6/1/13

Da Platone a Gramsci

Guido Liguori

Il faticoso titolo dell’ultimo libro di Giuseppe Prestipino (Dai maestri del pensiero e dell’arte alla filosofia della praxis, s.l., s.d., ma 2008, Edizioni Seam, pp. 111, euro 13) già ne illustra il contenuto: l’autore cerca in alcuni grandi pensatori dall’antichità al Novecento idee, spunti, suggestioni, associazioni, momenti da accostare o contrapporre alla filosofia della praxis, ovvero alla reinterpretazione che del marxismo ha dato Antonio Gramsci.

Brevi capitoli che a volte sono flash abbaglianti, come quello iniziale su Platone e Gramsci, il primo e l’ultimo pensatore comunista, secondo l’icastica e iperbolica definizione di Prestipino. Il «mito della caverna»,
infatti, viene riletto dall’autore in modo attualizzato. Nell’allegoria di Platone sono le ombre proiettate sul muro a essere scambiate per realtà dai prigionieri incatenati nell’antro; oggi i moderni auto-incatenati nelle proprie case, i cittadini teledipendenti, vedono le moderne ombre nel televisore e anch’essi le scambiano per realtà, le imitano, le assumono quali modelli sul cui calco conformare la propria esistenza nel reality show che si trovano a vivere. I filosofi di Platone fuggono dalla caverna, si abituano al sole, ne sono illuminati, capiscono. E non usano questo loro sapere per essi soli, si pongono il problema di tornare indietro e aiutare gli altri prigionieri a liberarsi. Ecco l’analogia con Gramsci: gli intellettuali di cui il comunista sardo rappresenta l’archetipo non si staccano dai semplici, vogliono farsene educatori (verso la luce, la verità, la libertà), ma educatori di tipo nuovo, che accettano anche di farsi educare: Prestipino evoca sulla scorta di Gramsci l’unità tra «il “comprendere” dei colti e il “sentire” dei semplici». Viene spontaneo ricordare – ci permettiamo di suggerire a Prestipino – anche lo Hegel di Libertà e destino, interpretato gramscianamente e fatto conoscere nel 1946 su “Società” da Cesare Luporini ai primordi della stagione di conoscenza e diffusione del pensiero di Gramsci (in primo luogo grazie a Togliatti e alla sua “Rinascita”). In questo breve scritto Hegel parla di «anelito a reciproco avvicinamento» tra coloro che vivono «la contraddizione sempre crescente» tra l’aspirazione a una vita migliore e «la vita che ad essi è offerta e permessa» e gli intellettuali, ovvero coloro che hanno acquisito «coscienza dei limiti» e che non possono e non devono «vivere soli», restare chiusi nel loro «mondo interiore».

La tematica dell’intellettuale gramsciano e del suo necessario rapporto con i semplici costituisce in realtà una sorta di filo rosso che si dipana in molti capitoli del volumetto. Dopo Platone, Dante, nella cui immagine dei «due soli» Prestipino vede una anticipazione della necessità del «riconoscimento reciproco» tra diversi; e a proposito del quale non si manca di ricordare come «gli intellettuali, nel periodo dei Comuni, rompono con il latino», scelgono cioè di stare dalla parte del popolo, in un anticipo – si potrebbe dire – della Riforma, gramscianamente intesa, che purtroppo non ebbe seguito e che anzi, con la sua precoce sconfitta, avrebbe contribuito ad aprire la strada in Italia alla reazione controriformistica. E quindi Leonardo, a proposito del quale viene spesso seguito e commentato un recente libro di Giorgio Baratta, Leonardo tra noi (Carocci 2007). E poi Machiavelli, rispetto al quale Prestipino di discosta da Gramsci, condannando il machiavellismo anche in Machiavelli, senza residui (p. 32). Per l’autore Gramsci è «più convincente» quanto esalta il Segretario fiorentino in opposizione agli intellettuali del suo tempo che scelgono il cosmopolitismo, ovvero che restano estranei al popolo-nazione (con tutte le implicazioni inerenti alla tematica del partito, che Gramsci e Prestipino vedono anche nel tempo contemporaneo).

Infine, Hegel-Marx e Croce. Su Hegel, Prestipino parte da lontano, dalla critica all’Intelletto illuministico in nome della Ragione, che conduce – attraverso una serie di passaggi che qui è impossibile riassumere – al rapporto astratto-concreto in Marx, «premettendo – scrive l’autore – che in Gramsci non vi è traccia di un astratto del pensiero che si faccia astrazione reale. I termini corrispondenti sono, in Gramsci, “metodico” versus “organico” [...] il metodico è diverso dall’organico come l’astratto del pensiero è diverso dal, e irriducibile al, concreto reale, benché l’astratto-metodico sia [...] necessario alla interpretazione-traduzione teorica del concreto-organico reale» (pp. 42-43). Venendo a Marx, come Ernesto Screpanti Prestipino crede che «non è “possibile sostenere che un’astrazione del pensiero è praticamente vera in senso fisico”» (p. 46). Ne deriva «l’assurdità del concetto marxiano che fa del lavoratore il venditore di una merce, a meno che non si consideri “merce” il tempo-lavoro alienato a beneficio del capitale [...] L’equazione forza lavoro - lavoro-valore è insostenibile, perché il valore non è dato dal lavoro, ma dall’uso del lavoro ad opera e nella logica del capitale» (p. 47). Marx appare dunque per alcuni versi «geniale», ma pure «sorpassato». Come anche nel caso sottolineato da «Bettelheim: non la proprietà dei mezzi di produzione caratterizzerebbe il capitale, ma il potere di disposizione sui mezzi, sulle modalità e sui fini del lavoro» (p. 48). L’odierno potere dei manager! Ma non è stato proprio Gramsci – ricorda Prestipino a Gianfranco La Grassa seguace di Bettelheim – a superare la dicotomia proletariato/borghesia in favore di quella subalterni/egemoni? Uso qui «superare», mentre Prestipino parla di «sostituzione» (p. 49n), non a caso: la seconda coppia supera quella marxiana in senso hegeliano, un superamento che mantiene al proprio interno ciò che è stato superato. Perché altrimenti si potrebbe pensare che Gramsci non creda più che esistano quelle che egli nei Quaderni chiama le «classi fondamentali». In ogni caso, per Prestipino Gramsci «non recepisce il concetto di un’astrazione che possa farsi “reale”. Per Gramsci, infatti, le distinzioni metodiche (astrattamente concettuali o persino didascaliche) non modificano una unità-realtà organica, concretamente storica in quanto tale» (p. 56).

Prestipino si sofferma sulla dialettica in Hegel, Marx e Gramsci, già più volte affrontata in passato. Il tema torna nel capitolo su Croce, poiché «Croce recupera la dialettica hegeliana nel suo aspetto, secondo Gramsci, più chiaramente conservatore, ossia come dialettica che, unicamente, riassorba l’antitesi nella tesi» (p. 59). Dal punto di vista filosofico, per Gramsci Croce «aboliva di fatto la hegeliana dialettica delle opposizioni-contraddizioni» (p. 64). In Hegel vi era «un riflesso di grandi contraddizioni e nodi storici», in Croce (e in Gentile) – per Gramsci – «si compie “una riforma ‘reazionaria’ di Hegel”» (p. 66). Anche per questa via Croce combatte quel modo nuovo di essere intellettuale che la filosofia della praxis postula: un intellettuale che non ha paura di farsi parte, e anche di farsi partito, come i giovani intellettuali dell’Ordine Nuovo seppero e vollero farsi: una scelta che Gramsci pagò duramente. Il che vuol dire ovviamente rifiutare – è bene ribadirlo, perché anche questa è la lezione di Gramsci e dell’Ordine Nuovo – anche ogni ipotesi di «partito degli intellettuali», cioè credere che gli intellettuali possano essere qualcosa a sé, o che comunque abbiano compiti superiori, missioni particolari da svolgere, sia pure una missione nobilissima come il «dire la verità» (Said). All’intellettuale spetta invece mettere le proprie competenze a disposizione dei «subalterni» e lottare con loro.

Un libro vivace ma non semplice, quello di Prestipino (è presupposta la conoscenza dei termini del dibattito e delle posizioni sulla scena teorica), che dunque contrasta un po’ – è l’appunto che mi permetto di fare – con il suo intento «didattico» deducibile dall’ultima parte: esso si chiude infatti con 20 pagine di una sezione antologica intitolata Gramsci filosofo politico: antologia “sistematica”: brevi (a volte brevissimi) estratti dai Quaderni, a cui Prestipino premette brevi (a volte brevissime) note introduttive. I titoli dei capitoletti in cui è divisa l’antologia commentata sono: Sulla critica allo stalinismo e sulle risorse del capitale, Nord e Sud, Occidente e Oriente, Funzione degli intellettuali, Crisi politico-culturale e regimi autoritari, Riforma intellettuale e morale, Libertà e democrazia, Egemonia e libertà.