16/6/11

Riflessioni spagnole

Foto: Toni Negri
Toni Negri

In queste ultime settimane, per lavoro, sono stato in Spagna. Sono naturalmente stato preso in cura dagli “indignados”, ho attraversato alcune piazze ed accampamenti, ho interrogato e discusso con molti compagni. Chi sono gli “indignados”? Non pretendo di raccontarlo – ci sono decine di narrazioni alle quali si può facilmente attingere. Riporto qui solo alcuni appunti.
Chi sono gli “indignados”.
Democracia Real, Ya nasce due mesi prima del 15 maggio. È una associazione di attivisti informatici, meno radicali ma altrettanto efficaci di Anonymous. Si erano già fatti vivi contro la legge Sinde che puniva il pirataggio su Internet nel gennaio del 2011 e sviluppano un discorso e una lotta contro la firma di quell’accordo, deciso da PP e PSOE (destra e sinistra), benedetto del vice presidente americano Biden. Di conseguenza l’associazione incita al rifiuto del voto: “no les votes!”, e sviluppa un discorso sul sistema rappresentativo spagnolo, contro il bipartitismo con la richiesta di una nuova legge elettorale proporzionale, diretta a favorire il pluralismo e l’equità.
Un secondo gruppo interessante è V de Vivienda. È un movimento di lotta sulla casa cominciato nel 2005 (“per un alloggio degno”) e sviluppatosi soprattutto in rete quando scoppia la bolla immobiliare. In rete indice manifestazioni, produce veri e propri “sciami” con mobilitazioni forti che tuttavia inizialmente faticano a determinare un impatto politico.
Un terzo movimento è quello degli “ipotecados”. Nasce a Barcellona e costituisce una piattaforma di aiuto reciproco fra le famiglie e gli individui che per ipoteca o debito bancario o sfratto privato son gettati fuori dalle loro abitazioni. Da questo gruppo la comunicazione mediatica anche sui media ufficiali, è particolarmente ricercata, e l’effetto di queste competenza è stato molto importante per le lotte e nella costruzione dell’M/15
Un quarto gruppo è quello costituito dalle varie assemblee e collettivi del cognitariato urbano. Questi gruppi non hanno consolidati profili militanti, si tratta essenzialmente di una sinistra intellettuale che produce proteste e trova cooperazione in rete, assumendo atteggiamenti radicalissimi contro la precarietà e l’incertezza del lavoro, oltre che contro i bassi salari. Son gruppi del lavoro immateriale cresciuti nella crisi, “dentro e contro”.
Da qualche tempo, soprattutto dall’aprile di quest’anno, inoltre, si è presentata sulla scena anche una rete della “sinistra autonoma”, sindacale sovente legata politicamente a Izquierda Unida: Yuventud Sin Futuro. Il nome la dice tutta. Quest’organizzazione inizia un’ampia agitazione, con un’importante capacità di toccare le grandi testate giornalistiche e tenta di convocare una manifestazione il 7 aprile. È un prodromo importante poiché dal 7 aprile al 15 maggio l’annuncio di una “grande manifestazione” continuerà a girare in maniera virale sulle reti.
Chi è, oltre a questi movimenti, la gente che si riunisce il 15 maggio sulle piazze di Spagna? Ci sono due grosse componenti. La prima è essenzialmente classe media impoverita, impiegati costretti alla disoccupazione, piccoli imprenditori in crisi, professionisti che non riescono a decollare o sono rigettati dalle corporazioni, lavoratori autonomi recentemente colpiti dalla crisi o tartassati dal fisco a cui s’accompagnano cittadini non abbienti buttati fuori dai loro appartamenti o impossibilitati ad acquistarne. Una seconda componente, spesso maggioritaria negli accampamenti, è quella del cognitariato metropolitano, lavoratori cognitivi ed informatici, precari dei servizi e di tutti i generi di attività immateriale, studenti e giovani senza futuro. Pochi i migranti, anche se presenti nelle manifestazioni e sollecitati, nelle assemblee, ad esprimersi. Nel movimento son molte le donne che emergono nelle discussioni e soprattutto dirigono l’organizzazione degli accampamenti. Questi soggetti costituiscono un movimento che non è identitario, non è un semplice movimento di solidarietà, tutti parlano in prima persona; è un movimento contro la crisi e la povertà, attraverso la classe media (in senso allargato).
Indignados. Sono i media che impongono questo nome, tratto dall’opuscolo di Hessel. Nell’imposizione di questo nome, il movimento ha subito riconosciuto un tentativo di ridurlo alla protesta morale e di relegarlo su un terreno non politico (con implicita minaccia che, se avessero cominciato a muoversi politicamente, la repressione si sarebbe rovesciata contro di loro). Il movimento ha reagito con un duplice gesto – immediatamente: pacifico; e poi praticando il “rifiuto della violenza”, teorizzato e proclamato come “rifiuto della paura”. Questo è un dato costante ed importantissimo nella costituzione e nella tenuta del movimento. Esprime la consapevolezza che, se si ha paura, si è spinti naturalmente a rispondere violentemente alla violenza; che il governo tenterà subito di farti paura (un gesto hobbesiano) per determinare una risposta tanto violenta quanto impoverita e quindi per legittimare la sua repressione. La tenuta non-violenta del movimento ha permesso un’accelerazione straordinaria, un’enorme espansione (metropoli, città, villaggi), il suo apparire come “evento” incontenibile.
Il linguaggio del/nel movimento è semplice, popolare ma non populista. È stato soprattutto suggerito da Democracia Real, Ya: “non siamo una merce nelle mani dei banchieri e dei politici”. Il linguaggio è filtrato dalle reti e dalla incredibile quantità di comunicazione, collegamenti, siti e Forum su FaceBook, Twitter, ecc. Che, in una democrazia reale il potere sia un’azione che esercitiamo sull’azione dell’altro – quindi l’implicita dissoluzione di ogni autonomia del politico – costituisce la chiave del linguaggio di movimento. A ciò si aggiunge la critica della costituzione democratica e dei tre poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) perché essi non corrispondono più alle funzioni alle quali erano chiamati. La dimensione pubblica dello Stato, quando non sia attraversata dalla partecipazione dei cittadini, non può più esser considerata legittima. Nelle forme in cui esiste, il pubblico è semplicemente una sovrastruttura del privato. Si esige perciò un nuovo potere costituente per la costruzione del comune. Si può dire più chiaramente che il movimento degli indignados è un movimento radicalmente costituente?
Qui si propone dunque un nuovo modello di rappresentanza. Da un lato le reti, dall’altro le assemblee. Dalle assemblee sulle piazze centrali delle città si scende “per rete” alle assemblee locali nei quartieri delle metropoli e poi nelle piccole città e nei villaggi. Il ritorno, la risalita sono altrettanto diretti e veloci. L’organizzazione di base – dalla base – delle assemblee costituisce dunque percorso e struttura della “democrazia reale” oltre la rappresentanza. La rete offre una temporalità immediata e nell’organizzazione/diffusione spaziale (quando i tempi sono più lunghi) le assemblee fissano l’istituzionalità del movimento.
Il M/15 sembra nascere dal nulla. Non è vero: oltre la funzione dei gruppi, oltre alla casualità (latente e perversa) della crisi, si notano nel movimento accumulazioni, sedimentazioni, ricomposizioni nella durata.
Per cominciare, ci sono grosse analogie con quello che era avvenuto nel maggio 2004 quando il “movimento contro la guerra” insorse contro Aznar nelle giornate precedenti le elezioni politiche, protestando contro l’attribuzione degli attentati terroristici alla stazione centrale di Madrid ai baschi e all’Eta. Anche in quel caso si trattò della produzione di un enorme sciame, convocato allora attraverso i “telefonini”, che trasformò radicalmente il clima elettorale e permise l’accesso di Zapatero e dei socialisti al governo: la cosiddetta “comune di Madrid”.
A differenza di allora, oggi, non ci sono quell’enorme tensione, quella grande paura, quella violenza, che allora correvano nei movimenti. Oggi c’è maggior senso della propria forza, quindi maggior maturità. Inoltre, allora Zapatero rispose al movimento e di conseguenza propose ancora una volta un’ipotesi di rappresentanza politica – presto si rivelò una mistificazione, tanto più insultante perché fu un tradimento. Ora non resta più alcuna ipotesi riformista, c’è piuttosto la coscienza dell’impossibilità di modificare il sistema. Si ha percezione (soprattutto dopo il risultato elettorale disastroso per i socialisti e con riferimento al grande impatto astensionista – circa il 50%) che il movimento fa e disfa i governi ma con un immaginario mutato, poiché nessuna egemonia di partito – si pensa – potrà oggi più corrispondere al movimento. “Nessuno ci rappresenta”. Il sistema costituzionale è in crisi.
Le continuità possono essere anche registrate con riferimento alle forme organizzative del movimento. Nella configurazione materiale degli accampamenti vengono in particolare riprese le forme di lotta degli operai della Sintel che per mesi e mesi s’accamparono nel centro di Madrid in seguito alla smobilitazione della loro impresa. La tradizione dell’”accamparsi” è dunque recepita dalla lotta operaia. Ciò mostra come l’intersecarsi dei movimenti rappresenti oggi un passaggio essenziale nella produzione di lotte moltitudinali. Anche se le organizzazione ufficiali del movimento operaio (sindacali e partitiche) sono tenute fuori dal movimento, la tradizione delle lotte operaie vi è compresa e sviluppata.
Proprio a partire da questa annotazione val la pena di ricordare un altro elemento fondamentale in questo M/15 – è il “Repubblicanesimo” implicito, il ricordo malinconico ma radicale del 1936. C’è la storia intera della Spagna della modernità che è qui messa in gioco contro una governamentalità capitalista e clericale, reazionaria e repressiva, liberale e riformista, che non ha pari in altri paesi d’Europa.
Tutto ciò aiuta a comprendere le dinamiche organizzative di questo movimento. Esso nasce da una maturazione capillare, su una dimensione microsociale, completamente volontarista. C’è un massimo di cooperazione, che non è prodotta da individui e/o gruppi ma organizzata “tutti assieme”. Anche l’elaborazione teorica è collettiva. Nelle assemblee tutti hanno diritto alla parola. Il livello della discussione è assai discontinuo ma spesso ricco di interventi competenti nel merito ed efficaci nella proposta. Sembra incredibile ma davvero qui si danno formidabili esperienze innovative, sia sul terreno della cooperazione organizzativa sia su quello dell’elaborazione teorica – esperienze mai ripetitive, burocratiche, inutili. C’è una maturità generale che ha sviluppato competenze – ma, soprattutto, che ha evitato contrapposizioni dogmatiche e/o settarie. Coloro che erano già organizzati nei gruppi non sono stati esclusi ma implicati nel “tutti assieme”. Non c’è bisogno di un “savoir faire” politico particolare, in questo movimento ma solo di competenze e di capacità di progetto.
I due processi organizzativi fondamentali che qui si integrano sono dunque quello dellacomunicazione in rete (che permette l’articolazione di centralizzazione e decentralizzazione territoriali) e quello dell’intersezione delle componenti sociali (che permette la ricomposizione programmatica del proletariato sociale).
Tenendo presente queste caratteristiche della ricomposizione (dei movimenti e dei programmi) si comprende anche l’affermarsi di uno spirito costituente che evita amalgami politicamente contradditori (per esempio fra gruppi ed organizzazioni che giocano l’incontro per affermare l’egemonia dell’uno sull’altro) e che quindi non produce infatuazioni settarie o modellistiche puramente movimentiste. Gli indignados parlano fra loro, nelle assemblee o sul net, di programmi, di cose da fare, di scadenze unitarie, di problemi concreti da risolvere… Lo spirito costituente qui domina. “Tutti insieme” – qui si costruisce comune.
Un’organizzazione di sussistenza del tutto orizzontale è stata creata, con le sue cucine e servizi di pulizia sulle piazze accampate, con una centralizzazione informatica e informativa, con affissi orari di assemblea, di decisioni, di attività connesse, con commissioni giuridiche e mediche “no alle droghe”, eccetera ecc.
Quali sono i meccanismi di decisione in questo movimento? Democrazia diretta, quindi decisioni prese in  forme assembleari e temporalità (breve) delle funzioni di rappresentanza (portavoce). Si sa che prendere una decisione in queste condizioni esige tempi lunghi e che il processo decisionale spesso deve subire gli effetti di una discussione caotica. Tuttavia questo non impedisce di arrivare, attraverso la nomina di “portavoce” (ogni giorno mutati), alla presa di decisioni, alla loro comunicazione pubblica – con condivisione e legittimità consensuale. Sia la decisione sia la discussione che l’ha prodotta, vengono depositate/archiviate nel sito informatico del movimento. A questo processo corrisponde, in parallelo, una replica ed una verifica in rete. Viene così messa in moto una struttura policentrica di decisione e, quanto nelle assemblee la decisione esige tempi lunghi, tanto sulla rete la verifica della decisione è velocissima.
Questo processo decisionale costruisce una radicale novità rispetto alle esperienze più alte dei più recenti movimenti (Seattle, Genova ecc.) quando le decisioni collettive difficilmente riuscivano a sintetizzare puntualità dei comportamenti e l’urgenza dell’evento con la continuità e l’estensione dell’iniziativa… Per non parlare della sua istituzionalità.
Come abbiamo già detto il movimento è sorto dall’assommarsi di iniziative di manifestazione da parte di gruppi, da un periodo di sperimentazione di mobilitazioni veloci, dalla ripetizione di azioni flash: infine c’è stata, in concomitanza con le manifestazioni giganti, la decisione di accamparsi. L’accampamento e il consolidarsi delle modalità assembleari che lo accompagnano, rappresentano dunque una relativa rottura/discontinuità con il modello di decisione in rete. Tanto più che negli accampamenti la composizione sociale si complica e, accanto ai soggetti sopra ricordati, troviamo anche frazioni marginali del proletariato (cognitivo e non): disoccupati, migranti, “matti” e/o “hyppies” e poi piccolo-borghesi rovinati e disperati… Tutto ciò può creare problemi che, se non possono essere agevolmente risolti, pure non vanno drammatizzati, e non rompono i processi organizzativi e decisionali. Un’altra prova del “buon senso” di questo movimento.
I temi programmatici discussi nelle assemblee e ripresi nella circolazione di rete, sempre riassunti in documenti, sono fondamentalmente i seguenti:
Lavoro precario. Si chiede lavoro e/o reddito per tutti. La discussione non implica ideologie o prevenzioni “lavoriste” (i sindacati sono esclusi sia la UGT e le CO così come le altre forze politiche): dire “lavoro per tutti” significa dire “reddito per tutti”. Il tema del reddito universale è assai diffuso. Diventa egemone quando i lavoratori autonomi di IIagenerazione rappresentano la maggioranza nelle assemblee. Ma in oltre: riduzione della giornata lavorativa, pensione a 65 anni, sicurezza del lavoro e blocco di licenziamenti con aiuti ai disoccupati ecc.
Diritto all’abitazione. Esproprio degli stock di abitazioni non vendute e loro trasferimento ad un mercato di affitti controllati. Piano per la cancellazione delle ipoteche ecc.
Fiscalità. La critica dell’ineguaglianza di trattamento nei confronti dei lavoratori, sia indipendenti che dipendenti, da parte del fisco è fortissima. Aumento dell’imposizione sulle grandi fortune e sulle banche. Rilancio dell’imposta patrimoniale. Controllo reale ed effettivo delle frodi fiscali e della fuga di capitali verso i cosiddetti paradisi fiscali. Ma la discussione è soprattutto rivolta contro le banche, contro le strutture finanziarie ecc. Proibizione di ogni iniezione di capitale nelle banche responsabili della crisi. Controllo sociale delle banche. Sanzioni. Sanzioni per movimenti speculativi e mala praxis bancaria ecc. Il concetto fondamentale espresso nelle assemblee è che esiste una grande ricchezza sociale ma che essa è espropriata dal fisco e dalle banche. Le operazioni bancarie tali quali oggi sono, vengono tacciate di usura nei confronti dei poveri e di prepotenza nei confronti della società. Si chiede la generalizzazione di leggi Tobin anche agli scambi interni ed internazionali tra le banche.
Sistema elettorale. La richiesta della modifica della legge elettorale e delle regole di rappresentanza è pesantissima ed ha assunto tono d’urgenza. Si ritiene che il sistema bipolare spagnolo sia intollerabile, che le due grandi forze parlamentari siano egualmente corrotte e responsabili della crisi. Si chiede dunque che il sistema elettorale venga modificato in senso proporzionale ed una proposta di referendum su questo tema (500.000 firme) è stata già lanciata. Inoltre, sulle libertà dei cittadini e la democrazia partecipativa: no al controllo di Internet e abolizione della legge Sinde, generalizzazione del metodo referendario ecc.
Sistema giudiziario. Lo si considera completamente nelle mani di politici e banchieri, incapace di perseguire la corruzione e soprattutto inetto nell’intervenire per correggere i difetti di rappresentanza e per piegare in senso egalitario il sistema normativo. Quando si parla di giustizia, si contrappone alla corruzione politica un discorso sulla dignità – non c’è qui moralismo piccolo borghese ma un sentimento forte di autonomia etica e politica.
Servizi del comune. Riorganizzazione dei servizi sanitari. Contrattazione con i sindacati dei professori per garantire una ratio corretta di alunni per aula e gruppi di appoggio scolastici. Gratuità dell’educazione universitaria. Finanziamento pubblico della ricerca per garantirne l’indipendenza. Trasporti pubblici di qualità ed ecologicamente sostenibili. Costituzione di reti di controllo locali per i servizi municipali eccetera ecc.
Vi sono alcuni temi evitati nelle assemblee. Quello “nazionale” in primo luogo – vale a dire che non ci sono scontri fra nazionalismi diversi (cosa così consueta nel dibattito politico spagnolo), si parla in tutte le lingue, castigliano, basco, catalano ecc. Questo è un elemento estremamente importante nell’esperienza degli accampamenti. Altri temi per ora esclusi dalla discussione sono l’Europa e, parzialmente, la guerra (è invece attaccata la spesa militare del governo). L’assenza di dibattito su questi temi è assai bizzarra, corrisponde tuttavia ad una insufficiente informazione ed alle forti ambiguità che sono generalmente sentite riguardo al tema europeo e di quello della Alleanza Atlantica.
Che cosa può diventare questo movimento in una prospettiva temporale lunga? Esso può costituire un contro-potere permanente e/o organizzarsi come potere costituente. È difficile prevedere quale sarà la via sulla quale il movimento muoverà, se, organizzando una sorta di dualismo di potere (evenemenziale, periodico) oppure sviluppando un potere costituente che tenta una penetrazione ed una trasformazione delle strutture dello Stato. Quello che è sicuro è che, dietro alla pratica della Piazza contro il Governo, appare positivamente il progetto di una rigenerazione repubblicana: la Repubblica contro lo Stato, così come nella tradizione spagnola (prima e attraverso la guerra civile) questo progetto è stato vissuto. Occorre a questo proposito tener presente che in Spagna, trent’anni dopo la fine del franchismo, manca ancora una critica del fascismo, manca ancora una denuncia della continuità della destra affarista e finanziaria con il regime franchista. Questo significa che il movimento – anche e soprattutto nel suo attuale esodo – si situa radicalmente a sinistra, ma certo al di fuori di quella sinistra che è rappresentata da Zapatero – la cui azione politica è sempre consistita in una servile gestione del capitale. Il M/15 non si oppone alla politica in generale ma al sistema dei partiti.
Come si è già ricordato, si parla poco di Europa negli accampamenti. Quando se ne parla se ne ricorda l’opacità. E tuttavia la necessità di un relais europeo, di una acquisizione di una dimensione continentale della discussione politica è particolarmente evidente.
Che cosa avverrà nei tempi brevi del movimento? Vi sono tre possibilità da tenere presenti. La prima è quella di un esaurimento per frustrazione, la seconda è quella di una radicalizzazione gruppettara. Ma la terza è quella di una riterritorializzazione stabile, nei quartieri, nella società con una capacità di mobilitazione continua. Sembra che i manifestanti vogliano federarsi in un movimento socio-politico, con specificità in ogni regione ed un’auto-amministrazione a livello territoriale. Ogni 15 del mese, i gruppi territoriali dovrebbero mettersi d’accordo su una piattaforma di rivendicazioni ed un calendario di mobilitazioni. Ci sarà sicuramente una continuità di movimento almeno fino alle elezioni generali dell’anno prossimo. Resta da comprendere se l’adesione della popolazione reterà altrettanto massiccia nel prossimo periodo. Ciò dipenderà in parte dal comportamento delle autorità: se esse reprimono il movimento, la solidarietà che lo caratterizza dovrebbe rafforzarsi. Comunque i problemi fondamentali che restano a questo punto aperti sono in primo luogo quelli legati alla riterritorializzazione del movimento e alla costruzione di una rete europea.