt), ma è l'oggetto che resiste al “toglimento” dell'alienazione umana (Gegenstand). Per questo la filosofia di Marx non è una epistemologia degli insiemi teorici (ma per favore!), ma è una ontologia del (solo) essere sociale (Lukàcs), una ontologia esistenziale (Kosìk) ed una filosofia della prassi (Gramsci).

In quanto titolare di una scienza sociale non filosofica, l'unica sottoponibile ad una procedura popperiana di falsificabilità, Marx ha fatto alcune genialissime ipotesi sulla dinamica di sviluppo del modo di produzione capitalistico, alcune corrette, altre fisiologicamente errate, come avviene per tutte le ipotesi scientifiche (e qui GLG cita correttamente Weber, che ha affermalo che lo scienziato deve augurarsi di essere falsificato dopo pochi de cenni-giustissimo!). Fra le principali ipotesi scientifiche fisiologicamente errate ricordo qui solo: la mancata formazione del lavoratore collettivo cooperativo associato; la capacità straordinaria degli agenti della produzione capitalistica (prima borghesi, poi post-borghesi) di promuovere e sviluppare la crescita delle forse produttive; l'evidente incapacità politica rivoluzionaria della classe operaia, salariata e proletaria storicamente e sociologicamente intesa; e si potrebbe ovviamente continuare.

Per GLG il primo Marx non esiste (fanfaluche umaniste), il secondo Marx non esiste (fanfaluche idealistico-hegeliane). Esiste solo il terzo, che per di più è stato popperianamente falsificato a iosa. Per forza, allora, che il comunismo è morto!

22. Senza certamente volerlo, GLG raggiunge così la foltissima schiera dei falsificatori popperiani di Marx ridotto ad epistemologo del modo di produzione capitalistico. Per i sociologi (alla Dahrendorf) Marx è falsificato, perchè pensava ad una società divisa solo fra borghesi e proletari, mentre aumentano le classi medie e gli strati intermedi. Per gli economisti (Sraffa ed i vari neo-ricardiani) Marx è falsificato, perchè ha sbagliato la famosa “trasformazione” dei valori in prezzi di produzione. Per il filosofo Colletti Marx è falsificato perchè ha confuso la contraddizione dialettica con la kantiana “opposizione reale”, con il risultato di secolarizzare la vecchia metafisica neo-platonica della “restituzione” dialettica finale di un Intero originario decaduto. E potremmo continuare. Ma non ne vale la pena, e nel caso di GLG sarebbe inutile, dando egli per scontato che il solo Marx è il terzo (fondatore di una scienza non filosofica falsificabile), mentre il primo ed il secondo sono invenzioni di filosofi umanisti chiaccheroni e farfalloni, manca il terreno possibile di confronto.

23. E perchè il marxismo è morto? Premettendo che per GLG i marxisti rimasti sono tutti da rinchiudere in manicomio (p.54) in quanto portatori di “orrende” (sic!) versioni umanistiche e/o economicistiche, la risposta è semplice. Per GLG il “marxismo” si riduce all'unica ipotesi per cui la centralità tolemaica della teoria del valore-lavoro descrive direttamente lo scontro fra dominanti borghesi e dominati proletari. E siccome non è così (ed anch'io concordo pienamente che non è affatto così) allora il marxismo di conseguenza è morto. Se poi qualcuno non si accontenta del sostituto, e cioè la teoria dei conflitti e delle strategie di lotta per la supremazia fra insiemi geopolitici, allora si accomodi o al manicomio (p. 64), o all'università, luogo fantozziano di “boiate pazzesche” (p.108), oppure nei “caldi” luoghi comunitari dei sognatori umanisti della felicità universale.

24. Due paroline in conclusione. Chi scrive non accetta che GLG gli dica, anzi gli imponga, “da quale porta” si deve uscire per prendere congedo da un marxismo effettivamente sclerotizzato e da un comunismo effettivamente onirico (gli eventi aleatori produttori di verità di Badiou e le moltitudini biopolitiche costituenti di Negri-Hardt). Ammetto apertamente che GIG è superiore ai precedenti perchè almeno ha il coraggio di guardare in faccia la realtà senza edulcorazioni pseudo-poetiche. Ma altro non posso concedergli. Concordo con lui che ci vuole per ora il rafforzamento della sovranità degli stati nazionali contro il cosmopolitismo anarcoide di Negri. Sono d'accordo con lui che l'importanza della Cina e della Russia sta nel loro essere concorrenti strategiche degli USA (il nemico principale), e non certo varianti “socialiste”. Sono d'accordo a detronizzare la pretesa che la teoria del valore-lavoro sia ipso facto anche una teoria strategica del conflitto sociale. Sono d'accordo su molte cose. Non a caso, ho firmato molti lavori in comune con GLG, e non li rinnego affatto.

Non intendo però uscire dalla sua porta. Marx era certamente anche uno studioso del modo di produzione capitalistico, ma era anche un filosofo comunista di tradizione hegeliana. Certo, ha avuto sbandate positivistiche, tipo la famosa “ineluttabilità dei processi naturali”, dimenticando che la dinamica sociale non è mai una dinamica naturale, non tanto perchè è fatta solo di processi finalistici consapevoli, ma perchè è fatta anche da posizioni teleologiche consapevoli (Lukàcs). E' difficile confrontarsi con GLG. Egli nega il carattere conoscitivo e veritativo della conoscenza propriamente filosofica, da non confondersi con quella ideazione distinta che è la conoscenza scientifica di oggetti disantropomorfizzati. Per lui si tratta solo di fantasticherie a ruota libera di tipo letterario sul senso esistenziale della vita. Già Hegel aveva scritto: contra negantes principia non est disputandum. A differenza di Badiou, Hardt e Negri, GLG ci dice veramente qualcosa sul mondo in cui viviamo, e questa è la ragione principale per cui è meno conosciuto dei precedenti e vive in un “blog” di nicchia per affezionati che “resistono” alle sue pittoresche invettive.

Ma l’uscita dal vecchio marxismo verso un nuovo comunismo dovrà avvenire su altre basi, completamente diverse. Ma questa è un'altra storia.