2/12/12

Gramsci e l'analisi della crisi / Commento a un paragrafo dei Quaderni del carcere

Antonio Gramsci ✆ Nino Tedeschi
Giuseppe Vacca

Il testo che proponiamo è tratto dai Quaderni del carcere (paragrafo 5 del Quaderno 15) e fu scritto nel febbraio del 1933. È un testo chiave per l’interpretazione del pensiero politico di Gramsci, ma non è questa la ragione per cui lo si ripubblica. Abbiamo pensato di riproporlo perché può essere un utile punto di riferimento nella discussione attuale su quella che comunemente è definita una “crisi finanziaria”, cominciata negli Stati Uniti nel 2007 e divenuta progressivamente una crisi economica globale. Ci limitiamo, perciò, a commentare alcuni punti dello scritto di Gramsci che ci sembrano particolarmente significativi per riflettere sulla crisi attuale.

Vorremmo innanzitutto osservare che quando ci si trova in presenza di una crisi economica di proporzioni mondiali è erroneo e fuorviante isolarne un aspetto o cercarne una causa sola; si deve invece ricostruire un intero periodo storico nel quale le manifestazioni economiche della crisi che variano nel tempo e, si differenziano da paese a paese, possano essere spiegate in modo utile a risolverla.


In altre parole, è necessario non isolare gli aspetti puramente economici del fenomeno se non per comodità analitica, a condizione che vengano inquadrati in una ricostruzione storica complessiva nella quale si possano individuare gli attori e le strategie necessarie a creare nuovi equilibri mondiali e una nuova stabilità.

Applicando questo criterio all’andamento della crisi tra il 1929 e il 1932, Gramsci ne individuava l’origine nel contrasto tra il cosmopolitismo dell’economia e il nazionalismo della politica, e perciò proponeva di iscrivere quel quadriennio in un periodo storico molto più lungo, caratterizzato dal manifestarsi di quella contraddizione e dalla inettitudine delle classi dirigenti a risolverla nell’unico modo possibile, cioè adeguando le forme e gli spazi della regolazione politica a quelli di un’economia sempre più pienamente mondiale.


Dal 2007 i paragoni fra la crisi attuale e quella del 1929 ricorrono di frequente, ma sono quasi sempre impropri e superficiali, poiché le spiegazioni della crisi attuale vengono riassunte in slogan del tipo “la globalizzazione della finanza espropria la politica”, oppure si riducono alla denuncia dell’enorme crescita delle disuguaglianze redistributive come causa degli squilibri dell’economia mondiale o, infine, all’accusa alla “speculazione” di creare le crisi dei debiti sovrani. Ma, per fare solo un esempio, come si fa a spiegare con uno o l’altro di quegli slogan l’esplosione dei debiti sovrani in Europa quando è del tutto evidente che l’apprezzamento o la svalutazione dell’euro, per non dire dello spread fra i titoli del debito tedesco e quelli del debito di altri paesi europei, dipendono dalla politica del governo germanico? Riflettere sullo scritto di Gramsci può servire, quindi, ad attivare qualche difesa immunitaria contro quelle narrazioni o quanto meno a eliminare gli aspetti contraddittori di rappresentazioni in cui può capitare di ascoltare nello stesso discorso una ricostruzione puntuale del modo unilaterale e aggressivo in cui la Germania ha esercitato la sua leadership nell’Europa dell’euro fino a determinarne la crisi, e spiegazioni della crisi complessiva fondate su un presunto, fatale predominio dell’economia sulla politica.

C’è stato un breve periodo, durante il 2010, in cui le vicende dell’economia mondiale venivano rappresentate come guerra delle monete. Anche questa era una interpretazione inadeguata, ma almeno sollecitava le menti a domandarsi: quando è cominciata “la guerra”? chi fa la guerra a chi? E come se ne può uscire? Insomma, era un modo di raccontare le vicende più vicino a una interpretazione storica e quindi al senso comune dei cittadini, che vorrebbero capire e non sentirsi oppressi dall’impotenza dinanzi a fantasmi indecifrabili come “l’economia che espropria la politica”, la “speculazione internazionale” che minaccia la sovranità degli Stati, e simili. Ma quel periodo è finito proprio quando quell’approccio avrebbe dovuto essere affinato per investigare la crisi dell’euro.

Se il contrasto tra il cosmopolitismo dell’economia e il nazionalismo della politica era una chiave esplicativa delle crisi interne e internazionali della prima metà del ‘900, esso appare ancora più esplosivo in un periodo storico in cui la globalizzazione dell’economia mondiale è molto più estesa, le classi dirigenti imputabili di nazionalismo sono ben più numerose e al tempo stesso sono inclini a un”neomercantilismo continentale” piuttosto che al nazionalismo politico o economico tradizionale. La chiave di lettura dei loro comportamenti potrebbe quindi ricavarsi dalla ricostruzione dei loro successi e dei loro fallimenti nel governare le interdipendenze e le asimmetrie di potenza che caratterizzano la struttura del mondo a datare da quarant’anni. Non mi pare proponibile, invece, il paragone fra la crisi odierna e quella del ’29 sotto altri aspetti. Il primo è che i paesi protagonisti del conflitto economico mondiale di allora potevano ricorrere alla guerra mentre per il bene dell’umanità, questa possibilità sembra oggi definitivamente preclusa.

Ma paradossalmente il numero maggiore dei partener dell’economia mondiale odierna rende ancora più imprevedibili la durata della crisi e le possibilità di accordi che generino un nuovo equilibrio mondiale stabile e progressivo come fu quello dei tre decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Inoltre, un anno dopo aver scritto questo testo, Gramsci mise ordine fra le note dedicate all’”americanismo” e individuò nel taylorismo e nel fordismo le leve di un nuovo industrialismo, che avrebbe potuto espandersi mondialmente e sovvertire le strutture antiquate della vecchia Europa. Poteva indicare, così, un nuovo modello di organizzazione delle masse e dell’economia che, diffondendosi nel mondo più sviluppato, avrebbe modificato e spostato più avanti quella contraddizione, con effetti incredibilmente progressivi. Non mi pare che nella crisi attuale si possa ravvisare nulla di paragonabile a cui potersi aggrappare.

Molto più plausibile, invece, appare il raffronto con un altro aspetto dell’analisi gramsciana: l’enfasi sulla stabilità monetaria internazionale come soluzione della crisi dell’economia mondiale. E’ l’elemento oggi evocato da quanti auspicano “una nuova Bretton Woods”. Naturalmente una moneta o un paniere di monete di riserva negoziato a livello mondiale non potrebbe coincidere con nessuna moneta nazionale e anche questo, insieme al numero degli attori e alle asimmetrie di potenza che originano le loro tensioni, non consente di prevedere se e quando si potrà raggiungere l’obiettivo. Si può osservare, incidentalmente, che le economie nord-atlantiche nel loro insieme costituiscono il più grande aggregato di risorse che potrebbero essere messe a disposizione di un nuovo ordine mondiale e sono la parte più integrata e interconnessa del globo. Ma non si vede come esse potranno concorrere a creare nuovi equilibri e una nuova stabilità dell’economia mondiale senza superare preliminarmente il dualismo fra euro e dollaro il cui antagonismo è forse la vera causa delle crisi parallele, americana e europea, dell’ultimo decennio.

§ <5>. Passato e presente. La crisi

Lo studio degli avvenimenti che assumono il nome di crisi e che si prolungano in forma catastrofica dal 1929 ad oggi dovrà attirare speciale attenzione. 1) Occorrerà combattere chiunque voglia di questi avvenimenti dare una definizione unica, o che è lo stesso, trovare una causa o un’origine unica. Si tratta di un processo, che ha molte manifestazioni e in cui cause ed effetti si complicano e si accavallano. Semplificare significa snaturare e falsificare. Dunque: processo complesso, come in molti altri fenomeni, e non «fatto» unico che si ripete in varie forme per una causa ad origine unica. 2) Quando è cominciata la crisi? La domanda è legata alla prima. Trattandosi di uno svolgimento e non di un evento, la quistione è importante. Si può dire che della crisi come tale non vi è data d’inizio, ma solo di alcune «manifestazioni» più clamorose che vengono identificate con la crisi, erroneamente e tendenziosamente. L’autunno del 1929 col crack della borsa di New York è per alcuni l’inizio della crisi e si capisce per quelli che nell’«americanismo» vogliono trovar l’origine e la causa della crisi. Ma gli eventi dell’autunno 1929 in America sono appunto una delle clamorose manifestazioni dello svolgimento critico, niente altro. Tutto il dopoguerra è crisi, con tentativi di ovviarla, che volta a volta hanno fortuna in questo o quel paese, niente altro. Per alcuni (e forse non a torto) la guerra stessa è una manifestazione della crisi, anzi la prima manifestazione; appunto la guerra fu la risposta politica ed organizzativa dei responsabili. (Ciò mostrerebbe che è difficile nei fatti separare la crisi economica dalle crisi politiche, ideologiche ecc., sebbene ciò sia possibile scientificamente, cioè con un lavoro di astrazione). 3) La crisi ha origine nei rapporti tecnici, cioè nelle posizioni di classe rispettive, o in altri fatti? Legislazioni, torbidi ecc.? Certo pare dimostrabile che la crisi ha origini «tecniche» cioè nei rapporti rispettivi di classe, ma che ai suoi inizi,, le prime manifestazioni o previsioni dettero luogo a conflitti di vario genere e a interventi legislativi, che misero più in luce la «crisi» stessa, non la determinarono, o ne aumentarono alcuni fattori. Questi tre punti: 1) che la crisi è un processo complicato; 2) che si inizia almeno con la guerra, se pure questa non ne è la prima manifestazione; 3) che la crisi ha origini interne, nei modi di produzione e quindi di scambio, e non in fatti politici e giuridici, paiono i tre primi punti da chiarire con esattezza.

Altro punto è quello che si dimenticano i fatti semplici, cioè le contraddizioni fondamentali della società attuale, per fatti apparentemente complessi (ma meglio sarebbe dire «lambiccati»). Una delle contraddizioni fondamentali è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del «nazionalismo», «del bastare a se stessi» ecc. Uno dei caratteri più appariscenti della «attuale crisi» è niente altro che l’esasperazione dell’elemento nazionalistico (statale nazionalistico) nell’economia: contingentamenti, clearing, restrizione al commercio delle divise, commercio bilanciato tra due soli Stati ecc. Si potrebbe allora dire, e questo sarebbe il più esatto, che la «crisi» non è altro che l’intensificazione quantitativa di certi elementi, non nuovi e originali, ma specialmente l’intensificazione di certi fenomeni, mentre altri che prima apparivano e operavano simultaneamente ai primi, immunizzandoli, sono divenuti inoperosi o sono scomparsi del tutto. Insomma lo sviluppo del capitalismo è stata una «continua crisi», se così si può dire, cioè un rapidissimo movimento di elementi che si equilibravano ed immunizzavano.

Ad un certo punto, in questo movimento, alcuni elementi hanno avuto il sopravvento, altri sono spariti o sono divenuti inetti nel quadro generale. Sono allora sopravvenuti avvenimenti al quali si dà il nome specifico di «crisi», che sono più gravi, meno gravi appunto secondo che elementi maggiori o minori di equilibrio si verificano. Dato questo quadro generale, si può studiare il fenomeno nei diversi piani e aspetti: monetario, finanziario, produttivo, del commercio interno, del commercio internazionale ecc. e non è detto che ognuno di questi aspetti, data la divisione internazionale del lavoro e delle funzioni, nei varii paesi non sia apparso prevalente o manifestazione massima. Ma il problema fondamentale è quello produttivo; e, nella produzione, lo squilibrio tra industrie progressive (nelle quali il capitale costante è andato aumentando) e industrie stazionarie (dove conta molto la mano d’opera immediata). Si comprende che avvenendo anche nel campo internazionale una stratificazione tra industrie progressive e stazionarie, i paesi dove le industrie progressive sovrabbondano hanno sentito più la crisi ecc. Onde illusioni varie dipendenti dal fatto che non si comprende che il mondo è una unità, si voglia o non si voglia, e che tutti i paesi, rimanendo in certe condizioni di struttura, passeranno per certe «crisi». (Per tutti questi argomenti sarà da vedere la letteratura della Società delle Nazioni, dei suoi esperti e della sua commissione finanziaria che servirà almeno ad avere dinanzi tutto il materiale sulla quistione, così anche le pubblicazioni delle più importanti riviste internazionali e delle Camere dei Deputati).

La moneta e l’oro. La base aurea della moneta è resa necessaria dal commercio internazionale e dal fatto che esistono e operano le divisioni nazionali (ciò che porta a fatti tecnici particolari di questo campo da cui non si può prescindere: tra i fatti c’è la rapidità di circolazione che non è un piccolo fatto economico). Dato che le merci si scambiano con le merci, in tutti i campi, la quistione è se questo fatto, innegabile, avvenga in breve o lungo tempo e se questa differenza di tempo abbia la sua importanza. Dato che le merci si scambiano con le merci (intesi tra le merci i servizi) è evidente l’importanza del «credito», cioè il fatto che una massa di merci o servizi fondamentali, che indicano cioè un completo ciclo commerciale, producono dei titoli di scambio e che tali titoli dovrebbero mantenersi uguali in ogni momento (di pari potere di scambio) pena l’arresto degli scambi. È vero che le merci si scambiano con le merci, ma «astrattamente», cioè gli attori dello scambio sono diversi (non c’è il «baratto» individuale, cioè, e ciò appunto accelera il movimento). Perciò se è necessario che nell’interno di uno Stato la moneta sia stabile, tanto più necessario appare sia stabile la moneta che serve agli scambi internazionali, in cui «gli attori reali» scompaiono dietro il fenomeno.

Quando in uno Stato la moneta varia (inflazione o deflazione) avviene una nuova stratificazione di classi nel paese stesso, ma quando varia una moneta internazionale (esempio la sterlina, e, meno, il dollaro ecc.) avviene una nuova gerarchia fra gli Stati, ciò che è più complesso e porta ad arresto nel commercio (e spesso a guerre), cioè c’è passaggio «gratuito» di merci e servizi tra un paese e l’altro e non solo tra una classe e l’altra della popolazione. La stabilità della moneta è una rivendicazione, all’interno, di alcune classi e, all’estero (per le monete internazionali, per cui si sono presi gli impegni), di tutti i commercianti; ma perché esse variano? Le ragioni sono molte, certamente: 1) perché lo Stato spende troppo, cioè non vuol far pagare le sue spese a certe classi, direttamente, ma indirettamente ad altre e, se è possibile, a paesi stranieri; 2) perché non si vuole diminuire un costo «direttamente» (esempio il salario) ma solo indirettamente e in un tempo prolungato, evitando attriti pericolosi ecc. In ogni caso, anche gli effetti monetari sono dovuti all’opposizione dei gruppi sociali, che bisogna intendere nel senso non sempre del paese stesso dove il fatto avviene ma di un paese antagonista.

È questo un principio poco approfondito e tuttavia capitale per la comprensione della storia: che un paese sia distrutto dalle invasioni «straniere» o barbariche non vuol dire che la storia di quel paese non è inclusa nella lotta di gruppi sociali. Perché è avvenuta l’invasione? Perché quel movimento di popolazione ecc.? Come, in un certo senso, in uno Stato, la storia è storia delle classi dirigenti, così, nel mondo, la storia è storia degli Stati egemoni. La storia degli Stati subalterni si spiega con la storia degli Stati egemoni. La caduta dell’Impero Romano si spiega collo svolgimento della vita dell’Impero Romano stesso, ma questo dice perché «mancavano» certe forze, cioè è una storia negativa e perciò lascia insoddisfatti. La storia della caduta dell’Impero Romano è da ricercare nello sviluppo delle popolazioni «barbariche» e anche oltre, perché spesso i movimenti delle popolazioni barbariche erano «meccaniche» (cioè poco conosciute) di altro movimento affatto sconosciuto.

Ecco perché la caduta dell’Impero Romano dà luogo a «brani oratorii» e viene presentata come un enigma: 1) perché non si vuole riconoscere che le forze decisive della storia mondiale non erano allora nell’Impero Romano (fossero pure forze primitive); 2) perché di tali forze mancano i documenti storici. Se c’è enigma, non si tratta di cose «inconoscibili» ma semplicemente «sconosciute» per mancanza di documenti. Rimane da vedere la parte negativa: «perché l’Impero si fece battere?», ma appunto lo studio delle forze negative è quello che soddisfa di meno e a ragione, perché di per sé presuppone l’esistenza di forze positive e non si vuol mai confessare di non conoscere queste. Nella quistione [dell’impostazione storica della caduta] dell’Impero Romano entrano in gioco anche elementi ideologici, di boria, che sono tutt’altro che trascurabili.

Giuseppe Vacca
Presidente della Fondazione Istituto Gramsci di Roma