25/1/13

Antonio Gramsci oltre Karl Marx

Pasquale Misuraca

Il titolo originario di questo saggio è ‘Sulla ricostruzione gramsciana dei concetti di struttura e superstruttura’. E' stato pubblicato da ‘Rassegna italiana di Sociologia’ - una rivista trimestrale edita da ‘il Mulino’, nel settembre del 1977

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L’insieme degli Stati contemporanei vive oggi una situazione di crisi organica, caratterizzata dal logoramento del sistema di rapporti di forze degli Stati tra di loro e, al proprio interno, fra governanti e governati. Risulta sempre più chiaramente – specie dallo sviluppo del ‘caso italiano’ – che il superamento non congiunturale di questa crisi
nella realizzazione di un nuovo ordine (dinamico) è in relazione con lo svolgimento di profonde analisi dello stato presente del complesso di questi rapporti di forze.

“ ‘Analisi delle situazioni: rapporti di forza’. È il problema dei rapporti tra struttura e superstrutture che bisogna impostare esattamente e risolvere per giungere a una giusta analisi delle forze che operano nella storia di un determinato periodo e determinare il loro rapporto” osserva Gramsci nei Quaderni del carcere (Edizione critica, Einaudi 1975, pagine 1578-9); ed è precisamente sulla base di una determinata rilettura di un complesso di note dei Quaderni (di seguito semplicemente Q) che si cercherà in questa sede di dare un contributo alla ridefinizione teorica del problema dei rapporti fra struttura e superstruttura. Ma la ridefinizione di un rapporto comporta insieme la ridefinizione dei termini del rapporto; occupandoci dei concetti di struttura e superstruttura è questo che si cercherà.

Ora, Gramsci è generalmente riconosciuto come elaboratore – tra l’altro – di una interpretazione (dei rapporti fra la 'struttura' e la 'soprastruttura') che conferma il concetto di struttura e arricchisce il concetto di soprastruttura così come definiti nell’opera di Marx. In questo saggio – che ha l’ambizione di essere provvisorio – si cercherà di mostrare che il pensiero di Gramsci ha prodotto molto più di questo, e precisamente una vera e propria ricostruzione dei concetti di struttura e supestruttura.

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Il problema del come rileggere oggi Gramsci è legato al problema del perché, come prima lo abbiamo impostato. In questa prospettiva occorre domandarsi: l’attualità determinata del pensiero di Gramsci promana forse da una sua (generica) classicità? E ancora: le ragioni profonde della sua durata e della sua espansione stanno nella possibilità di una sua riconduzione (riduzione) al leninismo e/o al marxismo?

Il problema della rilettura del pensiero di Gramsci è parte del problema di una complessiva riconsiderazione di una intera tradizione teorica e politica, e come tale va affrontato; con una sola avvertenza: “Pare necessario che il lavorio di ricerca di nuove verità e di migliori, più coerenti e chiare formulazioni delle verità stesse sia lasciato all’iniziativa libera dei singoli scienziati, anche se essi continuamente ripongono in discussione gli stessi principi che paiono i più essenziali.” (Q, 1393) E insieme (il problema della rilettura) non può essere affrontato se non concretamente e direttamente, attraverso una lettura critico-filologica capace di rendere ragione (sempre più) dei testi gramsciani.

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La definizione dei concetti di struttura e soprastruttura nei loro rapporti era per Gramsci “il problema cruciale del materialismo storico” (Q, 455). E la “fonte autentica più importante per una ricostruzione della filosofia della praxis” egli l’aveva individuata nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica di Marx (Q, 1441). L’importanza storico-teorica della Prefazione era colta da Gramsci nel fatto che questo testo, nel quale Marx si era particolarmente misurato con una definizione riassuntiva di tale problema, è divenuto il testo teoricamente decisivo per la tradizione teorico-politica marxista successivamente dominante. In questo saggio si affronta appunto la rilettura di un complesso di note dei Quaderni dedicate alla rilettura-ricostruzione dei concetti di struttura e soprastruttura così come consegnati da Marx alla Prefazione, e come di seguito specificamente interpretati da una determinata tradizione marxista.

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La rilettura gramsciana del concetto di struttura consegnato da Marx a questo testo è il soggetto della nota ‘10 (XXXIII) – S. 59’ (Q, 1354), che inizia con la domanda: “Come occorre intendere l’espressione ‘condizioni materiali’ e ‘l’insieme’ di queste condizioni?” Gramsci sa che per la tradizione interpretativa marxista è generalmente valsa l’equazione: struttura = condizioni materiali, dove l’accentuazione dell’aggettivo conseguiva dalla individuazione del carattere costituente specifico della struttura nella sua data realtà materiale: “essa (la struttura) è concepita in modo ultrarealistico, tale da poter essere studiata coi metodi delle scienze naturali ed esatte e anzi appunto per questa sua ‘consistenza’ oggettivamente controllabile la concezione della storia è stata ritenuta ‘scientifica’ ” (Q, 1300). Gramsci interpreta l’espressione (ricostruisce il concetto) in modo diverso, spostando l’accento dall’aggettivo al sostantivo: struttura è l’insieme delle condizioni.

Che genere di condizioni? Forse anche, oltre alle condizioni materiali, le condizioni ideologico-culturali? Gramsci intende per insieme delle condizioni “ il ‘passato’, la ‘tradizione’ ”. Ora, il passato, la tradizione non sono forse costituiti di volta in volta da un insieme definito di condizioni materiali e condizioni ideologico-culturali? E il presente, l’iniziativa non si sviluppano proprio da tale concreta interezza di condizioni? “Il presente operoso – prosegue Gramsci nella nota in questione – non può non continuare, sviluppandolo, il passato, non può non innestarsi nella ‘tradizione’ ”.

Struttura non è però tutto il passato, tutta la tradizione, tutte le condizioni indistintamente, bensì “la ‘vera’ tradizione, il ‘vero’ passato, cioè la storia reale effettiva e non la velleità di fare nuova storia che cerca nel passato una sua giustificazione tendenziosa”. Struttura è cioè l’insieme delle condizioni storiche reali in quanto fattivamente agenti.

Se perciò le condizioni ideologico-culturali sono struttura, ciò è valido precisamente per quelle (fra tutte) effettivamente operanti nella situazione storica e geografica determinata. Dimodoché, ad esempio, per quel tipo di condizioni ideologico-culturali che sono le condizioni politiche, ne risulta che se si può affermare la “identità di storia e politica” (Q, 1241), ciò ha significato nella misura in cui “dovrà intendersi politica quella che si realizza e non solo i tentativi diversi e ripetuti di realizzazione (alcuni dei quali falliscono presi in sé)” (Q, 1241). La mancata comprensione del valore di una tale distinzione – osservava già Gramsci nella nota ‘Alcune cause d’errore’ – è “causa d’errore” nella definizione del concetto di struttura, poiché in tal caso “non si tiene abbastanza conto del fatto che la disposizione applicata, l’iniziativa promossa ecc. può essere dovuta ad un errore di calcolo, e quindi non rappresentare nessuna ‘concreta attività storica’. Nella vita storica come nella vita biologica, accanto ai nati vivi, ci sono gli aborti” (Q, 310).

Allo stesso modo sono struttura soltanto quelle condizioni materiali (fra tutte) fattivamente operanti: 1. le condizioni economico-produttive in quanto “insieme delle forze materiali di produzione, cristallizzazione di tutta la storia passata e base della storia presenta e avvenire, documento e forza attiva attuale di propulsione” (Q, 1443), intese le “forze materiali di produzione” come prodotti specifici delle attività di gruppi sociali determinati; e 2. le condizioni sociali in quanto complesso dei rapporti economico-corporativi dominanti tra i gruppi sociali dati.

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Ecco quindi una prima definizione di struttura: “È passato reale la struttura appunto, perché essa è la testimonianza, il ‘documento’ incontrovertibile di ciò che è stato fatto e continua a sussistere come condizione del presente e dell’avvenire.”

Queste condizioni – economico-sociali e ideologico-culturali – che costituiscono la struttura vanno “concretamente intese” in quanto sono “obbiettivamente constatabili e ‘misurabili’ ”. Ma attenzione: individuare tali condizioni non è operazione che può risolversi in una catalogazione di dati, di fatti ‘oggettivamente’ rilevabili in quanto pre-costituiti rispetto ad ogni intervento ‘soggettivo’, ma piuttosto nella identificazione rigorosamente verificabile di condizioni soggettivamente operanti, di premesse efficienti ed attive della volontà e dell’attività degli uomini. La conoscenza di queste “condizioni generali complesse e organiche richiede una ricerca lunga e criticamente elaborata” (Q, 1484), condotta con metodi scientifici, intesi questi come “metodi di accertamento ‘universalmente soggettivi’, cioè appunto ‘oggettivi’ ”. Attraverso cioè una impresa di riconoscimento critico, di discriminazione tra il reale e l’irreale che, al pari di ogni impresa scientifica, non è immune dalla possibilità d’errore: “Si potrà osservare – prosegue difatti Gramsci – che nell’esame della ‘struttura’, i singoli critici possono sbagliare, affermando vitale ciò che è morto, o non è germe di nuova vita da sviluppare, ma a causa di ciò il metodo stesso non può essere confutato perentoriamente”.

Il rilevamento della condizioni generali complesse e organiche che costituiscono la struttura, per il fatto che si presentano come né soltanto e né semplicemente ‘materiali’, è impresa realizzabile – piuttosto che con la strumentazione tecnico-scientifica propria delle scienze naturali – con la strumentazione tecnico-scientifica propria di una scienza della storia e della politica che Gramsci s’impegna nei Quaderni a definire negli elementi costitutivi fondamentali.

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I “ ‘singoli critici’ ” della struttura, “(uomini politici, statisti)”, coloro i quali decidono da ultimi ciò che sia da assumersi come condizione dell’intrapresa di iniziative, per non cadere in errore, o meglio per limitare l’errore, debbono possedere concretamente il massimo di risultati delle ricerche sulla situazione data: “Il grande politico non può che essere ‘coltisssimo’, cioè deve ‘conoscere’ il massimo di elementi della vita attuale.” (Q, 311)

Ora, tali critici ultimi della struttura sono i massimi rappresentanti degli aggruppamenti sociali fondamentali, dei quali conducono l’iniziativa. Cosicché alla fine risulta che il grado di rigore ottenibile nel processo di identificazione della struttura dipende 1) dall’osservanza di una metodologia scientifica d’accertamento, 2) dal livello di conoscenze criticamente possedute dai massimi responsabili politici (grandi intellettuali politici qualificati) e 3) dalla ricchezza e dalla raffinatezza della ‘tradizione’ dei rispettivi aggruppamenti sociali fondamentali. E siccome “ogni gruppo ha una ‘tradizione’, un ‘passato’ e pone questo come il solo e totale passato”, l’individuazione più rigorosa (realistica) della struttura determinata sarà complessivamente realizzata da “quel gruppo che comprendendo e giustificando tutti quei ‘passati’, saprà identificare la linea di sviluppo reale, perciò contraddittoria, ma nella contraddizione passibile di superamento, commetterà meno ‘errori’, identificherà più elementi ‘positivi’ su cui far leva per creare nuova storia.”

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Con queste parole si chiude questa nota dedicata da Gramsci alla rilettura-ricostruzione del concetto di struttura consegnata da Marx alla Prefazione. Rilettura profondamente diversa dall’insieme delle letture precedenti. Ma – è il momento di chiedersi – da dove secondo Gramsci trae origine storica e ragione teorica l’interpretazione prevalente nell’insieme tradizionale delle riletture di parte marxista?

Dal fatto che “si è dimenticato – risponde Gramsci nella nota ‘Concetto di ‘ortodossia’ – in una espressione molto comune [materialismo storico] che occorreva posare l’accento sul secondo termine ‘storico’ e non sul primo di origine metafisica” (Q, 1437), e dal fatto che “si dimentica – risponde Gramsci nella nota ‘Quistioni di nomenclatura e di contenuto’ – che occorre sempre risalire alle fonti culturali per identificare il valore esatto dei concetti, poiché sotto lo stesso cappello possono stare teste diverse. È noto, d’altra parte, che il caposcuola della filosofia della praxis non ha chiamato mai ‘materialistica’ la sua concezione.” (Q, 1411)

Per Gramsci tale interpretazione discende dunque da una tradizione di malinteso materialismo, di inesatte identificazioni delle fonti culturali del linguaggio e del pensiero marxiano, di esiziali ‘dimenticanze’? La rilettura gramsciana si risolve dunque in una restaurazione storico-filologica del ‘valore originario’ del concetto marxiano, liberato dalle incrostazioni e deformazioni di una determinata tradizione interpretativa?

Una tale lettura della rilettura gramsciana è riduttiva, e non rende ragione dei testi prima esaminati. Gramsci non dà una semplice traduzione culturale del concetto marxiano basata sul fedele rispetto del ‘testo originario’, bensì una sua ricostruzione teorica basata 1) su una analisi critica comparata, di carattere linguistico-culturale e storico-teorica, del testo e dell’insieme delle interpretazioni, 2) sulla individuazione critica delle deformazioni risultanti dal dispiegarsi di questo insieme di interpretazioni e 3) sul confronto del testo in esame con il complesso dei testi di Marx – dei risultati teorici in essi attinti.

Obiettivo della rilettura gramsciana è perciò certamente una restaurazione del ‘valore esatto’ del concetto tramite una più rigorosa definizione delle fonti culturali del linguaggio e del pensiero di Marx ed una decisa critica degli errori tradizionali di interpretazione di tale concetto, ma questa operazione è in funzione di una ulteriore impresa: la ricostruzione teorica del concetto fissato da Marx, cioè una nuova costruzione teorica basata - oltre che su una analisi storico filologica riguardante testo ed interpretazioni ed una critica delle deformazioni interpretative - sulla critica dello stesso testo di Marx in esame, a partire dal recupero critico e dallo sviluppo teorico di altri testi marxiani i quali risultano teoricamente più soddisfacenti (superiori).

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Per Gramsci in questo caso il testo fondamentale sono le Tesi su Feuerbach: è rispetto al Marx delle Tesi che il Marx della Prefazione mostra (anch’egli) di essersi “dimenticato che in una espressione molto comune occorreva posare l’accento sul secondo termine ‘storico’ e non sul primo di origime metafisica”.
“Forse che la struttura è concepita come qualcosa di immobile e di assoluto o non invece come la realtà stessa in movimento e l’affermazione delle Tesi su Feuerbach – ecco il Marx delle Tesi – dell’ ‘educatore che deve essere educato’ non pone un rapporto necessario di reazione attiva dell’uomo sulla struttura, affermando l’unità del processo del reale?” (Q, 1300)
Con le Tesi per Gramsci “è nata” la filosofia della praxis, sennonché ciò che era implicito “in questi criteri pratici e in questi aforismi” Marx non lo ha poi esplicitato e sviluppato in una esposizione metodica sistematica, dedicando piuttosto “le sue forze intellettuali ad altri problemi, specialmente economici (in forma sistematica)” (Q, 1432). Tutto ciò non è rimasto senza conseguenze, e non soltanto per i marxisti (per la ‘tradizione’) ma per lo stesso Marx: Gramsci ritiene responsabili sia la tradizione marxista dominante che il Marx della [Prefazione di avere “dimenticato” i risultati attinti dalla filosofia della praxis (specialmente sul problema in questione) con le Tesi.

Con la Prima Tesi, che si apriva con un preciso avvertimento critico (utilizziamo la traduzione gramsciana delle [i]Tesi, riportata nella Appendice della Edizione critica dei Quaderni[/i]): “Il vizio fondamentale di ogni materialismo, fino ad oggi, - compreso quello di Feuerbach – è che l’oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma dell’oggetto o della intuizione; ma non come attività sensibile umana, praxis, non soggettivamente.” (Q, 2355)

Con la Terza Tesi, che individua precisamente come “la dottrina materialistica che gli uomini sono il prodotto dell’ambiente e dell’educazione e che pertanto i cambiamenti degli uomini sono il prodotto di altro ambiente e di mutata educazione, dimentica che appunto l’ambiente è modificato dagli uomini e che l’educatore stesso deve essere educato.” (Q, 2356) “Dimentica”: Gramsci non casualmente riprende, e ripetutamente ripropone, questo verbo: è un atto di ritorsione teorica sul Marx della Prefazione col Marx delle Tesi – col suo linguaggio e coi suoi risultati. E la conseguenza di una tale dimenticanza era lo stesso Marx della Terza Tesi a individuarla chiaramente: “Essa [la dottrina materialistica che gli uomini sono il prodotto dell’ambiente e dell’eduzione] perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali è sopra posta alla società.” (Q, 2356)

Ora, nella definizione del concetto di struttura e nella contestuale definizione del concetto di soprastruttura del Marx della Prefazione non si riproduceva tale “scissione”? Per rispondere a tale ulteriore domanda occorre a questo punto passare ad esaminare la rilettura gramsciana del concetto di soprastruttura fissato dal Marx della Prefazione.

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Gramsci ha ricostruito teoricamente il concetto di soprastruttura in maniera omologa a quanto aveva fatto per il concetto di struttura: era logicamente necessario, dal momento che la ‘soprastruttura’ era la parte ‘sopra posta’ alla struttura, ne costituiva (dialetticamente) l’ ‘altra metà’.

Nella nota ‘Storia della terminologia e delle metafore’ Gramsci rileva che nella Prefazione “le soprastrutture sono considerate come mere e labili ‘apparenze’ ” (Q, 1475). La struttuta-condizioni materiali e la soprastruttura come insieme di pure immagini che levitano sulla ‘materialità’ propria della struttura, la soprastruttura come ciò che si trasmette dal mondo materiale al mondo ideologico – dove appare: la soprastruttura-forme ideologiche. Così reciprocamente delineati i due concetti, per Gramsci il rapporto tra essi non può realizzarsi che nella forma di un “ ‘miracolo’ superstizioso ” (Q, 1422).

Per Gramsci struttura sono però non le condizioni materiali, bensì le condizioni storiche reali (economico-sociali e ideologico-culturali) fattivamente operanti. Ciò vuol dire che (per adoperare il linguaggio del Marx della Prefazione) le “forme ideologiche” attivamente operanti sono parte costituente della struttura. Da questo punto di vista (e sempre adoperando il linguaggio del Marx della Prefazione) risulterebbero piuttosto definibili come soprastruttura le “forme ideologiche” emergenti. In altre parole: se struttura sono le possibilità reali di creare nuova storia, soprastruttura sono le iniziative che concretamente realizzano questa nuova storia, questa nuova struttura. Cosicché il rapporto tra la struttura e la soprastruttura non si compie nella miracolistica congiunzione di due mondi eterogenei intimamente disarticolati, bensì nel concreto innesto del presente sul passato reale, delle iniziative razionali sulle condizioni reali, distinti momenti dell’unitario “processo del reale”. Tali iniziative hanno quindi un ‘contenuto materiale’ ben concreto, essendo il prodotto organico continuamente rielaborato di ciò che Gramsci definisce “la struttura ideologica” di classi sociali determinate, cioè “l’organizzazione materiale intesa a mantenere, a difendere e a sviluppare il ‘fronte’ teorico e ideologico”, vale a dire “la stampa in generale: case editrici, giornali politici, riviste di ogni genere, scientifiche, letterarie, filologiche, di divulgazione ecc., periodici vari fino ai bollettini parrocchiali. La stampa è la parte più dinamica di questa struttura ideologica, ma non la sola: tutto ciò che influisce o può influire sull’opinione pubblica direttamente o indirettamente le appartiene: le biblioteche, le scuole, i circoli e i clubs di vario genere, fino all’architettura, alla disposizione delle vie e ai nomi di queste.” (Q, 332-3)

Struttura e soprastruttura, da insiemi eterogenei scissi ‘spazialmente’ (cioè sostanzialmente: mondo delle ideologie sopra il mondo economico o materiale), divengono insiemi omogenei articolati ‘temporalmente’: la soprastruttura è l’elaborazione, la costruzione concreta del presente a partire dal passato reale vivo, è – come Gramsci scrive, e non per introdurre una pura variazione linguistica – la “superstruttura”. La superstruttura non sta sopra la struttura, come suo ‘riflesso’, e neppure dentro di essa, interamente ed implicitamente in essa contenuta, ma piuttosto oltre.

In quale modo occorre allora intendere l’affermazione della mera e labile ‘apparenza’ delle superstrutture del Marx della Prefazione?

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Gramsci affronta la questione nella nota ‘Storia della terminologia e delle metafore’ (Q, 1473-6). “In questo giudizio – inizia, distinguendo tra le fonti culturali di Marx e la Prefazione da una parte, e le fonti culturali degli interpreti tradizionali dominanti e il complesso delle relative interpretazioni dall’altra – è da vedere più un riflesso delle discussioni nate sul terreno delle scienze naturali (della zoologia e della classificazione delle specie, della scoperta che l’ ‘anatomia’ deve essere posta a base delle classificazioni) che un derivato coerente del materialismo metafisico, per il quale i fatti spirituali sono una mera apparenza, irreale, illusoria, dei fatti corporali.” E prosegue, precisando: “A questa origine storicamente accertabile del ‘giudizio’ si è venuto sovrapponendo e in parte addirittura sostituendo ciò che si può dire un mero ‘atteggiamento psicologico’ senza portata ‘conoscitiva e filosofica’, il cui contenuto teorico è scarsissimo (o indiretto, e forse si limita ad un atto di volontà) e predomina la immediata passione polemica non solo contro una esagerata e deformata affermazione in senso inverso (che solo lo ‘spirituale’ sia reale) ma contro l’ ‘organizzazione’ politico-culturale di cui tale teoria è espressione.”

Ora, che l’affermazione dell’ ‘apparenza’ delle superstrutture (comunque accomunante il Marx della Prefazione e i marxisti della tradizione dominante) “non sia un atto filosofico, di conoscenza, ma solo un atto pratico, di polemica politica, risulta da ciò: che essa non è posta come ‘universale’, ma solo per determinate superstrutture”. Tanto vero che tale ‘giudizio’ “scompare di colpo quando si è ‘conquistato’ lo Stato e le superstrutture sono quelle del proprio mondo intellettuale e morale”, come si è incaricata di dimostrare l’esperienza storica del ‘socialismo reale’.

Dimodoché l’ ‘affermazione’ del Marx della Prefazione per Gramsci va intesa nei seguenti termini: “Nel caso dato, l’affermazione dell’ ‘apparenza’ delle superstrutture significa solo l’affermazione che una determinata ‘struttura’ è condannata a perire – ecco il suo essere ‘giudizio’ -, deve essere distrutta e il problema che si pone è se questa affermazione sia di pochi o di molti, sia già o sia per diventare una forza storica decisiva o sia puramente l’opinione isolata (o isolabile) di qualche singolare fanatico ossessionato da idee fisse.”

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Così riletto il concetto di soprastruttura consegnato da Marx alla Prefazione, diviene possibile cogliere concretamente il valore reale delle ‘forme ideologiche’, ed individuale gli ‘errori’ metodologici e teorici che portano all’affermazione dell’ ‘apparenza’ delle superstrutture. Difatti, anche il processo di identificazione di ciò che costituisce la superstruttura è sottoposto alla possibilità d’errore: “Un elemento di errore nella considerazione del valore delle ideologie – osserva Gramsci iniziando la nota ‘Ideologie’ (Q, 868) – mi pare sia dovuto al fatto (fatto che d’altronde non è casuale) che si dà il nome di ideologia sia alla soprastruttura necessaria di una determinata struttura, sia alle elecubrazioni arbitrarie di determinati individui. Il senso deteriore della parola è diventato estensivo e ciò ha modificato e snaturato l’analisi teorica del concetto di ideologia.”

Ed ecco, subito di seguito, la ricostruzione del processo logico-metodologico di questa modificazione-snaturamento: “Il processo di questo errore può essere facilmente ricostruito: 1) si identifica l’ideologia come distinta dalla struttura e si afferma che non le ideologie mutano le strutture ma viceversa; 2) si afferma che una certa soluzione politica è ‘ideologica’, cioè è insufficiente a mutare la struttura; 3) si passa ad affermare che ogni ideologia è ‘pura’ apparenza.” Per evitare l’errore, prosegue Gramsci, è necessario saper teoricamente riconoscere il valore reale della superstruttura, ciò che concretamente vuol dire saper “distinguere tra ideologie storicamente organiche, che sono cioè necessarie a una certa struttura, e ideologie arbitrarie, razionalistiche, ‘volute’. ”

Ora, vi sono, osserva Gramsci nella nota ‘Validità delle ideologie’ (Q, 869), testi precisi in cui Marx coglie il valore reale delle ideologie. Il primo testo individuato è Il Capitale: “Ricordare la frequente affermazione che fa il Marx - inizia Gramsci – della ‘solidità delle credenze popolari’ come elemento necessario di una determinata situazione”, ove è evidente il richiamo al concetto di una superstruttura necessaria di una determinata struttura (vedi Q, 2755). Il secondo testo è Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione.: “Altra affermazione del Marx – prosegue infatti Gramsci – è che una persuasione popolare ha spesso la stessa energia di una forza materiale o qualcosa di simile e che è molto significativa”, ove è parimenti evidente il riferimento critico all’affermazione dell’ ‘apparenza’ delle superstrutture. (Q, 2755)

Ma non è tutto qui. Gramsci individua ancora, in più luoghi dei Quaderni, una precisa affermazione positiva di Marx del valore reale delle superstrutture: “Per la filosofia della praxis le superstrutture sono una realtà (o lo diventano, quando non sono pure elucubrazioni individuali) oggettiva ed operante; essa afferma esplicitamente che gli uomini prendono conoscenza della loro posizione sociale e quindi dei loro compiti sul terreno delle ideologie, ciò che non è piccola affermazione di realtà.” (Q, 1319) Il riferimento è a quel passo della Prefazione in cui Marx dà una definizione della funzione delle “forme ideologiche”, “nel cui terreno gli uomini diventano consapevoli di questo conflitto ((dei conflitti di struttura)) e lo risolvono” – precisamente così traduce il passo in questione Gramsci stesso, vedi Q, 2359).

E ancora nella Prefazione Gramsci individua un’altra affermazione positiva di Marx del valore reale delle superstrutture: si tratta dei “due principii: 1) quello che nessuna società si pone dei compiti per la cui soluzione non esistano già le condizioni necessarie e sufficienti o esse non siano almeno in via di apparizione e di sviluppo; 2) e quello che nessuna società si dissolve e può essere sostituita se prima non ha svolto tutte le forme di vita che sono implicite nei suoi rapporti.” (Q, 1579)

Nella Prefazione? Ma questo non contraddice l’analisi critica fin qui condotta della Prefazione sulla base di un complesso di note dei Quaderni di Gramsci? In che senso, in quale prospettiva ed entro quali limiti, Gramsci recupera criticamente questi determinati passi della Prefazione?

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Intanto occorre osservare che Gramsci, scrivendo tutto ciò che scrive, individua nella Prefazione un testo teoricamente non univoco e coerente, ma complesso e contraddittorio. Questione che poi non riguarda esclusivamente la Prefazione, come Gramsci osserva quando scrive che in Marx, in quanto “pensatore non sistematico” (Q, 419), la “coerenza essenziale è da ricercare non in ogni singolo scritto o serie di scritti ma nell’intero sviluppo del lavoro intellettuale vario”(Q, 1840). Non solo: occorre precisamente rilevare come Gramsci di questi ‘passi contraddittori’ della Prefazione fa un recupero determinato e critico.

Egli recupera (interpreta) la “proposizione che gli uomini prendono coscienza dei conflitti di struttura nel terreno delle ideologie” in quanto e nella misura in cui tale proposizione “deve essere considerata come un’affermazione di valore gnoseologico e non puramente psicologico e morale” (Q, 1249). E recupera (interpreta) i “due principii” in quanto “dalla riflessione su questi due canoni si può giungere allo svolgimento di tutta una serie di altri principii di metodologia storica” (Q, 1579). Uno dei quali, ad esempio, riguarda “la distinzione – necessaria, come abbiamo mostrato, per evitare l’erronea svalutazione del valore reale delle superstrutture – tra ‘movimenti’ e fatti organici e movimenti e fatti di ‘congiuntura’ o occasionali” (Q, 1580). Con due precisazioni intimamente interconnesse, l’una di carattere teorico-metodologico e l’altra di carattere storico-critico.

La prima, teorico-metodologica, è la seguente: “che questi principii devono prima essere svolti criticamente in tutta la loro portata e depurati da ogni residuo di meccanicismo e fatalismo” (Q, 1774).

La seconda, storico-critica, è la seguente: “col 1870-71 perde efficacia l’insieme di principii di strategia e tattica politica nati praticamente nel 1789 e sviluppati ideologicamente intorno al 1848 (quelli che si riassumono nella formula della ‘rivoluzione permanente’)” (Q, 1582). Si tratta proprio dei “due principii” della Prefazione, la “mediazione dialettica” tra i quali “si può trovare – appunto – nella formula politico-storica di rivoluzione permanente” (Q, 1582), formula che Gramsci coglie nell’Indirizzo del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti, di Marx ed Engels, datato marzo 1850. Nella nota ‘Q, 13 (XXX) – S. 7’ Gramsci specifica: 
“Concetto politico della così detta ‘rivoluzione permanente’ sorto prima del 1848, come espressione scientificamente elaborata delle esperienze giacobine dal 1789 al Termidoro. La formula è propria di un perido storico in cui non esistevano ancora i grandi partiti politici di massa e i grandi sindacati economici e la società era ancora, per dir così, allo stato di fluidità sotto molti aspetti: maggiore arretratezza della campagna e monopolio quasi completo dell’efficienza politico-statale in poche città o addirittura in una sola (Parigi per la Francia), apparato statale relativamente poco sviluppato e maggiore autonomia della società civile dall’attività statale, determinato sistema delle forze militari e dell’armamento nazionale, maggiore autonomia delle economie nazionali dai rapporti economici del mercato mondiale ecc. Nel periodo dopo il 1870, con l’espansione coloniale europea, tutti questi elementi mutano, i rapporti organizzativi interni e internazionali dello Stato diventano più complessi e massicci e la formula quarantottesca della ‘rivoluzione permanente’ viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di ‘egemonia civile’. Avviene nell’arte politica ciò che avviene nell’arte militare: la guerra di movimento diventa sempre più guerra di posizione e si può dire che uno Stato vince una guerra in quanto la prepara minutamente e tecnicamente nel tempo di pace. La struttura massiccia delle democrazie moderne sia come organizzazioni statali che come complesso di asssociazioni nella vita civile costituiscono per l’arte politica come le ‘trincee’ e le fortificazioni permanenti del fronte nella guerra di posizione: essi rendono solo ‘parziale’ l’elemento del movimento che prima era ‘tutta’ la guerra ecc.” (Q, 1566-7)
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A questo punto il problema della identificazione del valore reale delle superstrutture diventa il problema della individuazione dei rapporti tra struttura e supestrutture. Il seguito della nota ‘Validità delle ideologie’ è difatti il seguente: 
“L’analisi di queste affermazioni credo porti a rafforzare la concezione di ‘blocco storico’, in cui appunto le forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma, distinzione di forma e contenuto – precisa subito Gramsci – meramente didascalica, perché le forze materiali non sarebbero concepibili storicamente senza la forma e le ideologie sarebbero ghiribizzi individuali senza le forze materiali.”(Q, 869)
“Un punto di riferimento per comprendere i rapporti tra struttura e superstrutture – scrive Gramsci nella nota ‘Alcuni aspetti teorici e pratici dell’economismo’ – è quel passaggio della Miseria della filosofia dove si dice che una fase importante nello sviluppo di un gruppo sociale è quella in cui i singoli componenti di un sindacato non lottano solo più per i loro interessi economici, ma per la difesa e lo sviluppo dell’organizzazione stessa (vedere la affermazione esatta; la Miseria della filosofia è un momento essenziale nella formazione della filosofia della praxis; essa può essere considerata come lo svolgimento delle Tesi su Feuerbach)” (Q, 1591-2).

Il problema teorico di questi rapporti, che è poi “il punto cruciale di tutte le quistioni che sono nate intorno alla filosofia della praxis” è il problema del “come nasce il movimento storico sulla base della struttura.” Per affrontare il quale è necessario “analizzare in tutta la loro portata e conseguenza” i “due principii” della Prefazione: “solo su questo terreno – prosegue precisando Gramsci, ed ecco il riferimento sarcasticamente appassionato ad un ‘rapporto miracoloso’ – può essere eliminato ogni meccanicismo e ogni traccia di ‘miracolo’ superstizioso, deve essere posto il problema del formarsi dei gruppi politici attivi.” (Q, 1422)

I rapporti fra la struttura-condizioni reali e le supestrutture-iniziative razionali non si realizzano in un processo di ‘riflessione’ tra mondo eterogenei, bensì in un “netto passaggio dalla struttura alla sfera delle superstrutture complesse” (Q, 1584), in quanto le superstrutture sono “la sola espressione efficiente dell’economia” (Q, 1591). Nella viva trasformazione della struttura (produzione di ‘nuova struttura’, il che non vuol dire necessariamente ‘struttura radicalmente diversa’) attraverso il dispiegarsi di concrete iniziative-attività pratico-critiche. La superstruttura può mutare la struttura proprio perché, come afferma Marx nella Prefazione secondo l’interpretazione datane da Gramsci, sono le “forme ideologiche il terreno nel quale gli uomini diventano consapevoli dei conflitti di struttura e li risolvono”.

Proprio alla luce di una tale interpretazione di questa affermazione di Marx nella Prefazione occorre interpretare i “due principii” stessi della Prefazione. Diversamente interpretare queste “due proposizioni” significa che “si è dimenticato un’altra proposizione della filosofia della praxis: quella – già messa in evidenza, de Il Capitale – che le ‘credenze popolari’ o le credenze del tipo delle credenze popolari hanno la validità delle forze materiali”, e ancora significa aver “dimenticato – si noti l’ossessiva reiterazione del verbo – che la tesi secondo cui gli uomini acquistano coscienza dei conflitti fondamentali nel terreno delle ideologie non è di carattere psicologico o morale ma ha un carattere organico gnoseologico” (Q, 1595).

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Il rapporto fra la struttura e la superstruttura per Gramsci concretamente si realizza nella “elaborazione superiore della struttura in superstruttura nella coscienza degli uomini. Ciò significa anche il passaggio dall’ ‘oggettivo al soggettivo’, e dalla ‘necessità alla libertà’. La struttura, da forza esteriore che schiaccia l’uomo, lo assimila a sé, lo rende passivo, si trasforma in mezzo di libertà, in strumento per creare una nuova forma etico-politica, in origine di nuove iniziative.” (Q, 1244) Inteso il legame tra struttura e superstruttura come concreto passaggio pratico-critico dalle condizioni alle iniziative, diviene chiaro come ogni iniziativa-attività di trasformazione-produzione della struttura non insorga come atto di (miracolosa) autoriproduzione della stessa secondo un procedimento di riflessione-metamorfizzazione nelle “forme ideologiche” o, alternativamente, come atto di (miracolosa) autodistruzione secondo un procedimento di rifrazione-metamorfizzazione, bensì come complesso organico di atti di costruzione di una “nuova struttura” secondo processi di elaborazione critica della “vecchia struttura” nella coscienza e nella attività umana concreta.

Siamo, con la precedente citazione, alla nota ‘Il termine di catarsi’: “Si può impiegare il termine di ‘catarsi’ – scrive Gramsci – per indicare il passaggio dal momento meramente economico (o egoistico-passionale) al momento etico-politico, cioè – ecco il brano già citato – l’elaborazione superiore della struttura in superstruttura. La fissazione del momento ‘catartico’ diventa così, mi pare, il punto di partenza per tutta la filosofia della praxis.” (Q, 1244)

Questa nota è seguita dalla nota ‘Concezione soggettiva della realtà e filosofia della praxis’, brevissima, e che è venuto il momento di riportare, in quanto segna la compiuta critica della ‘interpretazione materialistica’ della filosofia della praxis: “La filosofia della praxis ‘assorbe’ la concezione soggettiva della realtà ((l’idealismo) nella teoria delle superstrutture, l’assorbe e lo spiega storicamente, cioè lo ‘supera’, lo riduce a un suo ‘momento’. La teoria delle superstrutture è la traduzione in termini di storicismo realistico della concezione soggettiva della realtà.” (Q, 1244)

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“Il concetto del valore concreto (storico) delle superstrutture nella filosofia della praxis - osserva quindi Gramsci - deve essere approfondito, accostandolo al soreliano concetto di ‘blocco storico’. Se gli uomini acquistano coscienza della loro posizione sociale e dei loro compiti nel terreno delle superstrutture, ciò significa che tra struttura e superstruttura esiste un nesso necessario e vitale.” (Q, 1321) Nesso, passaggio vitale che si compie appunto nella attività pratico-critica umana svolgentesi in situazioni storiche e geografiche di volta in volta definite da determinati insiemi di sistemi di rapporti (economici, sociali, politici, culturali) tra gli uomini stessi.

Tale passaggio è, come Gramsci propriamente lo definisce, un “passaggio dalla struttura alle superstrutture”, ove il plurale non indica soltanto la opportunità analitica di distinguere “tra i gradi della superstruttura” (Q, 1569) – e Gramsci contestualmente specifica che a questo proposito “si tratterà di stabilire la posizione dialettica dell’attività politica (e della scienza corrispondente) come determinato grado superstrutturale: si potrà dire, come primo accenno e approssimazione, che l’attività politica è appunto il primo momento o grado, il momento in cui la superstruttura è ancora nella fase immediata di mera affermazione volontaria, indistinta ed elementare” – ma insieme la possibilità storica reale dell’intrapresa, a partire da definite condizioni, di diverse iniziative, alcune delle quali sono razionali in quanto realistiche e perciò potenzialmente producenti nuove condizioni, una “nuova struttura” alla quale sono appunto “necessarie organicamente”, altre razionalistiche in quanto irrealistiche ed arbitrarie e perciò impotenti a produrre alcuna “ ‘concreta attività storica’ ”. Distinzione questa che non è propria del “materialismo storico meccanico – osserva Gramsci nella nota ‘Struttura e superstruttura’ – il quale non considera la possibilità di errore, ma assume ogni atto politico come determinato dalla struttura, immediatamente, cioè come riflesso di una reale e permanente (nel senso di acquisita) modificazione della struttura. Il principio dell’ ‘errore’ – aggiunge Gramsci – è complesso: può trattarsi di un impulso individuale per errato calcolo, o anche di manifestazione dei tentativi di determinati gruppi o gruppetti di assumere l’egemonia nell’interno del raggruppamento dirigente, tentativi che possono fallire. Non si considera abbastanza che molti atti politici sono dovuti a necessità interne di carattere organizzativo, cioè legati al bisogno di dare coerenza a un partito, a un gruppo, a una società.” (Q, 872)

Tale “passaggio”, che quindi concretamente si realizza attraverso l’intrapresa di iniziative razionali, è il prodotto dell’attività pratico-critica degli uomini concreti.

Ma gli uomini concreti operano (oltre che in società e in condizioni storicamente e geograficamente determinate) in gruppi sociali definiti, e “ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli dànno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico” (Q, 1513), il che concretamente significa che il rapporto-passaggio tra la struttura e le superstrutture ha uno strato sociale definito di “commessi”, gli intellettuali, che sono appunto “i ‘funzionari’ delle superstrutture” (Q, 1518.

Intesi come ‘intellettuali’ “non solo quei ceti comunemente intesi con questa denominazione, ma in generale tutto lo strato sociale che esercita funzioni organizzative in senso lato, sia nel campo della produzione, sia in quello della cultura, e in quello politico-amministrativo” (Q, 2041).
“Quali sono i limiti ‘massimi’ dell’accezione di ‘intellettuale’? Si può trovare un criterio unitario per caratterizzare ugualmente tutte le diverse e disparate attività intellettuali e per distinguere queste nello stesso tempo e in modo essenziale dalle attività degli altri raggruppamenti sociali? – si domanda Gramsci, e risponde – L’errore metodico più diffuso mi pare quello di aver cercato questo criterio di distinzione nell’intrinseco delle attività intellettuali e non invece nell’insieme del sistema di rapporti in cui esse (e quindi i gruppi che le impersonano) vengono a trovarsi nel complesso generale dei rapporti sociali. E invero l’operaio o proletario, per esempio, non è specificamente caratterizzato dal lavoro manuale o strumentale (a parte che non esiste lavoro puramente fisico e che anche l’espressione del Taylor di gorilla ammaestrato è una metafora per indicare un limite in una certa direzione: in qualsiasi lavoro fisico, anche il più meccanico e degradato, esiste un minimo di qualifica tecnica, cioè un minimo di attività intellettuale creatrice), ma da questo lavoro in determinate condizioni e in deteminati rapporti sociali. Tutti gli uomini sono intellettuali si potrebbe dire perciò; ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali (così, perché può capitare che ognuno si frigga due uova o si cucisca uno strappo, non si dirà che tutti sono cuochi e sarti). Si formano così storicamente delle categorie specializzate per l’esercizio della funzione intellettuale, si formano in connessione con tutti i gruppi sociali ma specialmente in connessione coi gruppi sociali più importanti e subiscono elaborazioni più estese e complesse in connessione col gruppo sociale dominante.” (Q, 1516-7)
Sono dunque gli intellettuali lo strato sociale specifico che guida il passaggio molecolare dalla struttura alla superstruttura, come ‘autocoscienza critica’ di gruppi sociali storicamente e geograficamente determinati: “Autocoscienza critica – osserva infatti a questo proposito Gramsci – significa storicamente e politicamente creazione di una ‘élite’ di intellettuali: una massa umana non si ‘distingue’ e non diventa indipendente ‘per sé’ senza organizzarsi (in senso lato) e non c’è organizzazione senza intellettuali, cioè senza organizzatori e dirigenti, cioè senza che l’aspetto teorico del nesso teoria-pratica si distingua concretamente in uno strato di persone ‘specializzate’ nella elaborazione concettuale e filosofica.” (Q, 1386)

È dunque l’ ‘attività pratico-critica’ degli uomini concreti – razionalizzata e guidata da quella attività pratico-critica che è definibile come attività intellettuale e che si presenta come una attività molto articolata – a realizzare il rapporto fra la struttura e la superstruttura, a risolvere di volta in volta “il problema dei rapporti tra struttura e superstrutture.” Attività molto articolata, dicevamo: “Infatti l’attività intellettuale deve essere distinta in gradi anche dal punto di vista intrinseco, gradi che nei momenti di estrema opposizione dànno una vera e propria differenza qualitativa: nel più alto gradino saranno da porre i creatori delle varie scienze, della filosofia, dell’arte, ecc.; nel gradino più basso i più umili ‘amministratori’ e divulgatori della ricchezza intellettuale già esistente, tradizionale, accumulata.” (Q, 1519)

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Questo saggio, basato su una determinata proposta interpretativa di ciò che abbiamo definito la ricostruzione gramsciana dei concetti di struttura e superstruttura e dei rapporti tra di loro, è maturato di pari passo con l’individuazione del manifestarsi oggi (in Italia, ma non solo) una situazione di crisi organica, di potenziale passaggio ad una nuova struttura. Questa situazione storica problematica definisce per chi (come chi scrive) cerca di pensare e di operare nella prospettiva di effettiva emancipazione politico-sociale e culturale delle classi sociali storicamente subalterne, e più particolarmente a partire dalla tradizione teorica e politica fondata da Marx, uno stato di necessità della critica di ciò che sembra limitare uno sviluppo creativo, ‘rivoluzionario’ – e perciò ‘ortodosso’, direbbe Gramsci - della propria ‘tradizione’.
"Il concetto di ‘ortodossia’ – afferma infatti Gramsci nelle nota ‘Concetto di ortodossia’ – deve essere rinnovato e riportato alle sue origini autentiche. L’ortodossia non deve essere ricercata in questo o quello dei seguaci della filosofia della praxis, in questa o quella tendenza legata a correnti estranee alla dottrina originale, ma nel concetto fondamentale che la filosofia della praxis ‘basta a se stessa’, contiene tutti gli elementi fondamentali per costruire una totale ed integrale concezione del mondo, una totale filosofia e teoria delle scienze naturali, non solo, ma anche per vivificare una integrale organizzazione pratica della società, cioè per diventare una totale, integrale civiltà. Questo concetto così rinnovato di ortodossia – precisa seguitando – serve a precisare meglio l’attributo di ‘rivoluzionario’ che si suole con tanta facilità applicare a diverse concezioni del mondo, teorie, filosofie. Il cristianesimo fu rivoluzionario in confronto col paganesimo perché fu un elemento di completa scissione tra i sostenitori del vecchio e nuovo mondo. Una teoria è appunto ‘rivoluzionaria’ nella misura in cui è elemento di separazione e distinzione consapevole in due campi, in quanto è un vertice inaccessibile al campo avversario.” (Q, 1434)
Sul perché, sull’urgenza determinata di tale ricostruzione critica di una determinata tradizione teorica e politica abbiamo dato all’inizio un elemento; con un altro, collaterale, ci avviamo alla conclusione.

Ancora con Gramsci:
“Come è possibile pensare il presente e un ben determinato presente – scriveva Gramsci pensando alle classi subalterne ed ai loro intellettuali, marxisti in testa, negli anni trenta del Novecento - con un pensiero elaborato per problemi del passato spesso ben remoto e sorpassato? Se ciò avviene significa che si è ‘anacronistici’ nel proprio tempo, che si è dei fossili e non esseri modernamente viventi, o per lo meno che si è ‘compositi’ bizzarramente. E infatti avviene che gruppi sociali che per certi aspetti esprimono la più sviluppata modernità, per altri sono in arretrato con la loro posizione sociale e pertanto sono incapaci di completa autonomia storica.” (Q, 1377)
Se ciò avviene occorre perciò decidersi a criticare la stessa propria ‘concezione del mondo’, in quanto “criticare la propria concezione del mondo significa renderla unitaria e coerente e innalzarla fino al punto in cui è giunto il pensiero mondiale più progredito” (Q, 1376), fino a renderla “un vertice inaccessibile al campo avversario” (Q, 1434). Questo comporta la critica di “tutta la filosofia sinora esistita” (Q, 1376), e dunque anche l’autocritica: “ ‘spietata’, perché in ciò è la sua maggiore efficacia: che deve essere spietata.” (Q, 1742)