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Lingua, identità, politica in Antonio Gramsci

Alessandro Carlucci

1. Nel 1919 Gramsci ha ventotto anni. È a Torino dal 1911. Fin dalla nascita ha vissuto in un contesto socioculturale dove le varietà linguistiche sarde convivevano con la lingua della tradizione letteraria che, a stento, stava gradualmente diventando lingua nazionale. Questa esperienza diretta della pluralità linguistica si è acuita da quando si trova a Torino. La lentezza con cui l’unificazione linguistica andava realizzandosi in Italia appariva in modo chiaro in una grande e moderna città industriale. Gramsci nota ben presto, avendo iniziato a lavorare come critico teatrale, che anche a Torino “il dialetto è sempre il linguaggio più proprio della maggioranza”1 e che la declamazione, “fatta in dialetto, perde una gran parte della sua retorica”2, mentre “la lingua letteraria ha bisogno di una traduzione interiore che diminuisce la spontaneità
della reazione fantastica, la freschezza della comprensione”3. “Si immagini lo stordimento di Gramsci”, il quale al suo arrivo a Torino doveva essere stato “terrorizzato, non solo dal traffico e dai tram e dal rumore, ma anche dall’accorgersi di non riuscire a capire una parola di ciò che i nativi dicevano”4.

A questa esperienza vissuta della pluralità linguistica si accompagnano la riflessione e lo studio: a livello di prime embrionali suggestioni, forse già dagli anni dell’infanzia a Ghilarza, durante i quali ha conosciuto il canonico Michele Licheri5, e da quelli (1908-11) al Liceo Dettori, a Cagliari, dove è stato studente di Raffa Garzia6; prima che questa riflessione e questo studio si concretizzassero in un impegno approfondito negli anni dell’università, proprio a Torino, sotto la guida di un glottologo di prim’ordine: Matteo Bartoli. Non da molto, in quel turbolento 1919, Gramsci ha abbandonato le sue ricerche glottologiche e la disamina del dibattito che nell’Ottocento aveva contrapposto Graziadio Isaia Ascoli ai seguaci di Alessandro Manzoni e, in modo più mediato, al Manzoni stesso. Di quest’ultimo, Gramsci ha avuto in programma di curare una raccolta di scritti, come risulta da un opuscolo illustrativo della casa editrice Utet risalente al 1918, che annuncia la pubblicazione, a cura di Antonio Gramsci, degli “Scritti su la lingua italiana di Alessandro Manzoni”7. Il giovane socialista venuto dalla Sardegna è perciò ben sensibile – per ragioni sia personali che di specializzazione intellettuale – alle questioni della diversità e dell’unificazione in ambito linguistico. Ora le vicende politiche delle classi popolari torinesi stanno per metterlo di fronte alla drammaticità che, in situazioni esasperate, le differenze culturali e linguistiche possono assumere.

2. Due anni prima Torino è insorta. I quartieri popolari hanno lottato per cinque giorni, protestando contro la guerra e contro le condizioni di vita e di lavoro da essa causate. Alla fine la sanguinosa protesta è stata repressa dalle forze armate, che hanno potuto contare soprattutto su due debolezze degli insorti: la mancanza di una direzione politica della protesta e di un’organizzazione efficiente e coesa dell’insurrezione; l’incapacità di spingere i militari impiegati nella repressione a solidarizzare con gli insorti. Gramsci stesso ricorderà in seguito: “Per cinque giorni gli operai combatterono nelle vie della città. Gli insorti, che disponevano di fucili, granate e mitragliatrici, riuscirono persino a occupare alcuni quartieri della città e tentarono tre o quattro volte di impadronirsi del centro ove si trovavano le istituzioni governative e i comandi militari. […] Invano sperarono in un appoggio da parte dei soldati; questi si lasciarono ingannare dall’insinuazione che la rivolta era stata inscenata dai tedeschi”8.

Alcune fonti riferiscono di qualche eccezione, forse solo parziale, al mancato affratellamento tra popolazione insorta e militari9. Protagonisti di episodi di solidarietà con gli insorti, o quanto meno di mancata esecuzione dell’ordine di far fuoco su di loro, sembra siano stati esclusivamente gli Alpini10. È stato suggerito che questa eccezione – questi casi isolati in cui si riuscì a spingere gli Alpini a non sparare, ed anzi a cedere le proprie armi ai manifestanti – sia stata forse favorita dall’appartenenza linguistica sostanzialmente comune (piemontese, o più generalmente gallo-italica) a militari e classi popolari torinesi. Gli Alpini, infatti, sarebbero stati “reclutati in aree vicine, e perciò in grado di parlare i dialetti della zona”11.

C’è chi menziona inoltre la presenza, tra le forze militari usate per reprimere il moto popolare e insensibili agli appelli a fraternizzare, della Brigata Sassari12. Gramsci stesso ricorderà poi che la Sassari “aveva partecipato alla repressione del moto insurrezionale di Torino dell’agosto 1917”13. Ma pare che il suo sia un “ricordo inesatto”14. In effetti, in sede di ricostruzione storiografica, gli studiosi hanno parlato dell’impiego di “truppe alpine accanto a carabinieri e guardie di P.S.” e, data la situazione di grave emergenza, anche di “allievi ufficiali del genio di stanza in Torino”15. In ogni caso, durante questa sommossa, “Gramsci non si è trovato ad avere alcuna posizione di rilievo e di responsabilità diretta. Forse ha partecipato (se non interpretiamo male alcuni suoi riferimenti) a far mettere in atto, o ad osservare gli effetti, di quella tattica della fraternizzazione tra rivoltosi e truppe dell’esercito, che aveva dato così meravigliosi frutti nella rivoluzione russa di febbraio: quella rivoluzione che, non c’è dubbio, i gruppi operai avanzati e larghi strati di lavoratori e di ceti popolari consideravano come il modello da ripetere a Torino in quei giorni”16.

Un ruolo ben più attivo e rilevante – in cui il modello della rivoluzione russa si incontra con il bagaglio di esperienze personali e di riflessione sulla storia, la cultura e la situazione linguistica della Sardegna – Gramsci ha invece adesso, nel 1919. Vediamo come.

3. Nell’aprile di quell’anno la Sassari è “destinata di guarnigione a Torino”, come si legge in un telegramma inviato dal prefetto di Torino al Ministero dell’Interno il 14 aprile 1919; telegramma in cui si parla anche del timore di possibili manifestazioni di protesta organizzate dai socialisti per turbare i “festeggiamenti agli Ufficiali della valorosa Brigata Sassari”17. A quanto pare non ci furono proteste: il 13 aprile i soldati furono acclamati delle classi dominanti torinesi. Il giorno seguente, sull’edizione piemontese dell’“Avanti!” sarebbe dovuto uscire un articolo di Gramsci polemico verso tale accoglienza, articolo che però venne interamente censurato. L’iniziativa dei socialisti torinesi era, per il momento, facilmente controllata.
Solo molti anni dopo un importante studioso di Gramsci, Sergio Caprioglio, ha recuperato il testo dell’articolo censurato. In esso non mancano passaggi significativi, che mostrano come si sia cercato di avviare fin da subito un’opera di avvicinamento culturale per far conoscere ai soldati le istanze del proletariato torinese, e a questo le misere condizioni di vita delle campagne sarde. Non c’era tempo da perdere. Infatti, il “proletariato torinese intende manifestare il 20 e il 21 luglio solidarietà alle repubbliche socialiste-soviettiste di Russia e d’Ungheria, contro le quali i governi dell’Intesa, meno l’Italia, fomentano iniziative controrivoluzionarie. Altri fini dello sciopero: la smobilitazione e l’amnistia generale”18.

Nel testo recuperato da Caprioglio troviamo, in particolare, un riferimento alle “canzoni rivoluzionarie” in sardo, sulla sollevazione del 1796 capeggiata da Giovanni Maria Angioy, che costituisce un ricorso di Gramsci a ciò che egli aveva potuto conoscere sulla cultura sarda attraverso gli insegnamenti di Garzia19. E troviamo poi un’osservazione su lessico e politica: “la parola ‘la comune’ è delle più diffuse nel dialetto sardo; esiste tra i contadini e i pastori sardi un’aspirazione religiosa alla ‘comune’, alla collaborazione fraterna di tutti gli uomini che lavorano […]”20.

Due giorni dopo, sempre sull’edizione piemontese dell’“Avanti!”, compare un nuovo articolo di Gramsci, intitolato significativamente I dolori della Sardegna21; e un altro ancora il 22 aprile, dal titolo ironico: Il sardo lingua nazionale?22. Anche in questo breve testo la questione linguistico-culturale, tematizzata già nel titolo, è messa in primo piano. Il “generale Sanna […] ha pronunciato un discorso in sardo”, infatti, durante una cerimonia organizzata il giorno prima “nella Caserma di Morelli di Popolo” per i soldati e gli “ufficiali della Brigata Sassari e del 22° Cavalleria”23. Carlo Sanna è molto popolare tra i soldati sardi ed il suo atteggiamento verso il proletariato torinese sarà ricordato da Gramsci – cinque anni dopo: in una lettera a “L’Unità” – come particolarmente ostile: “Molti soldati della Brigata Sassari ricorderanno quale atteggiamento abbia tenuto il generale Sanna a Torino nel 1919, quale propaganda di odio contro gli operai egli abbia svolto: molti ricorderanno senza dubbio una sua allocuzione nella quale disse che se un soldato sardo fosse stato toccato, tutta la città sarebbe stata messa a ferro e fuoco e anche i bambini di cinque anni ne sarebbero andati di mezzo”24. Ma ora Gramsci non entra nel merito di ciò che Sanna ha detto durante la cerimonia; si limita a porre in evidenza alcune offensive ambiguità del trattamento riservato alle truppe. E fa ciò evitando sia di ridicolizzare l’uso del sardo sia di esaltarlo, insistendo su ciò che accomuna i soldati di reparti differenti e non su contrapposizioni legate alla diversa provenienza geografica e alla conseguente alterità linguistica, che pure gli si offrirebbero quali facili bersagli polemici: “il generale aveva il dovere di farsi intendere da tutti? Bastava che lo capissero i suoi soldati, perché il suo discorso non fosse inutile! Ognuno parla come può. Del resto nel proprio gergo è più facile farsi intendere. Non è questo che i soldati di cavalleria devono lamentare. Essi devono piuttosto dispiacersi dei doni che in simili occasioni sogliono farsi ai soldati. Devono sentirsi offesi quando si vuol loro mostrare la gratitudine del paese per cui hanno combattuto con cartoline, sigari ed uova di Pasqua”25.

Seguono altri due scritti dedicati alla Brigata Sassari, il 13 e il 16 luglio. Nel primo di questi due articoli è espressamente indicato il destinatario: “ai compagni proletari sardi”26. Ecco che la scrittura gramsciana si riempie di riferimenti alla cultura regionale. Compaiono inserzioni di elementi lessicali sardi: il “molente”, le “tancas”27. Finché la parola è direttamente lasciata a “due bolscevichi della Sassari”, di cui Gramsci riproduce una lettera contenente il motto della futura rivoluzione in Sardegna. Motto che contiene proprio la parola “comune” richiamata nell’articolo del 14 aprile: “Viva ‘sa comune sarda, de sos massaios, de sos minadores, de sos pastores, de sos omines de traballu’”28.

4. Non ci sono solo questi articoli dedicati direttamente alla presenza della Sassari a Torino. In questi mesi l’impegno giornalistico e l’attività teorica di Gramsci sono intensi. Il 1° maggio 1919 esce il primo numero de “L’Ordine Nuovo”. È significativo che, proprio mentre si trova a portare avanti (negli articoli che abbiamo citato e, come vedremo, anche nell’interazione diretta, comunicando oralmente coi fanti della Sassari) un’intensa opera di composizione fra differenti identità collettive, Gramsci rifletta spesso nei suoi scritti apparsi sul nuovo settimanale su come la società comunista potrà organizzare il potere statale in modo da favorire un processo di unificazione, nazionale ed internazionale, spontaneo e non coatto, basato su un libero sviluppo culturale e non su forme autoritarie di unificazione imposta. Torna più volte a prospettare un futuro “Stato dei Consigli” con organi locali, regionali, parte di una società che organizzi la soluzione dei problemi pubblici “gradualmente, nell’ambito della fabbrica, del villaggio, del consiglio urbano, regionale, nazionale, dell’Internazionale”29. Più tardi, proprio nella già citata lettera a “L’unità” del 1924 in cui Gramsci rievoca l’invio della Sassari a Torino, preciserà: “i sardi, popolo demograficamente e politicamente debole, non possono liberarsi dagli oppressori (che d’altronde non sono tutti in Sardegna, ma i più potenti e grossi sono nel continente) se non si alleano al partito più rivoluzionario del continente, che tende a rovesciare il dominio del capitalismo e a instaurare un regime nel quale l’economia e la cultura popolare possano svilupparsi autonomamente”30.

Gramsci è il “segretario di redazione” de “L’Ordine Nuovo” settimanale. Tuttavia, “come unanimemente riconoscono tutte le testimonianze, sarà molto di più: l’autentico animatore di una piccola impresa che colloca Torino in una dimensione internazionale, in fondo non lontana dalle discussioni che gruppi di giovani marxisti imprendono in varie località e situazioni, di qua e di là dall’Atlantico”31. Sulla nascita de “L’Ordine Nuovo” abbiamo questa rievocazione dello stesso Gramsci: “nel mese di aprile 1919, abbiamo deciso, in tre, o quattro, o cinque […] di iniziare la pubblicazione di questa rassegna ‘Ordine Nuovo’”32; e, circa le fasi successive, egli conferma che “gli articoli dell’‘Ordine Nuovo’ non erano fredde architetture intellettuali, ma sgorgavano dalla discussione nostra con gli operai migliori, elaboravano sentimenti, volontà, passioni reali della classe operaia torinese, che erano state da noi saggiate e provocate, perché gli articoli dell’‘Ordine Nuovo’ erano quasi un ‘prendere atto’ di avvenimenti reali […]”33. Inoltre, sempre sulle pagine del nuovo settimanale, Gramsci aveva già precisato che gli scritti ivi pubblicati nascevano “dalla convivenza spirituale e dall’intima collaborazione di tre o quattro o cinque compagni, dei quali Gramsci è uno, un altro è Angelo Tasca, un terzo è Palmiro Togliatti”34.

Vista la natura collettiva del lavoro redazionale, e vista l’indubbia influenza di Gramsci sulla definizione della linea editoriale de “L’Ordine Nuovo”, è interessante vedere altri scritti in esso pubblicati, anche se non di Gramsci: in particolare, nel numero del 14 giugno, uno scritto su Il Comunismo e la Valle d’Aosta, firmato da un anonimo “comunista valdostano”. Il testo, a differenza di quanto accade con altri scritti che il settimanale pubblica in quel periodo, non è accompagnato da postille critiche, né in alcun modo introdotto – per mediare e limitare l’accoglimento delle tesi in esso espresse, o per dissociarsene – da un commento della redazione. In esso figura questo passaggio: “Lo Stato comunista […] realizzerà la più larga autonomia locale organizzata in un sistema unitario di cooperazione e accentramento sociale”35. E poi quest’altro: “La Val d’Aosta, che non è né francese né italiana ma soprattutto Valdostana, deve lottare per ottenere che i nazionalisti italiani riconoscano il sacro suo diritto di parlare e studiare la lingua dei suoi antenati e di trattare in questa lingua gli affari pubblici. I Voldostani devono litigare, devono frugare nella storia per legittimare l’origine del francese nella Valle, devono presentare petizioni… e devono rassegnarsi a ricevere in cambio molte vaghe promesse. Nel sistema dei Consigli, tutte queste pratiche divengono automaticamente inutili. La Valle ha il suo Consiglio di Valdostani, parla la sua lingua e nessuno può sognare di italianizzarla”36.

Anche senza estendere l’analisi delle tesi dell’anonimo autore, non si può non notare la tempestività e la prospettiva ideologicamente aperta che la redazione del settimanale mostra con la pubblicazione di questo scritto. Intanto perché in esso è proposta una soluzione pragmatica, ma di fatto avanzata, all’annosa questione della specificità linguistica valdostana (almeno per quanto riguarda il francese – mentre non si fa menzione esplicita delle parlate franco-provenzali); e perché tale proposta è avanzata in un momento politicamente assai travagliato per quella regione, in cui l’avanzata rivoluzionaria pareva quasi inarrestabile e, tuttavia, bisognosa di collegamenti organici con le tradizionali rivendicazioni autonomiste e di non alienarsi il potenziale consenso di contadini ed ex-combattenti37. Poi, perché la pubblicazione di Il Comunismo e la Valle d’Aosta rivela sia l’intenzione di non disinteressarsi delle rivendicazioni di autonomia linguistica, magari in conseguenza dell’intenso rapporto, tradizionalmente instauratosi in Valle d’Aosta, tra difesa della francofonia e conservatorismo politico di marca clericale; sia la volontà di ricercare in modo originale l’unità dei vari gruppi subalterni, superando le tradizionali frizioni tra valdostani e piemontesi38 ma evitando di far ciò lungo quella scorciatoia pseudo-progressista che l’imposizione – più o meno dichiarata – dell’italiano poteva, apparentemente, fornire.

Tuttavia, anche in questo articolo, l’atteggiamento pragmatico e tollerante non implica alcuna esaltazione dell’identità culturale e linguistica regionale.

5. Nel periodo di cui ci stiamo occupando, i socialisti torinesi, il gruppo de “L’Ordine Nuovo” e Gramsci in prima persona si stanno impegnando in un’intensa azione di propaganda tra i soldati, in particolare tra quelli della Brigata Sassari. Il 1919 è d’altronde un anno ricco – causa la mancata smobilitazione ed il conseguente malcontento tra i militari – di propaganda socialista ed anarchica, finalizzata alla fraternizzazione tra soldati e proletari. Torino, in particolare, è un centro molto attivo nella preparazione e nella distribuzione di volantini nei quali è rammentata ai soldati la comunanza d’interessi tra loro e gli operai (e anche la comune estrazione sociale: la loro appartenenza di classe, sociologicamente intesa). In parte quest’opera di convincimento mira anche a confutare la voce, fatta circolare tra i soldati dai loro superiori, che spiega così la ritardata smobilitazione: essa è causata dalle agitazioni socialiste, è dovuta ai problemi d’ordine pubblico creati dal movimento operaio.

Della propaganda svolta a Torino tra i soldati della Sassari rimangono alcune tracce documentarie39. Esse attestano il ricorso al senso di appartenenza regionale come fattore di possibile solidarietà tra certi militanti socialisti – stabilitisi a Torino, ma provenienti dalla Sardegna – e i militari40. Ma questo passaggio è sostanzialmente strumentale rispetto al fine di suscitare un comune slancio rivoluzionario, o comunque idee politiche favorevoli ad un progresso sociale basato sul moderno conflitto di classe. Non emerge nessuna contemplazione dell’identità regionale. Anche il ricorso al sardo, che come vedremo compare in molte testimonianze di quanti collaborarono con Gramsci, è funzionale al tentativo di spingere i soldati a solidarizzare: non implica un’esaltazione dell’alterità linguistica come valore in sé.

Gramsci – il quale accoglieva “con slancio qualunque corregionale, col quale parlava volentieri in dialetto”41 – si impegna a fondo in questa azione, che passa attraverso la diffusione di volantini e la comunicazione orale diretta. Sebbene inizialmente la situazione sia apparsa molto tesa42, Gramsci riesce a sfruttare “le circostanze di essere sardo e di padroneggiare il dialetto per svolgere opera di convincimento”43. Riferirà in seguito Mario Montagnana, circa l’uso scritto del sardo da parte di Gramsci: “Ogni pretesto era buono per offrire fraternamente, a uno o due di questi soldati, un bicchiere di vino alla vicina osteria; per accompagnarli per un pezzo di strada; per ‘attaccar loro un bottone’, parlando del loro paese, di Torino, di come vivevano e di cosa volevano gli operai; per far loro scivolare nelle mani dei manifestini, brevi, semplici, convincenti, che Antonio Gramsci aveva redatto personalmente, apposta per loro, non in italiano, ma nello stesso dialetto della loro isola”44.

Anche Giovanni Carsano ricorda i manifestini, ma aggiunge delle informazioni sull’uso orale del sardo45: “Manifestini e volantini inondarono in permanenza la caserma della Brigata […] Ma oltre a tutto questo immenso materiale di propaganda generica, scritto quasi completamente da Gramsci, un lavoro più vasto e più in profondità veniva contemporaneamente svolto dai nostri Circoli rionali (anche questo naturalmente, diretto e coordinato da Gramsci) […] Ebbi la fortuna di partecipare a molte delle riunioni che Gramsci teneva allora un po’ ovunque: nei circoli rionali, alla Camera del Lavoro, alla sede del giornale, nella sua abitazione e persino in un piccolo caffè gestito da un bravissimo compagno sardo […] In queste riunioni Gramsci, parlando quasi sempre in dialetto sardo, spiegava ai sodati della ‘Sassari’ che gli operai di Torino non si ritenevano affatto superiori a loro e che non li disprezzavano affatto”46.

6. Alla fine la Brigata è allontanata da Torino “improvvisamente, proprio nell’imminenza dello sciopero”47 di solidarietà con le repubbliche sovietiche di Russia e di Ungheria. Gramsci ne annuncia la partenza con l’articolo intitolato I nostri fratelli sardi, pubblicato nell’edizione piemontese dell’“Avanti!” il 16 luglio48. La propaganda ha avuto successo: con la sua opera di mediazione e traduzione (non solo linguistica) Gramsci è riuscito, alla fine, ad ottenere risultati forse inattesi. La vicenda della Sassari a Torino si chiude così. Soprattutto le testimonianze di Montagnana e di Carsano (e quella, citata in nota, di Albina Lussu) fanno emergere il ruolo che la sardità linguistica di Gramsci ebbe nel suo coinvolgimento in questa vicenda. Egli aveva certo una chiara intuizione di quello che doveva essere il repertorio linguistico di gran parte dei soldati della Brigata. Il sardo – al di là delle differenziazioni riconducibili alla diverse zone della Sardegna da cui quei soldati provenivano – aveva un ruolo primario in quel repertorio, rappresentando in molte situazioni l’idioma della solidarietà, della comunanza di destini con quanti erano in grado d’intenderlo ed usarlo.

Nel complesso, Gramsci non indulge né in idealizzazioni dell’identità culturale sarda e della sardità linguistica, né in snobistiche condanne del sardo come lingua (o insieme di varietà linguistiche) di cui un intellettuale rivoluzionario non può e non deve in alcun modo servirsi (soprattutto nello scritto). La storia delle classi popolari è rievocata da Gramsci, e con tale rievocazione è anche riconosciuta e sfruttata la vitalità della loro lingua. Ma egli non ricorre alla lingua regionale per esasperare il conflitto tra identità sarda ed appartenenza sovra-locale di classe; al contrario, vi ricorre proprio per permettere una presa di coscienza profonda degli interessi comuni ai soldati e al proletariato urbano torinese.

Infine, queste scelte compiute da Gramsci ci dicono qualcosa su di lui. L’interpretazione della sua azione politica arricchisce (com’è ovvio che sia) il profilo biografico gramsciano; ma può far ciò in modo più preciso oggi, alla luce di alcune categorie elaborate dalla sociolinguistica e da recenti studi su lingua e cultura49. Infatti, se gli atti di comunicazione linguistica sono anche “atti di identità”, se “la variazione linguistica come risorsa simbolica e comunicativa fondamentale” è “un luogo centrale attraverso cui costruire un’immagine di sé”50, allora l’episodio della Brigata Sassari a Torino – e l’insieme delle riflessioni gramsciane ad esso connesse – si contrappone ad un’interpretazione biografica “desardizzante”51. Un tipo di interpretazione che, a partire da alcune osservazioni di Gobetti52, ha presentato Gramsci come un militante rivoluzionario ed un intellettuale progressista tenacemente impegnato a distaccarsi da un’identità sarda percepita come eredità, non rinegoziabile, di tradizioni rurali e arretratezza.

Note

1 Buscaje, “Avanti!”, 30 agosto 1916; ora in A. Gramsci, Cronache torinesi 1913-1917, a cura di S. Caprioglio, Torino, Einaudi, 1980, p. 805.
2 La mare, “Avanti!”, 12 novembre 1916; ora in A. Gramsci, Cronache torinesi, cit., p. 820.
3 Buscaje, cit.
4 J. Nicholson, Biography and language, a neglected aspect of the life and work of Antonio Gramsci, “Auto/Biography”, VIII, 2000, 1-2, pp. 63-70 (p. 65).
5 Un avvenimento in particolare “rende merito della vivacità e operosità intellettuale di Ghilarza: la pubblicazione nel 1900 del libro Ghilarza. Note di storia civile ed ecclesiale del sacerdote Michele Licheri” (A. Deias, Ghilarza: inizia il cammino, “Società sarda”, 1997, 5, p. 60). Gramsci certo conobbe questo illustre personaggio ghilarzese che era stato “collaboratore del professor G. Ferraro per l’opera Canti popolari in dialetto Logudorese e prezioso consigliere, per le zone attorno a Ghilarza e Isili, del gesuita Alberto Maria Centurione nella stesura dell’opera pubblicata nel 1866 Studi recenti sopra i Nuraghi e loro importanza” (ivi, p. 60). Infatti, una volta trasferitosi a Torino per studiare con una borsa di studio nella locale università, Gramsci mostrò di non aver dimenticato l’erudito di Ghilarza; e quando ebbe bisogno di alcune informazioni (principalmente di lessico e fonologia) circa le varietà dialettali della zona, fu proprio a “Prete Licheri” che invitò sua sorella Teresina a rivolgersi, in una lettera che le scrisse da Torino nel novembre 1912 (si veda A. Gramsci, Lettere 1908-1926, a cura di A.A. Santucci, Torino, Einaudi, 1992, p. 71).
6 “Raffa Garzia aveva capito che il ragazzo di Ghilarza possedeva preparazione ed ingegno, nonostante il suo italiano ancora stentato (le lettere del periodo […] stanno a confermarlo), ma con lo studio avrebbe potuto superare la ‘mentalità da villaggio’, uscire dal ‘mondo linguistico dialettale’ (che tra l’altro egli stesso praticava), per aprirsi a ‘itinerari più vasti’. Con tale presentazione del suo maestro, Nino ottenne la corrispondenza da Aidomaggiore per ‘L’Unione Sarda’” (G. Podda, Appendice, in S. Cardia Marci, Il giovane Gramsci, Cagliari, In.E.S., 1977, p. 107). Garzia era un fine conoscitore delle “tradizioni popolari, arti figurative, lingua e storia della Sardegna” (G. Podda, Alle radici del nazional-popolare: Gramsci studente a Cagliari, in G. Vacca, a cura di, Gramsci e il Novecento, II, Roma, Carocci, 1999, p. 183); fu raccoglitore di testi popolari sardi “esemplare a livello europeo per precisione e rigore filologico e per sensibilità linguistica” (G. Angioni, Quella originale riflessione sulla cultura popolare, “Nuova Rinascita Sarda”, II, 1987, 4, p. 23); più tardi avrebbe tenuto – tra il 1927 e 1930 – la cattedra di Dialettologia sarda all’Università di Cagliari (si veda A. Romagnino, Raffa Garzia, in I 2.000 sardi più illustri, viii, Fois-Ilaro, Cagliari, L’Unione Sarda, 2005, pp. 150-151).
7 G. Bergami, Gustavo Balsamo Crivelli, “Belfagor”, XXX, 1975, 5, p. 557. Si veda anche Id., Il giovane Gramsci e il marxismo 1911-1918, Milano, Feltrinelli, 1977, pp. 70-71.
8 Il movimento torinese dei Consigli di fabbrica, “L’Ordine Nuovo”, 14 marzo 1921; ora in A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, a cura di V. Gerratana e A.A. Santucci, Torino, Einaudi, 1987, pp. 599-611 (p. 604).
9 Si vedano le testimonianze raccolte da C. Bermani, F. Coggiola e M. Paulesu Quercioli in C. Bermani, Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria, Milano, Cooperativa Colibrì, 2007, p. 287; nonché quella di T. Noce, Rivoluzionaria professionale, Milano, La Pietra, 1975, p. 26. Per un inquadramento interpretativo si ricorra a P. Spriano, La sommossa dell’agosto 1917, in Id., Torino operaia nella grande guerra (1914-1918), Torino, Einaudi, 1960, pp. 235-254.
10 Si veda lo studio di J.M. Cammett, Antonio Gramsci e le origini del comunismo italiano, a cura di D. Zucàro, Milano, Mursia, 2007 (prima edizione in italiano del 1974; ed. originale: Antonio Gramsci and the Origins of Italian Communism, Stanford, Stanford University Press, 1967), p. 80.
11 J. Nicholson, Biography and language, cit., p. 66.
12 Si veda ad es. la testimonianza di G. Carsano, Come la Brigata Sassari fraternizzò con i lavoratori, “L’Unità” (ed. piemontese), 27 aprile 1952; e quella di Gino Castagno, in C. Bermani, Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria, cit., p. 284. La notizia è accolta e commentata da Cammett, Antonio Gramsci e le origini del comunismo italiano, cit., p. 80.
13 A. Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale, in Id., La costruzione del partito comunista, Torino, Einaudi, 1971, p. 143.
14 G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Roma-Bari, Laterza, 1989 (prima ed. 1966), p. 129n.
15 A. Monticone, Il socialismo torinese e i fatti dell’agosto 1917, “Rassegna storica del Risorgimento”, XLV, 1958, 1, pp. 57-96 (p. 79).
16 S.F., Romano Antonio Gramsci, Torino, Utet, 1965, p. 223.
17 Archivio Centrale dello Stato (A.C.S), Ministero dell’Interno, Direzione generale Pubblica Sicurezza (P.S.), Divisione affari generali e riservati, 1919, b. 76.
18 G. Fiori, Sardegna, le radici: Gramsci “federalista”?, in Id., Gramsci Togliatti Stalin, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 141-195 (pp. 181-182).
19 G.M. Angioy “capeggiò alla fine del 1700 il moto giacobino antifeudale in Sardegna” (S. Caprioglio, Quei mesi a Torino tra i sardi della brigata, “L’Unione Sarda”, 27 aprile 1982). Il cosiddetto “inno angioyano” – per il quale rimandiamo a R. Leydi, Canti sociali italiani, i, Canti giacobini, repubblicani, antirisorgimentali, di protesta postunitaria, contro la guerra e il servizio militare, Milano, Avanti!, 1963, pp. 31-55 – era stato studiato da Raffa Garzia in un saggio pubblicato nel 1897: cfr. A. Romagnino, Raffa Garzia, cit., pp. 150-151.
20 L’articolo censurato è ora raccolto in A. Gramsci, Il nostro Marx 1918-1919, a cura di S. Caprioglio, Torino, Einaudi, 1984, pp. 590-594.
21 Ora anch’esso in A. Gramsci, Il nostro Marx, cit., pp. 598-600.
22 Ora ivi, p. 611. La censura interviene sia su questo testo, sia sul precedente. Anche per quanto riguarda questi articoli, è stato Sergio Caprioglio a reintegrare le parti mancanti e a pubblicarli per la prima volta tra gli scritti gramsciani.
23 Ibidem.
24 G. Marcias [A. Gramsci], I sardi e il blocco proletario, “L’Unità”, 26 febbraio 1924. Per l’attribuzione a Gramsci si veda S. Caprioglio, Gramsci, si può sapere di più, ivi, 23 febbraio 1987.
25 Il sardo lingua nazionale?, cit.
26 La Sardegna e il socialismo. Ai compagni proletari sardi, “Avanti!” (ed. piemontese), 13 luglio 1919; si veda ora A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., p. 136.
27 Ivi, pp. 136-137.
28 Ivi, p. 137.
29 Cronache dell’“Ordine Nuovo”, “L’Ordine Nuovo”, 7 giugno 1919; ora in A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., pp. 54-55.
30 I sardi e il blocco proletario, cit. Nel frattempo, in una lettera del 12 settembre 1923, egli ha scritto: “Personalmente io credo che la parola d’ordine ‘governo operaio e contadino’ debba essere adattata in Italia così: ‘Repubblica federale degli operai e contadini’” (A. Gramsci, Lettere 1908-1926, cit., p. 130).
31 A. d’Orsi, Introduzione, in A. Gramsci, La nostra città futura. Scritti torinesi 1911-1922, Roma, Carocci, 2004, p. 68.
32 A. Gramsci, Il programma dell’“Ordine nuovo”, “L’Ordine Nuovo”, 14 agosto 1920; ora in Id., L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., pp. 619-628 (p. 619).
33 Ivi, p. 622.
34 Cronache dell’“Ordine Nuovo”, “L’Ordine Nuovo”, 6 settembre 1919; ora in A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., pp. 196-197 (p. 196).
35 Il Comunismo e la Valle d’Aosta, “L’Ordine Nuovo”, 14 giugno 1919.
36 Ibidem. La pubblicazione di questo scritto – sul quale si possono vedere le rapide riflessioni di T. Omezzoli, Lingue e identità valdostana, in S.J. Woolf, a cura di, La Valle d’Aosta, Torino, Einaudi, 1995, p. 183n. – era già stata annunciata sul numero del 7 giugno 1919. I corsivi sono nel testo, così come pubblicato dall’“L’Ordine Nuovo”.
37 Per una ricostruzione del Biennio rosso in Valle d’Aosta si veda S. Soave, Fascismo, Resistenza, Regione, in S.J. Woolf, a cura di, La Valle d’Aosta, cit., pp. 677-772 (in part. le pp. 686-689).
38 Si veda, a questo proposito, T. Omezzoli, Lingue e identità valdostana, cit., pp. 137-202 (in part. p. 175 e ss.).
39 A.C.S., Ministero dell’Interno, Direzione generale P.S., Divisione affari generali e riservati, 1919, b. 78. Si veda anche ciò che scrive S. Sechi, La Sardegna tra guerra e dopoguerra, “Il movimento di liberazione in Italia”, 1967, 88, pp. 3-32; Id., Dopoguerra e fascismo in Sardegna, Torino, Einaudi, 1969, p. 24 e ss.
40 Si veda (sempre in A.C.S., P.S., 1919, b. 78) la nota del prefetto di Torino del 28 maggio 1919, dove si legge che “negli ambienti sovversivi era corso l’accordo di far avvicinare specialmente i soldati di detta Brigata ritenuti i più fedeli, per cercare di indurli a svolgere propaganda sovversiva fra i loro commilitoni onde trascinarli negli ambienti frequentati da socialisti e prendere contatto con questi a mezzo di sovversivi sardi, che dovevano sfruttare il sentimento regionale per poter più facilmente vincere la resistenza dei militari stessi”. Si vedano anche le testimonianze raccolte da M. Cutrì, Mangiavamo l’erba con Anto’ su gobeddu, “Vie Nuove”, 1949, 37, p. 15.
41 A. Viglongo, Amò Torino come la nativa Sardegna, “Torino: rivista bimestrale del comune”, 1967, 3, p. 34. Il ricordo di Viglongo è confermato da una testimonianza di Mario Berlinguer relativa ad un periodo successivo (gli anni romani di Gramsci: 1924-26): “Gramsci era rimasto sardissimo, come sardissimi furono sempre gli altri antifascisti nostri che vissero lontani, da Lussu a Fancello ed anche a Schirru. Senza tener conto di questa origine non si può compiutamente valutare la loro azione ed il loro pensiero […] [un sorriso] illuminava il viso [di Gramsci] anche a sentir soltanto pronunziare una parola del dialetto sardo od a sentirsi chiamare Tonino da qualche amico d’infanzia” (M. Berlinguer, La sua fede non fu mai umiliata, “La Nuova Sardegna”, 27 aprile 1967).
42 Inizialmente – osserverà Gramsci il 16 luglio – “i sardi confondevano tutta la cittadinanza torinese in una sola classe, ‘i signori’” (A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., p. 140). Erano giunti a Torino “disposti a tutto, disposti veramente a massacrare anche i bambini di cinque anni” (I sardi e il blocco proletario, cit.). Si veda anche A. Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale, cit.
43 F. Scalambrino, Un uomo sotto la mole. Biografia di Antonio Gramsci, Torino, Il Punto, 1998, p. 84.
44 M. Montagnana, Ricordi di un operaio torinese, i, Sotto la guida di Gramsci, Roma, Rinascita, 1949, p. 137.
45 Si tenga presente anche questa testimonianza di Albina Lusso: “Gramsci già tutte le sere andava dalla brigata Sassari a cercare di convincerli a non sparare, a spiegare la situazione di Torino, perché prima di tutto il 70-80% erano analfabeti, quindi non sapevano leggere, poi lui parlava sardagnolo [sic] e loro lo capivano molto bene” (in F. Scalambrino, Un uomo sotto la mole, cit., p. 87).
46 G. Carsano, Come la Brigata Sassari fraternizzò con i lavoratori, cit.
47 G. Fiori, Sardegna, le radici: Gramsci “federalista”?, cit., p. 184.
48 Ora in A. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-1920, cit., pp. 139-141.
49 È qui sufficiente indicare la sintesi datane da C. Kramsch, Language and culture, Oxford, Oxford University Press, 1998.
50 Queste ultime citazioni sono tratte dal capitolo su Lingue e identità sociale di M. D’Agostino, Sociolinguistica dell’Italia contemporanea, Bologna, il Mulino, 2007, pp. 135-153.
51 Di una “linea interpretativa” definibile come “desardizzante” parla S. Selenu, Alcuni aspetti della questione della lingua sarda attraverso la diade storia-grammatica: un’impostazione di tipo gramsciano, in Antologia Premio Gramsci. IX Edizione. Ales, gennaio 2005, a cura di G. Serra, Sassari, Edes, 2005, pp. 223-358 (alle pp. 261-262).
52 In uno scritto di Gobetti compare una descrizione di Gramsci “venuto dalla campagna per dimenticare le sue tradizioni, per sostituire l’eredità malata dell’anacronismo sardo con uno sforzo chiuso e inesorabile verso la modernità del cittadino” (citato in S. Selenu, Alcuni aspetti della questione della lingua sarda, cit., p. 262; cfr. G. Fiori, Sardegna, le radici, cit., p. 180). Si veda anche A. Carlucci, La sardità linguistica di Gramsci ed il suo ricorso al sardo, “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena”, XXVIII, 2007, pp. 91-117.