19/12/10

Oltre i confini dell’Accademia: L'eclissi delle scienze sociali



La sociologia, l'antropologia, la statistica affrontano da tempo la loro incapacità di interpretare la realtà contemporanea. Le loro riflessioni potrebbero aiutare a discutere più proficuamente i rischi di marginalità e di declino dell'Italia nel mondo durante i festeggiamenti per i suoi 150 anni di esistenza.

Francesco Antonelli

Mentre un'Italia attanagliata da una delle più gravi crisi economiche e politiche della sua storia, si prepara a festeggiare (ritualmente) i 150 anni di Unità, all'interno del vecchio continente e non solo, un numero crescente di studiosi denunciano con forza i limiti di un pensiero sociale e politico incentrato sull'idea di Stato-nazione, in nome di un nuovo realismo cosmopolita. Non ci troviamo però di fronte alla classica critica internazionalista ai guasti di un nazionalismo aggressivo né, tanto meno, all'immagine di un mondo orizzontale dominato dalla logica del mercato, dal primato del consumatore e degli imperativi della de-regolamentazione, che ha guidato il (contro)riformismo liberista degli anni Ottanta e Novanta. Piuttosto, un numero crescente di intellettuali, tra cui i sociologi Ulrick Beck e Alain Touraine, richiamano l'attenzione sull'incapacità del personale politico e degli esperti che partecipano all'elaborazione delle politiche pubbliche, a confrontarsi con i rischi ma soprattutto, quanto paradossalmente, opportunità poste dalla globalizzazione ai tempi della crisi. Un invito che se accolto potrebbe rivitalizzare proprio quel dibattito sull'Unità d'Italia che oggi non può più eludere, come fatto sinora sotto i colpi di un localismo miope e di uno scandalismo politico da reality show, la questione dell'inserimento dell'Italia nel contesto globale, nei suoi variabili confini, nelle sue contraddizioni; in quei flussi di uomini, merci e capitali «deterritorializzati» che scopriamo fondamentali solo quando la Fiat di Marchionne invoca, in nome di una certa idea della globalizzazione, la ridefinizione unilaterale del modello di sviluppo del nostro paese.

Il nazionalismo metodológico

Tuttavia, il dibattito sull'Unità d'Italia è sinora un guscio vuoto non solo per ragioni contingenti, o per ignavia degli intellettuali italiani, ma per un dato strutturale di fondo relativo all'inattualità di tutte quelle categorie del pensiero sociale e politico utilizzate per interpretare il reale, tutte invariabilmente legate alla centralità dello Stato-nazione. La sociologia, come le altre scienze sociali, nascono e si affermano nel XIX secolo, l'età d'oro del nazionalismo, una formula politica che ha sempre cercato di trasformare la società moderna, eretta dalla borghesia in nome dell'interesse economico, dell'industrializzazione e della tecnica, in una grande comunità di spirito e, altrettanto frequentemente, di sangue; cercando la conferma di sé e della sua potenza nell'imperialismo e nel colonialismo, spesso presentati, ai loro tempi, come il volto nobile e avventuroso di un'altrimenti arida tendenza all'espansione capitalistica internazionale. La costituzione politica degli Stati europei si configura sulla base dell'idea che lo Stato-nazione è il contenitore primo della società, di tutte le sue attività e di tutti i soggetti socio-economici. Ma anche lo spazio privilegiato del cambiamento e dell'intervento politico nella realtà.

In questo contesto le scienze sociali ed economiche si svilupparono cercando una mediazione tra la loro aspirazione universalistica alla costruzione di un sapere totale e critico sulla società umana in quanto tale e il nazionalismo metodologico, l'idea cioè che tutte le analisi, le categorie e i suggerimenti dati al «Principe» dovessero costruirsi come anatomia della singola, unica e irripetibile realtà nazionale.

Alla ricerca dell'ordine perduto

Quando nascono, la statistica, la sociologia o l'economia politica svolgono un fondamentale compito di perfezionamento del governo biopolitico dei corpi e delle popolazioni che si trovano su di un dato territorio presidiato da un governo. Il contrasto tra questo nazionalismo metodologico e la tendenza all'universalizzazione si risolse, sotto la spinta all'edificazione dei vari sistemi di welfare state o per le divisioni della guerra fredda, a favore del primo: le categorie universaliste delle scienze sociali dovevano aiutare a pensare e a intervenire sulle diversità nazionali sancite dallo Stato, decretando la vittoria di ciò che è all'interno dei confini su ciò sta all'esterno. Ma anche decretando la vittoria del pensiero binario e dell'ordine (grande ossessione del Moderno come messo magistralmente in luce da Zygmunt Bauman) sul non conforme. Il riformismo politico e l'azione sociale trovarono così nello Stato il loro referente privilegiato, strumento di normalizzazione e istituzionalizzazione territorialmente centrata di un sociale per altri versi conflittuale e molecolare.

Lo scenario che abbiamo di fronte, che la crisi economica globale ci mette dinanzi, è un rovesciamento radicale di questa impostazione, della realtà e delle categorie usate per analizzarla. A partire dagli anni '90 del Novecento, è infatti sempre più chiaro che il mondo presenta un grado di interdipendenza crescente, espressa tanto dall'estensione della società mondiale del rischio, quanto dall'inadeguatezza dei codici cognitivi e normativi dominanti sedimentati nel tempo. All'apparente astrattezza di queste parole corrisponde la concretezza dell'esperienza sociale, economica e culturale contemporanee: società mondiale del rischio vuol dire che le conseguenze negative e per lo più inattese dell'uso di una tecnologia o di un sistema finanziario non sono più circoscrivibili: l'attuale socializzazione dei costi del fallimento delle grandi banche europee e americane, in presenza del mantenimento dell'appropriazione privata dei profitti, in nome del potere di fatto e dell'autoreferenzialità del capitale finanziario globale, costituiscono una prova schiacciante. Il mondo divenendo più piccolo ci unisce nella condivisione dei rischi e degli effetti perversi, ridefinendo i compiti dello Stato: gendarme all'interno, garante di ultima istanza dei costi generati dallo sviluppo del capitalismo.

Oltre le categorie-zombie

L'inadeguatezza dei codici cognitivi e normativi basati sulla logica binaria - ordine, disordine; interno e esterno; inclusione e esclusione - pone come centrale il fatto che il grado di complessità e ambiguità del vivere associati è tale da non poter più essere analizzato con categorie nette, direttamente radicate nel vecchio legame tra territorio e attività sociali. Ad esempio, tra economia legale e economia informale o criminale non esiste una netta divisione, come mostra in Italia e in Europa la catena di raccolta e stoccaggio dei rifiuti, dove aziende perfettamente legali prosperano grazie alle attività illegali di partner solo geograficamente lontani; o, persino, la produzione di capi d'abbigliamento; sino a situazioni estreme come quelle degli interventi internazionali in paesi come l'Afghanistan, dove il confine tra operazioni di guerra e operazioni di cooperazione allo sviluppo sono intrecciati.

Ciò che procede nell'ombra, nei sotterranei della società globale, è sempre il retroscena di un teatro falsamente trasparente della società, in cui la recita cerca di far dimenticare lo squallore che la rende possibile. Nella pratica, il terzo è ormai incluso. Il fallimento del nazionalismo metodologico sta tutto qui: continuando a riprodursi attraverso categorie-zombie (come le chiama Beck) svuota le possibilità d'azione dei soggetti sociali, aprendo la strada alla costruzione di meccanismi tecnocratici di stabilizzazione dell'economia.

La costruzione di una sociologia postnazionale, tema oggi centrale nelle scienze sociali europee, punta a rivitalizzare quell'ideale cosmopolitica a suo tempo espresso da Immanuel Kant, non più come semplice utopia, ma pratica politica realista: la riappropriazione pubblica e democratica dei processi economici e tecnologici da parte dei diversi popoli del mondo, è oggi resa possibile dal fatto che questi stessi processi sono ormai globali e, dunque, condivisi.Gli Stati riacquistano un senso se, fondati su una costituzione democratica, rinunciano a una porzione della loro sovranità per intervenire nella regolamentazione di questi processi globali, secondo modelli complessi di governance).

Una sovranità limitata

I territori e le società civili che li abitano, fatte di associazioni, Ong, movimenti sociali e partiti, più sono in grado di cogliere e evidenziare la relazione tra l'apparentemente lontano e ciò che accade sotto casa, più riescono a salvaguardare la stessa tenuta sociale dei luoghi del vivere comune. La sociologia postnazionale insomma, mettendo da parte la limitatezza del pensiero «statocentrico», può contribuire a valorizzare le potenzialità del presente e a salvaguardare l'ecologia dei territori, la tenuta della democrazia e la coesione sociale degli stessi Stati.

Interrogarsi sul senso e, dunque, sul futuro dell'Unità nazionale vuol dire innanzitutto questo: comprendere e far emergere come un paese, quale l'Italia, inserito nel contesto globale, può favorire il suo sviluppo attraverso una visione cosmopolita. Che per noi coincide con la definizione del rapporto tra immigrazione e cittadinanza; lotta alla criminalità organizzata, ormai sempre più «glocale»; ridefinizione del modello di sviluppo oltre la barbara competizione sui costi del lavoro; approfondimento del carattere federalista e, dunque, democratico, dell'Unione europea.