20/9/10

Rivoluzione e reazione: la destra e i fascismi fra le due guerre mondiali (lineamenti di un dibattito storiografico)


Giorgio Sacchetti

Categorie a confronto (della necessità del lungo periodo)
Un bilancio su acquisizioni storiografiche e risultati conseguiti in questi ultimi decenni, sullo stato attuale degli studi in materia di partiti e movimenti politici, ci induce al tempo stesso moderato ottimismo, inconfessabili inquietudini. Il Novecento, "secolo breve" assunto a paradigma di ogni totalitarismo, ci ha lasciato pesanti contraddittorie eredità. Insieme alla consapevolezza delle straordinarie potenzialità per una ricerca più `libera', o comunque meno condizionata dai poteri forti che nel passato, ritornano gli spettri della manipolazione e della rimozione della memoria.
Il rischio in questi casi è ambivalente. Oltre al pericolo gravissimo in termini di minaccia autoritaria ai diritti di cittadinanza, alle libertà civili, vi è la concreta possibilità che le risposte -anche quelle della comunità scientifica e degli studiosi più attenti e sensibili- siano riduttive e tutte naturalmente relegate alla sola dimensione militante, l'unica ritenuta consona in questi casi.
Dagli anni settanta in poi un approccio scientifico più multidisciplinare fra storici, sociologi, scienziati della politica ha consentito -certo nella mole, diversificata per valore, degli studi- una riflessione sempre meno ideologica e predeterminata sulle vicende sociali di quello stesso secolo. Ad esempio, la ridefinizione delle categorie < rivoluzione > e < reazione >, fuori dalla rigida dicotomia imposta nei contesti gergali dell'universo politichese, ha aperto notevoli opportunità di comprensione. Il risultato più importante è stato lo `sdoganamento' a destra del primo fra i due termini, ossia il riconoscimento di una valenza senz'altro ambigua, ma comunque duplice dei fenomeni autoritari / totalitari nelle loro diverse fasi, dall'insorgenza alla stabilizzazione, da movimento a istituzione. Nel caso l'esigenza prioritaria di possedere un valido strumento di analisi storica ha giustamente prevalso sulle semplificazioni più grossolane.
L'irruzione nello scenario novecentesco delle grandi masse popolari e la nuova dialettica che si instaura fra potere e contesto sociale comportano un'inusuale dinamica bifase interna movimenti-partiti e partiti-Stato. Da ciò può derivare integrazione e complementarietà oppure conflitto. Il movimento è, mutuando dalla sociologia, lo "stato nascente" ossia il momento dell'invenzione sociale e del conflitto permanente, della tensione creativa più fertile e della forte contestazione antisistema. Il fenomeno, così inquadrato, ha in genere un esito previsto e prevedibile non appena si avvertono i primi segnali di fisiologico esaurimento, di imminente passaggio dalla stagione degli `ideali' a quella del pragmatismo.
"I movimenti finiscono per trasmettere a istituzioni rinnovate o nuove i loro ideali; delegano, cioè, agli organismi politici la tutela e la realizzazione del patrimonio di esperienze maturate nel periodo di massima lotta" (Simona Colarizi).
Ovvio che ogni processo di istituzionalizzazione lasci cadaveri sul campo, insieme alle incomprensioni e ai disadattamenti, agli strascichi e ai malcontenti di vario genere, tutto da accettare nel nome della ragion di stato.
Questo schema può avere un'applicazione universale. Tuttavia, circoscrivendo l'ambito alle vicende istituzionali del Regno d'Italia, esso ci interessa in particolare come chiave interpretativa sul fascismo, con l'importante precedente ottocentesco dei governi della Sinistra Storica. A quest'ultimo proposito, sebbene non si voglia rinverdire le antiche esercitazioni accademiche sui parallelismi fra Crispi e Mussolini, di certo superati, tuttavia vale solo la pena rammentare come i nuovi ceti dirigenti che succedono alla Destra Storica (dopo che questa ha esaurito il suo compito di fondazione e salvaguardia del nuovo Stato sabaudo) provengano in massima parte dall'esperienza rivoluzionaria risorgimentale. Si tratta, per l'appunto, dell'approdo istituzionale che conclude una lunga fase movimentista. Fra l'altro la Sinistra storica ottocentesca ci interessa moltissimo per la sua funzione modernizzante e anticipatrice, di primogenitura su fenomeni di successiva rilevanza come nazionalismo, imperialismo e colonialismo in versione italica.
Fu proprio Renzo De Felice, con la sua famigerata "Intervista sul fascismo" del 1975, a introdurre una prima traccia su questa dinamica movimento-partito. La tesi è nota: nelle radici del fascismo si ravvisano istanze innovative e rivoluzionarie, ma anche nel successivo percorso da regime stabilizzato esse riescono a sopravvivere, senza farsi riassorbire del tutto, alimentando così una sorta di scambio dialettico fecondo fra conservazione e modernizzazione. Naturalmente tutto questo non poteva essere accettato da chi, in sede politica e storiografica, aveva oramai ossificato i concetti e le categorie di rivoluzione-reazione oltre che di sinistra-destra. Perché in effetti ogni approccio che privilegi innanzi tutto la dimensione ideologica predeterminata, tende di fatto alla semplificazione, a trascurare insomma le "zone grigie" e ambigue che corrono sui confini. Contro l'opera dello storico reatino, realizzatore di quello che sembra un vero e proprio monumento a Mussolini, depongono poi certi passaggi davvero poco `oggettivi' che emergono specie negli interventi di ambito pubblicistico giornalistico. Comunque sia il sasso tirato nella piccionaia sonnacchiosa e conformista degli storici, a prescindere dalla condivisione o meno di tutto l'impianto interpretativo defeliciano proposto, ottiene come conseguenza indiretta esiti paradossali. Crescono infatti l'interesse ed il livello della discussione su questi argomenti, insieme alla voglia di tutto ridiscutere. E ciò sembra creare le condizioni per la liberazione di nuove energie, fino a quel momento compresse, da convogliare su studi e ricerche di grande valore sperimentale.
Il primo segnale di svolta ci viene da un timido e graduale ripensamento delle cesure nella storia dell'Italia contemporanea, dalla verifica più attenta degli elementi di rottura e continuità compresenti nei passaggi istituzionali dal vecchio stato liberale al regime fascista, da quest'ultimo alla democrazia repubblicana. L'adozione sempre più convinta del lungo periodo come parametro valido, quale conseguenza del superamento di una periodizzazione ingessata sulle date del 1922-1945, ha fornito strumenti validissimi di analisi a tutt'oggi ancora da acquisire completamente nella cassetta degli attrezzi in dotazione agli studiosi. Si attenua così quella visione storiografica `parentetica', tesa cioè a circoscrivere il fascismo come fenomeno autonomo, quasi avulso dal resto della vicenda politica italiana, insomma una "parentesi" o un'escrescenza tumorale che si innesta in un corpo più o meno sano. Ma il fascismo non può essere ridotto alla sua caricatura, al mussolinismo. Su questi aspetti -e in generale sulla necessità di una periodizzazione lunga- basti rammentare almeno due fenomeni che, in diversa misura, hanno acquisito (o stanno acquisendo) maggiori elementi di comprensione proprio in virtù di queste riconsiderazioni metodologiche. Si tratta del Nazionalismo, inteso come idee e movimento e non solo come associazione politica; ma si tratta anche delle vicende complessive del Sindacalismo italiano.
Il movimento nazionalista si affaccia sullo scenario politico assumendo la rappresentanza della borghesia produttiva e del proletariato produttivo, unificati finalmente in fabbrica ed in trincea. La sua incidenza non può essere ridotta a petite histoire proto-fascista, secondo i canoni opposti ma eguali della storiografia marxista e di quella legata al regime mussoliniano. Si tratta piuttosto di una storia di lungo periodo che attraversa le vicende italiane, politiche ed economiche, dall'epoca dei governi della Sinistra storica ottocentesca al ventennio fascista e forse anche oltre.
"In questo secondo dopoguerra il dibattito non è andato molto avanti: la storiografia etico - politica ha ripreso lo studio delle ideologie nazionaliste per cercare di sottolineare gli elementi di antitesi con la tradizione liberale, la storiografia marxista in parte è stata influenzata dalla storiografia etico - politica ed in parte ha concentrato la sua attenzione sul problema dell'avvento del fascismo al potere. La scuola storiografica che si richiama al biografo di Mussolini Renzo De Felice, raccolto l'elemento più caduco della tesi del Salvatorelli e cioè quello che vede nel nazionalfascismo un movimento rivoluzionario piccolo-borghese, ha proposto una rivalutazione del fenomeno fascista che esclude a priori la possibilità di una corretta impostazione del nesso nazionalismo-fascismo. Va comunque ribadito che è soprattutto l'ottica da cui prevalentemente gli storici si pongono ciò che ostacola maggiormente la comprensione del nazionalismo: se si sceglie il regime fascista come osservatorio privilegiato il nazionalismo non può che apparire un piccolo episodio, ma se si sceglie l'intera fase storica che va dai governi della Sinistra [nell'800] alla seconda guerra mondiale, allora il nazionalismo diventa un momento chiave che collega ed illumina l'intera vicenda politica ed economica italiana" (Bruno Bongiovanni).
Anche per gli studi sul sindacalismo si deve lamentare (a parte il mancato riconoscimento della peculiarità del fenomeno sindacale fascista e, di conseguenza, il suo declassamento come specifico oggetto di studio) una periodizzazione assolutamente non soddisfacente e troppo legata alle cesure classiche della storia politica.
Il tema è stato eccessivamente sottovalutato e messo sempre in subordine rispetto al P.N.F., rimandando solo a questo il ruolo di forza mobilitante nonché di rappresentanza del lavoro. Nel solco di intuizioni di storici come Adolfo Pepe si devono ora rivedere tutte le vecchie questioni interpretative minimaliste e soprattutto occorre inserire la vicenda del sindacato fascista in un arco cronologico più vasto, che si estenda dagli anni dieci addirittura fino ai primissimi anni settanta. Si tratta di considerare tutta la fase evolutiva trascorsa nella realizzazione del modello sindacale industriale, fino alla sua crisi. All'affermarsi della centralità della fabbrica corrisponde infatti un contestuale affievolimento della "confederalità", ovvero del luogo della mediazione (politico-sociale non sindacale professionale) tra Stato e interessi delle classi subalterne. All'epoca della Mobilitazione Industriale, ossia nell'organizzazione coatta del lavoro militarizzato durante la prima guerra mondiale, si realizza un interessante esempio di scambio fra istanze mediate e regime liberale. E' questa la prova generale di un modello che avrà grandi fortune: un sindacato industriale collaborativo, portatore di una nuova cultura produttivistica, avviato verso la `nazionalizzazione', basato sulla depoliticizzazione e sull'assenza di rappresentanze confederali e di fabbrica, funzionale al paternalismo aziendale e all'atomizzazione del rapporto di lavoro, all'integrazione del lavoratore nel sistema a conflittualità zero. Ed è quindi la relazione diretta Sindacato-Stato che sovrasta. Su quest'ultimo aspetto è lo stesso Pepe a mettere in risalto il duraturo rapporto di scambio instauratosi fra queste due istituzioni che attraversa, senza quasi soluzioni di continuità, l'Italia giolittiana, il ventennio fascista e la lunga stagione democristiana.
La società organica (fascisti di sinistra versus destra liberale)
La prima guerra mondiale costituisce il sicuro quadro cronologico di riferimento -consolidato storiograficamente - per le origini del fascismo. Dopo il fallimento dell'ipotesi insurrezionale sperimentata nella "Settimana Rossa" del 1914, una parte non insignificante del ceto dirigente nelle correnti estreme del movimento operaio troverà il suo sbocco `naturale' nell'interventismo. Così un drappello di ex-antimilitaristi, repubblicani, sindacalisti rivoluzionari, socialisti mussoliniani, anarco-interventisti, va ad infittire le schiere eterogenee (già composte da liberali, cattolici, nazionalisti, democratici...) dei movimenti favorevoli alla guerra. Però la spinta `sovversiva' di quelle componenti - ora saldate anche ad altre di ispirazione contestativa, tutte espressione irrequieta del coacervo culturale e del fecondo laboratorio degli anni dieci - non si esaurisce in breve. Anzi, essa avrà tempi di metabolizzazione lunghi almeno un decennio, salvo addirittura riemergere anche in seguito sotto altre forme. Il percorso che si interpone tra la mobilitazione socialnazionale del periodo bellico (vera prova generale per l'integrazione obbligata delle forze sociali e produttive nello Stato) e la trasformazione del movimento fascista in regime vede il naufragio di ogni velleità rivoluzionaria già espressa nell'ambito dell'interventismo di sinistra. Le tappe fondamentali sono costituite dalla fase `diciannovista', con la nascita dei Fasci di combattimento che si ispirano ad un programma di impronta socialistica, e dalle commistioni del movimento di D'Annunzio con i sindacalisti rivoluzionari nel corso dell'impresa di Fiume del 1920. Ma anche nella formazione dei così detti Sindacati Economici, nei ranghi del primo sindacalismo fascista, sono ben presenti questi elementi di conflittualità e di resistenza dall'interno al processo di normalizzazione.
La storiografia marxista di impronta togliattiana ha condiviso in pieno l'impostazione di quella fascista (Gioacchino Volpe) sulla sostanziale sovrapposizione fra i fenomeni interventismo e fascismo. La realtà è ben diversa. E non solo perché dalla confluenza di queste forze si deve scorporare l'interventismo democratico o le future dissidenze fasciste. Infatti non tutto l'interventismo entra nel movimento dei fasci. Ma neppure la totalità di quest'ultimo aderirà al PNF (basti per tutti citare l'esempio di Pietro Nenni, fondatore del fascio di Bologna). Il decennio che trascorre come vigenza della fase movimentista, fino alla normalizzazione del 1925-'26, vede nel frattempo la `cattura' del fascismo da parte del vecchio ceto dirigente nazionalista liberale, defilato fino a quel momento (in tal senso risulta interessante la biografia politica del leader nazionalista Enrico Corradini). Soccombono i rivoluzionari in camicia nera che pure avevano dato un contributo fondamentale nel farsi carico del lavoro più sporco e ingrato, nell'acquisire meriti durante la repressione sanguinosa del movimento operaio. 
Il 23 marzo 1919, alla costituente di piazza San Sepolcro, è rappresentato l'interventismo rivoluzionario in tutte le sue componenti: dai futuristi come elemento culturale agli arditi di guerra come forza paramilitare, ai sindacalisti. Vero è però che all'interno di ciascuno di questi filoni si sono già realizzati indirizzi contraddittori. Il futurismo non è tutto marinettismo (si pensi all'antimilitarismo di un Lucini); lo stesso nell'associazionismo combattentistico è presente anche una forte componente classista che sarà alla base della formazione degli Arditi del Popolo.
La sinistra fascista attraverserà in modo sotterraneo il ventennio con una presenza discreta ma con una buona influenza nel sistema corporativo e sindacale. Nei primi anni Trenta si registra in tutta Europa una grande attenzione fra intellettuali ed economisti, anche antifascisti, sulla proposta tecnocratica avanzata in Italia da Ugo Spirito. Questi, teorico e fautore della corporazione integrale, massimo esponente della così detta "ala bolscevica del fascismo", capeggia un movimento di fronda sindacalista al regime sviluppatosi intorno alla Scuola superiore di scienze corporative di Pisa e a partire dal 2deg. convegno di studi sindacali corporativi di Ferrara del 1932.
Del resto il noto "Appello ai fratelli in camicia nera", pubblicato sul togliattiano "Stato Operaio" nel 1938, con il suo richiamo esplicito al programma socialistico mai realizzato di piazza San Sepolcro, ci fornisce la cartina di tornasole per comprendere l'effettiva sussistenza della spinta contestativa interna al regime. Di contro anche il modello sovietico, realizzazione di una vera integrazione organica del mondo del lavoro nello Stato, viene visto con un certo interesse. L'asse del dibattito si sposta. Ora il `socialismo' si potrà realizzare addirittura dentro la società organica, sempre nel solco della prospettiva di identità fra proletariato e nazione.
L'esperienza della Repubblica Sociale Italiana sarà il momento topico per la riemersione di tutte queste istanze sansepolcriste, socialistiche. Nove dei 18 punti del Manifesto di Verona sviluppano esplicitamente questa linea. Lo sforzo della classe politica della nuova RSI è quello di ottenere un riconoscimento dalla classe operaia attraverso concessioni salariali e proposte di un modello sindacale partecipativo e "costruito dal basso". Ma la stessa proposta di socializzazione delle imprese, con il relativo passaggio della gestione (non della proprietà) ad apposite strutture consiliari di rappresentanza fallisce. Ugualmente non funzionano: ne' la liquidazione di fatto del sistema corporativo con la costituzione di una Confederazione generale del lavoro, della tecnica e delle arti nel maggio 1944; ne' la successiva soppressione, addirittura, della Confederazione degli industriali. L'occupante tedesco scavalca governo e sindacalisti avocando a sé la conduzione delle relazioni industriali. L'apertura concepita come merce di scambio per la partecipazione della classe lavoratrice alla guerra fascista non ottiene gli scopi prefissati. Le `buone' intenzioni sono dunque vanificate su due fronti: dal rifiuto operaio, che si manifesta con gli scioperi nelle grandi fabbriche del nord; ma anche dall'ostilità tedesca verso quei progetti di trasformazione dell'economia emersi con il nuovo corso.
L'esperienza breve della RSI non può certo rimanere ristretta su di un mero giudizio liquidatorio, come semplice coda anomala del ventennio. Anch'essa racchiude robusti elementi di continuità e di cerniera con la fase che precede e quella che segue. Claudio Pavone ne ha ad esempio individuato uno, abbastanza verosimile, con l'Italia democratica. A parte le istanze di rottura su base antimonarchica, si riscontra un paradossale canale di continuità amministrativa dell'apparato burocratico e ministeriale dello Stato. Il personale statale (impiegati e funzionari), nella stragrande maggioranza, continua ad assolvere alle sue funzioni, ad essere ligio ai doveri di ufficio, anche sotto Salò. Lo stesso ruolo attivo e partecipativo viene trasferito all'Italia democratica "senza sconvolgimenti che ne intacchino a fondo l'ideologia, la struttura e la concezione culturale". Ma anche sotto l'aspetto dell'economia si individuano robuste continuità. La potente tecnostruttura che risulta dalla compenetrazione fra sviluppo monopolistico e apparato statale, prodotto originale della trasformazione della crisi degli anni trenta, attraversa indenne la RSI, senza essere scalfita dalle velleità di socializzazione.
Da ultimo resterà anche l'eredità politica di quel "fascismo di sinistra", sansepolcrista antiborghese, riemerso a Salò. Rivivrà nelle istanze rivoluzionarie ed eversive delle nuove formazioni estremiste della destra cresciute nel secondo dopoguerra all'ombra degli apparati del nuovo stato democratico nato dalla resistenza.
L'imbecile di tipo nuovo (dimensione psicologica e fascismo eterno)
Siamo ora in una fase di maggiore approfondimento e di studi comparativi. Da anni il discorso si è spostato, infatti, dalle antiche disquisizioni sulle origini alle analisi sull'estrema destra europea. E' da sempre la Francia ad esprimere oltre al necessario modello di riferimento per gli studiosi, i laboratori di ricerca più fecondi sull'argomento. A riprova della consistenza di un'area di interesse che si sta dimostrando così in crescita, e che certo si colloca fuori dalla tradizionale messe pubblicistico giornalistica, basti rammentare l'uscita in questi ultimi anni di numerosi saggi scientifici sull'argomento. Il ghiaccio fu rotto a suo tempo dalle traduzioni italiane di due studi monografici di valore: "La destra rivoluzionaria" di Zeev Sternhell (ed. Corbaccio), e "L'avvenire di un passato. L'estrema destra in Europa" di Alain Bihr (BFS /Jaca Book). Per quest'ultimo l'analisi sulla genesi di movimenti politici della specie, riferiti allo scorcio finale del Novecento, attiene più alla categoria di una "estrema destra postindustriale" piuttosto che a quella di un neofascismo rifondato sul "mito palingenetico". Il modello di riferimento è il Front National di Le Pen e dunque, ancora una volta - in sintonia con le tesi sternhelliane sulla destra rivoluzionaria dell'Ottocento - si rivela un fascismo con paternità e maternità francesi. Così, bisognerà risalire agli esiti della guerra franco-prussiana, al crollo del secondo impero e alla nascita della terza repubblica, per comprendere come dalla critica antidemocratica e anti-positivistica si sia propagata dalla Francia al resto dell'Europa quella cultura protofascista che nel tempo ha prodotto, sostituendo la classe con la nazione nel motore della storia, i frutti velenosi dell'antisemitismo e del collaborazionismo pro-nazista (da Dreyfus a Vichy). La tesi dello sbocco fascista dei delusi della sinistra viene però rigettata da alcuni storici italiani. In particolare da Enzo Collotti che la considera eccessivamente `ideologistica'.
In parallelo invece sarà necessario porre attenzione alla crisi del fordismo per interpretare gli omologhi movimenti del nostro tempo.
Le paure di fine secolo indotte dagli irreversibili processi di mondializzazione dell'economia in atto, dall'insicurezza generalizzata e dallo smarrimento di quel senso di appartenenza prima "garantito" dalla partecipazione disciplinata al ciclo produzione/consumo, hanno costituito la principale spinta emozionale per le più vaste adesioni alla destra antidemocratica di oggi. Il sostrato culturale del fenomeno è costituito da quelle condizioni psicologiche e sociali che si sono create proprio a causa del così detto `compromesso fordista'. Fra queste: l'integrazione del movimento operaio occidentale nelle strutture del potere capitalistico, Stato e impresa; la grigia burocratizzazione e l'esercizio clientelare negli apparati politico-amministrativi e sindacali; il culto del capo e degli `specialisti'; tutti elementi che hanno consolidato lo spirito di sottomissione, attitudine questa indispensabile in ogni progetto di società a tendenza organica. Alla definizione dell'immaginario nazional-frontista, da cui poi prende forma concreta "l'uomo del risentimento", contribuiscono stati d'animo come angoscia, aggressività, crisi di senso, odio, rancore e rifiuto dell'altro. Una conferma della validità di questo filone interpretativo ci viene da Alain Bihr quando sintetizza i modi d'essere e la psicologia (appunto) di quei "declassati", con l'efficace trilogia concettuale: odio per il presente; paura dell'avvenire; nostalgia di un passato mitizzato.
Elementi di questo tipo sono presenti in un filone storiografico libertario che però non ha avuto modo di svilupparsi compiutamente, e che anzi poi è rimasto ammutolito nei confronti delle impostazioni sia di matrice marxista che etico-politica. La prima edizione italiana del "Mussolini in camicia" di Armando Borghi si guadagnò, fra le altre, una lunga ed ammirata recensione su "Il Mondo" (14 novembre 1961) a cura di Enzo Tagliacozzo. In essa si sottolineava la sua funzione dissacratoria, documentariamente fondata, sulla personalità del duce. "Mussolini Red and Black", titolo originario, era stato uno dei pochi libri attraverso i quali l'altra Italia, quella di minoranza, aveva potuto farsi conoscere negli Stati Uniti. Era stato un modo per aprire gli occhi ad una comunità che ormai sembrava avere totalmente rimosso o stravolto i significati e la memoria stessa della vicenda Sacco e Vanzetti. Allora molti italo-americani, incolti e politicamente immaturi, erano divenuti facile preda di un'incessante propaganda di stampo nazionalistico, svolta attraverso i giornali e le stazioni radio in lingua italiana, le cerimonie, i cortei ed i comizi. Le condizioni ambientali erano dunque avverse. Così, mentre circolavano biografie addomesticate e mitologiche sull'ex-sovversivo di Predappio, qualcuno che l'aveva ben conosciuto dava il suo contributo controcorrente, di verità scomoda per il potere.
"A molti accadeva quel che accade a chi arriva in teatro a recita inoltrata, che è costretto ad immaginare a proprio talento la parte della tragedia non vista".
Così Borghi, cogliendo in pieno nel segno, raffigura lo stato d'animo del "popolo deportato", ossia degli italiani post-fascisti. Heri dicebamus: ma per molti non si poteva più riprendere il discorso dal punto nel quale era rimasto interrotto solo vent'anni prima. Passione civile e impegno militante animano l'autore di questo pamphlet, anzi di queste - come lui stesso le definisce, con modestia eccessiva - "povere pagine". Armando Borghi è un protagonista schivo, testimone eccellente del periodo delle convulsioni pre-fasciste. Romagnolo sanguigno, egli rifugge senz'altro il "romagnolismo", categoria psico-politica affibbiata dalla storiografia gramsciana all'estremismo irrequieto volubile e di frontiera dei conterranei Pietro Nenni e Benito Mussolini. Amico fraterno di Salvemini e di Ernesto Rossi, anch'egli si pone il problema etico di riscattare l'Italia denigrata dal regime. L'opera, pubblicata nel 1961 dalle Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli, raccoglie scritti sparsi risalenti a un periodo - quello dell'esilio in America - nel quale"bisognava parlare al mondo: dove non arrivavano (o arrivavano a gran fatica) le museruole insanguinate del fascismo".
Ingiusto e limitativo sarebbe qualificare lavori pionieristici di questo tipo come genere memorialistico. Lo spessore dell'analisi che vi è contenuta invece ci richiama indubbiamente un livello di critica alta. Casomai ci sarebbe da cogliere l'occasione della lettura / rilettura per una riflessione attualizzata, analoga a quella che si potrebbe operare su un altro saggio uscito di recente, autore Pier Carlo Masini (Mussolini. La maschera del dittatore, Biblioteca Franco Serantini 1999). Vi è oggi un'obiettiva difficoltà storiografica, e quindi anche di approccio allo studio, nell'affrontare temi, e ritagliarsi spazi autonomi, su ambiti come questo. Qui gravano oggi impronte interpretative ingombranti (impronte da cui comunque - pro o contra - non si può più prescindere). La ponderosa opera defeliciana, con le sue intuizioni e le indicazioni metodologiche discutibili e discusse anche dai non addetti ai lavori, e il chiasso dei suoi detrattori politici hanno messo la sordina ad un altro filone di studi su Mussolini, quello libertario. Eppure non sarebbero mancati illustri precedenti quali Camillo Berneri, lo stesso Borghi e poi anche Masini, studiosi militanti e testimoni eccellenti della loro epoca. Le loro analisi si possono accomunare per l'originale approccio multidisciplinare, per un tentativo di comprendere la personalità del dittatore fuori dagli schemi angusti ed esclusivi delle categorie ideologiche (l'intuizione `psicologica' berneriana non è certo assente in queste pagine). Siamo dunque sulle tracce di una corrente storiografica di minoranza peraltro apprezzatissima, e in parte ripresa, dalla scuola di Salvemini. Ma c'è un rammarico piuttosto, quello della mancata formazione di una `scuola' e di un filone di studi più robusto su questi argomenti. Destinati all'oblio: sembra questo un po' l'esito di tutte quelle istanze interpretative e culturali nate negli ambiti della variegata sinistra eretica europea. Ad esempio l'opera di Daniel Guérin, uno dei pensatori più lucidi e creativi della sinistra comunista-libertaria, ha in sostanza subito la stessa sorte. Eppure anch'essa si era presentata con forti connotati innovativi, svecchiando notevolmente l'armamentario interpretativo `terzinternazionalista' che, ciò nonostante, sarà a lungo inseparabile utensileria per gli storiografi del movimento operaio. La spiegazione tutta socioeconomica del fenomeno, del resto in piena aderenza all'ideologia marxista, rimarrà preponderante. A margine di tutto questo si possono riscontrare solo labili tracce delle intuizioni che Wilhelm Reich aveva divulgato con la sua <>, del fascismo cioè inteso anche come mentalità e stato d'animo del "piccolo uomo comune represso". Ritornano così, per l'oggi, gli elementi identificativi del Fascismo Eterno (felice definizione coniata da Umberto Eco) su cui fa leva il cinismo apparentemente contrastante dei falsi sovversivi: tradizione come culto, rifiuto di ogni modernismo, sospetto / disprezzo verso tutto ciò che si ritiene appartenga al mondo degli intellettuali, intolleranza nei confronti del dissenso ("il disaccordo è tradimento"), fobia delle differenze, paranoia del complotto; ed ancora, venendo ai tempi attuali: la neolingua da talk-shaw, il populismo massmediatico, ecc.., ecc.. Insomma è l'Ur-Fascismo che sarebbe ancora presente fra noi, talvolta latente sotto le spoglie più innocenti ed impensate, forma espressiva di una specie antropologica emersa nel Novecento: l'imbecille di tipo nuovo. E' l'esercito di riserva della `rivoluzione plebea' che perennemente predispone la cassetta degli attrezzi ideologici atti alla presa del potere per conto terzi, ma anche per conto proprio.
La conclusione sembra paradossale: il regime di Mussolini altro non era stato se non il frutto tragico della insufficienza del socialismo (e dei suoi uomini). Ciò perché - per dirla con le parole di Guerin - "dietro il fascismo, l'ombra del socialismo è presente a ogni istante". Più esattamente questa analisi speculare di scuola, a partire anche dalla denunciata inadeguatezza antifascista, verrà reiterata e si tramuterà in speranza per quelli che saranno poi gli appuntamenti mancati per la sinistra europea del secondo dopoguerra.
"L'atteggiamento di Mussolini nel 1919 / 20 - ha scritto Tagliacozzo - fu quello di un uomo che fiutò il vento, e si mostrò più sovversivo dei sovversivi, mentre faceva contemporaneamente l'ultranazionalista fino a quando la partita tra destra e sinistra rimase aperta. Ma non appena ebbe la percezione che i rossi sarebbero stati sconfitti, si accostò rapidamente ai gruppi di estrema destra e si mise a fare l'uomo d'ordine. Chiunque abbia vissuto gli avvenimenti del quadriennio 1919 / 22, o abbia studiato la storia di quegli anni sa come andarono le cose. Ma spesso, i neofascisti rivelano di possedere nozioni scarsissime e assai confuse circa la parte avuta da Mussolini in quei fatti. E se alcuni di loro leggeranno con mente aperta le pagine di <> di Armando Borghi testé pubblicate a Napoli presso le Edizioni Scientifiche Italiane e presentate da Ernesto Rossi, riceveranno più di una sgradita sorpresa.
Dagli articoli firmati dal direttore del Popolo d'Italia, risulta che questi approvò e appoggiò i tumulti per il caroviveri del `19, e l'occupazione delle fabbriche del `20; e che, dopo essere stato solidale coll'impresa fiumana di D'Annunzio abbandonò il poeta al suo destino non appena seppe che Giolitti aveva deciso di farlo sloggiare con la forza dalla città. Questi atteggiamenti del futuro duce dovrebbero impressionare i nostalgici ancora più sfavorevolmente degli atti del Mussolini sovversivo nell'anteguerra, quando fece uso di un passaporto falsificato in Svizzera, partecipò alle dimostrazioni contro la guerra di Libia ed esaltò le violenze della settimana rossa del `14".
La maschera del patriottismo quale ultimo disperato rifugio degli irrequieti e dei piccoli uomini è il punto di partenza di tutto il ragionamento. Il nazionalismo poi, forma cieca ed esasperata di patriottismo, è la dottrina politica che fa maggiore presa sulle menti ignare. E' il complesso di inferiorità che si trasforma in complesso di superiorità, disprezzo della ragione, della cultura e della meditazione, che si risolve infine nell'illusione della retorica e di parole d'ordine avulse dalla cruda realtà dei fatti. Il parallelo tra Crispi e Mussolini, molto insistito in sede storiografica, è stato oggi accantonato e certo con buone motivazioni. Tuttavia non potremmo non riflettere sulla esemplarità dei due percorsi, identici almeno in un passaggio: da sovversivi smaniosi di seconda fila a primi poliziotti d'Italia.
Revisionismi e ideologismi (dimensione europea)
Il fascismo ha inciso profondamente nella fisionomia della società europea del Novecento, su questo non sembrano esserci dubbi. Ma la storiografia internazionale, per parte sua, si muove oggi in modo contraddittorio rispetto a questo assioma. Così si alternano studi e ricerche di notevole impianto innovativo ad altri incentrati più sulla comparazione con il bolscevismo, fino a spostare l'obiettivo esclusivamente su quest'ultimo. Tutto ciò è legittimo. Certo resterà difficile negare la centralità della questione dei fascismi in Europa nel periodo fra le due guerre mondiali. Le vicende dei singoli paesi assumono indubbiamente la loro specificità per cui sarà anche giusto affrontarne le problematiche a dimensione nazionale. Fatto questo però non è concepibile ricondurre tutto alla normalità di un percorso storico peculiare. Si devono riconoscere come autonomi soggetti di studio i vari fascismi, oppure i totalitarismi di diverso colore, accettando magari anche l'esercizio della comparazione. Tuttavia ciò non potrà significare confusione e appiattimento finalizzato alla fornitura di argomenti ad uso di un ceto politico spesso poco acculturato. E intanto un primo risultato degli studi comparati è quello di "considerare il fascismo una forza politica e una forma di organizzazione politico-sociale di dimensione europea" (Enzo Collotti). E questo valga soprattutto per i regimi riconducibili alla categoria classica, il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco. Mentre è stato appurato il ruolo di traino e modello rappresentato dall'esperienza mussoliniana specie in Europa orientale, ma anche altrove. In Italia come in Germania i prodromi nazionalisti e la mobilitazione sociale durante la guerra del 1914-'18 costituiscono una comune base di incubazione. A seguire, sulla scorta anche degli studi di George Mosse sulla nazionalizzazione delle masse, sono da considerare ulteriori elementi di similitudine fra i due regimi: la mistica giovanilistica, una visione organicistica della società, il rifiuto del pluralismo, la militarizzazione della politica. Ernst Nolte, studioso della fenomenologia dei totalitarismi, ci fornisce invece tesi assai discutibili ma che hanno però ottenuto un'audience eccezionalmente vasta. Fra queste si distingue per originalità quella sulla derivazione del nazionalsocialismo dal bolscevismo.
"...se si accettassero i punti di vista di Nolte il peso della tradizione dell'antisemitismo tedesco nel successo del nazionalsocialismo e nello stesso genocidio degli ebrei risulterebbe enormemente ridimensionato se non totalmente cancellato" (Enzo Collotti).
Un altro fronte della discussione storiografica e politica è quello sulla minore virulenza del fascismo italiano rispetto al nazismo. Su questo assioma si sviluppano così i virus della banalizzazione e il cavallo di battaglia diventa il presunto razzismo innocuo del regime mussoliniano. Si mescolano così le carte della storia falsificando i numeri ed ignorando gli studi scientifici che certificano in modo inoppugnabile del razzismo fascista messo sanguinosamente in atto nelle guerre coloniali d'Africa, contro le popolazioni balcaniche e non solo con l'apparato legislativo antisemita del 1938. De Felice non accettò mai la dimensione internazionale del fascismo concentrandosi invece sulle sue peculiarità autoctone. Ora, se questo ci può aver aiutato nella conoscenza specifica del fenomeno italiano, non si capisce più il motivo per il quale il metodo comparativo debba valere solo fra nazismo e comunismo. Allora la rappresentazione `revisionistica' ci pare del tutto inadeguata, persino nei confronti dei risultati stessi raggiunti dalla ricerca, incommensurabile, condotta dal biografo di Mussolini. Si deve però ammettere che la contraddittorietà delle dottrine fasciste rende assai difficile la definizione del modello. Anche perché le eventuali somiglianze istituzionali non costituiscono di per sé un elemento probante per ascrivere diversi sistemi politici dentro l'unicum della famiglia totalitaria.
In via preliminare, sia pure per la sola lettura dei fenomeni e delle relative conseguenze, si ravvisa come necessaria la definizione del modello totalitario quale categoria interpretativa autonoma. A tale scopo la manualistica di Scienza della Politica ci fornisce gli elementi identificativi minimi, utili per questa messa a punto: una concezione "organicistica" della società; il terrore come "principio politico"; i criteri di nemico oggettivo e di delitto possibile; l'uso della polizia segreta e del sistema detto "universo concentrazionista"; le forme del consenso e della propaganda, della mobilitazione di massa e della "rivoluzione permanente".
L'ultimo decennio si è caratterizzato per un'aspra contrapposizione, sia in ambiti politici che storiografici, sul così detto "revisionismo", concetto peraltro contraddittorio e variamente utilizzato. In particolare si è registrato un punto di grave attrito sull'uso del metodo comparativo fra regimi totalitari, fra sistemi nazionalsocialista tedesco e comunista sovietico in particolare. Una svolta di rilievo si è di recente avuta nella storiografia di sinistra con l'accettazione di quella metodologia d'indagine:
"...Guardare, dunque, con occhio sereno, e il più possibile distaccato, a quel che è successo, ai protagonisti e agli attori di quella storia, ai problemi che sono stati messi in luce dal susseguirsi terribile di massacri e genocidi legati, sia pure con modalità differenti, ai fascismi (in particolare misura al nazionalsocialismo tedesco) come ai comunismi (e prima di tutto a quello sovietico e a quello cinese). E' necessario intraprendere un'opera profonda di revisione di quello che si è scritto negli scorsi decenni senza perdere la consapevolezza profonda dei caratteri comuni, ma anche di alcune differenze, dei più importanti sistemi totalitari che si sono affermati nel mondo dopo la prima guerra mondiale. 
...una responsabilità indiretta di questa specie di revisionismo sta anche nella chiusura di una parte non piccola della storiografia comunista e di sinistra rispetto all'uso di espressioni come `regime totalitario' che, a mio avviso, si può e si deve utilmente applicare al regime nazista e a quello staliniano sovietico" (Nicola Tranfaglia).
Una soluzione plausibile a questo enigma metodologico, di approccio nella ricerca scientifica comparativa, ci viene dallo storico francese Philippe Burrin. Fascismo italiano e nazismo tedesco sono riconducibili ad una famiglia politica autonoma più ristretta rispetto alla parentela allargata dei totalitarismi. Ma nel medesimo contesto, sia pure operando i necessari distinguo, si dovranno collocare i regimi di Franco e Salazar, l'esperienza collaborazionista nella Francia di Vichy, ritenuti a torto marginali rispetto all'area dell'autoritarismo tradizionale.
Riferimenti bibliografici
- L. DE ROSA (a cura di), La storiografia italiana degli ultimi vent'anni. III. Età contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1989;
- R. DE FELICE, Intervista sul fascismo, a cura di M. Ledeen, Roma-Bari, Laterza, 1975;
- D. FISICHELLA, Analisi del totalitarismo, Messina-Firenze, Casa editrice D'Anna, 1976;
- E. COLLOTTI, Fascismo, fascismi, Firenze, Sansoni, 1992;
- N. TRANFAGLIA, Labirinto italiano. Il fascismo, l'antifascismo, gli storici, Firenze, La Nuova Italia, 1989;
- A. DEL BOCA, M. LEGNANI, M. G. ROSSI (a cura di), Il regime fascista, Roma-Bari, Laterza, 1995.