28/3/09

"Bajo la mole, fragmentos de civilización" de Antonio Gramsci




Selección y traducción de Francisco Ochoa de Michelena - © Ediciones sequitur, 2009 

Descripción: “En Turín, como saben todos, la vida pública se desenvuelve del modo más arcaico y gracioso. Cualquier matón puede pasar por un gran hombre, cualquier hedor de vertedero se convierte en un hecho político de primer orden. No existe contención, no existe la crítica. Existe el bombo, la adulación más llana y empalagosa. No en vano es famosa Turín por sus peladillas: todo rebosa azúcar, y fragancia de agua de rosas. Nosotros, los perros rabiosos, nos hallamos dentro de este corral de pavos hinchados y altaneros y, como los humanos apenas nos respetan y no nos dejamos deslumbrar por el brillo de las plumas, ahuyentamos a no poca gente y nos ganamos un montón de improperios y maldiciones. ¡Vaya! ¡Cuánto cacareo por unas personas que no importarían y que sólo hablan para los proletarios! Evidentemente, entienden que nuestras dentelladas no son casuales y que nuestra rabia tiene un propósito claro. Nos llaman “perros rabiosos”: ¡muy bien! Son los perros rabiosos los que, recorriendo las calles de la ciudad bajo el flagelo de la canícula, obligan a las señoritas de las aceras a correr, a levantar sus falditas y a mostrar sus repugnantes calzones.”

Nota del editor: Selección de los artículos, hasta ahora inéditos en español, de Antonio Gramsci publicados en la edición turinesa del periódico socialista Avanti! a lo largo de la Primera Guerra Mundial. Una sorprendente dimensión de Gramsci: fino escritor, irónico y duro crítico de las costumbres de ese momento (de civilización burguesa y proyecto obrero), de ese país (la joven Italia), de esa Europa (entre la guerra y la revolución). Materias: pensamiento político (marxismo), crónica periodística, literatura contemporánea italiana.

Il rapporto tra Stato e società civile secondo Karl Marx e Antonio Gramsci




Guido Liguori

L'interesse che si appunta oggi sul tema della società civile non è neutro, ma politicamente segnato. Il tema della società civile è tornato al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica negli anni '80. Dapprima nell'ambito della cosiddetta "rivoluzione neoconservatrice", per sostenere la volontà di riscossa e di rivincita dell'economia e del mercato sulla politica, sullo Stato (e sullo Stato sociale soprattutto). Poi, con l'89, anche "a sinistra", una sinistra che voleva tagliare i ponti con le tradizioni comunista e socialdemocratica. Anche qui "largo alla società civile", dunque, e anche "largo al mercato", basta con la politica, con i partiti, con lo Stato. Due posizioni diverse, quella neoliberista e quella liberal, ma non senza legami, concettuali e politici. (...) Questa tendenza ebbe un precipitato politico di rilievo, l'affermazione di Forza Italia, cioè di una nuova destra che ha fatto della privatizzazione di tutto (dalle aziende statali e municipali all'istruzione e alla scuola), del ridimensionamento dei partiti e della politica, della rivincita della società civile appunto, la propria bandiera. Senza spesso trovare, a sinistra, programmi e politiche molto differenti. Di recente, un tentativo in parte diverso di rilanciare a sinistra il concetto di società civile è stato effettuato da Bruno Trentin. (...) L'autore che Trentin usa di più in questa sua operazione culturale e politica è Antonio Gramsci, affermando di accoglierne l'accento posto sul concetto di società civile. Senza accorgersi, a mio avviso che così facendo egli in realtà non accoglie tanto le tesi di Gramsci sulla società civile, quanto l'interpretazione (notissima ma discutibile) che ne ha avanzato fin dal 1967 Norberto Bobbio. Detto in estrema sintesi (per una discussione più particolareggiata devo rinviare al mio libro Gramsci conteso), il ragionamento di Bobbio è il seguente: sia per Marx che per Gramsci la società civile è il vero "teatro della storia" (la celebre espressione che Marx usa nella Ideologia tedesca). Ma per il primo essa fa parte del momento strutturale, per il secondo di quello sovrastrutturale: per Marx il "teatro della storia" era la struttura, l'economia, per Gramsci la sovrastruttura, la cultura, il mondo delle idee. Ma le cose stanno davvero così?
Il tema della società civile e del rapporto tra Stato e società civile interessa Marx fin dalle sue opere giovanili, ne costituisce anzi uno dei motivi centrali. Nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (1843), Marx - seguendo il procedimento applicato da Feuerbach alla critica della religione, ovvero il rovesciamento del rapporto tra soggetto e predicato - afferma che in Hegel il soggetto è lo Stato e il predicato è la società civile, mentre nella realtà è l'esatto contrario: il soggetto va ricercato nella società civile. Ha dunque ragione Bobbio quando afferma che lo Stato in Marx è "momento secondario o subordinato rispetto alla società civile". Questa posizione marxiana non sarà rinnegata lungo l'intero percorso teorico dell'autore. Ho già accennato al brano dell'Ideologia tedesca che afferma che la "società civile è il vero focolare, il teatro di ogni storia". Ma le citazioni potrebbero essere molte: basti pensare ai celebri brani della Prefazione (del '59) al Per la critica dell'economia politica. (...) Tuttavia, se questo è vero, è anche vero che nell'opera di Marx si trovano elementi che inducono anche a una lettura più complessa della dicotomia Stato-società, una lettura in parte diversa, che non vuole negare il "rovesciamento" operato rispetto a Hegel, ma problematizzare e il concetto di società civile, i contenuti di cui esso si nutre, e l'intera valutazione della separazione Stato-società. Già Gerratana ha a suo tempo rilevato - proprio replicando a Bobbio - che non è del tutto vero che il concetto di società civile in Marx appartiene al solo momento della struttura. Nella Questione ebraica, ad esempio, Marx sembra credere che della società civile facciano parte, oltre che il mondo economico, pure "elementi" quali la "cultura" o la "religione". I "presupposti" dello Stato, ciò che viene prima dello Stato, sono dunque sia elementi materiali che elementi spirituali e culturali. (...) Anche da una lettura più attenta della citata Prefazione del '59 è possibile trarre una analoga convinzione, poiché se "l'anatomia della società civile" è per Marx da ricercare "nell'economia politica", è anche vero che in un corpo la struttura portante, lo scheletro, non è poi tutto. Sono dunque presenti nella società civile di Marx sia elementi strutturali che sovrastrutturali. Anche se certo sono i primi ad essere centrali. Più in generale, la dicotomia Stato-società è - per Marx - propria della società borghese; è parallela o addirittura sovrapponibile a quella fra bourgeois e citoyen, che Marx critica in nome di una sintesi e di una ricomposizione superiori. Marx cioè non si limita a rovesciare l'hegeliano rapporto Stato-società, si oppone a questa opposizione, critica la dicotomia tra sfera pubblica e privata, in qualche modo rifiuta il confinamento del politico nello Stato e del socio-economico nella società, mostra come potere e politica attraversino entrambi i momenti. In altre parole, si tratta di prendere le distanze da una lettura meccanicistica del rapporto struttura-sovrastruttura, lettura che invece Bobbio fa sua, lettura che ha nella citata Prefazione del '59 il suo modello classico, testo che però proprio Gramsci ha saputo reinterpretare in senso antideterministico. Si tratta di prendere le distanze da una concezione in cui la determinazione in ultima istanza di uno dei due termini (struttura o sovrastruttura) diverrebbe determinazione forte e immediata dell'altro livello di realtà: "teatro di ogni storia". Se veniamo ai Quaderni del carcere, il discorso si complica o, per meglio dire, si complica il tentativo di leggerne la complessità e ricchezza con gli strumenti categoriali rigidamente dicotomici messi in campo da Bobbio. Come già obiettò nel '67 Jacques Texier, il concetto fondamentale di Gramsci non è la società civile ma il "blocco storico". Il che vuol dire che la distinzione tra Stato e società civile è di natura metodica e non organica: "In realtà - scrive Gramsci - questa distinzione è puramente metodica, non organica e nella concreta vita storica società politica e società civile sono una stessa cosa". E' da qui che nasce il concetto centrale (nei Quaderni) di "Stato allargato". Struttura e sovrastruttura, economia, politica e cultura sono per Gramsci sfere unite e insieme autonome della realtà. Uno dei punti centrali del marxismo di Gramsci è questo non separare in modo ipostatizzato alcun aspetto del reale. Vi è in Gramsci anche una novità rispetto a Marx? In parte sì: è quella relativa al ruolo dello Stato e del politico. (...) Ciò fa sì che mentre Marx pensa il rapporto dialettico di società e Stato a partire dalla società, Gramsci pensa il rapporto dialettico di società e Stato a partire dallo Stato. Mi preme sottolineare però un fatto: se ciò avviene, è anche perché nel marxismo di Gramsci irrompono le novità registrate nel rapporto tra economia e politica nel Novecento, l'allargamento dell'intervento statale nella sfera della produzione, l'opera di organizzazione e razionalizzazione con cui il politico si rapporta alla società e anche la produce. Bolscevismo, fascismo, keynesismo, welfare sono tutti esempi di questo nuovo rapporto tra economia e politica, che si afferma a partire dagli anni venti e che costituisce rispetto al capitalismo di Marx una novità grande. Gramsci, in campo marxista, è uno dei primi a coglierla, teoricamente e politicamente. Tutto ciò vuol dire che Gramsci è un teorico dell'"autonomia del politico"? Non credo. Sicuramente sbagliano quelle letture che, magari sottolineando più del dovuto il suo giovanile "sorelismo", hanno cercato di farne un teorico dell'"autonomia del sociale". Ma la dialetticità del suo pensiero (oltre che tutta la sua biografia umana e politica) devono indurre a evitare anche l'errore opposto. La modernità del pensiero di Gramsci sta nel fatto che, nella sua concezione, la statualità e la politica che egli propone comprendono la società, anche nel senso che se ne nutrono, che non la negano, che non se ne separano. Gramsci ha ridefinito il concetto di Stato ma ha anche allargato il concetto di politica. Se si separa società e Stato, politica ed economia, società e politica, si è fuori del solco del suo pensiero. Ma - cosa ben più importante - la sinistra rinuncerebbe così agli unici strumenti (la politica, lo Stato) fin qui trovati per opporsi alla legge del mercato, alla legge della giungla. O, per dirla con il vecchio Hobbes, alla guerra di tutti contro tutti. Che è, appunto, la legge del capitale. Abbiamo qualcos'altro con cui sostituirli?

Gramsci vis à vis con Marx



Alberto Burgio

Negli anni del carcere, l'autore dei "Quaderni" rilesse in una prospettiva rigorosamente antimetafisica le pagine marxiane, individuandovi una fonte teorica primaria per l'elaborazione di una scienza politica all'altezza dei tempi. All'attualità dei problemi sollevati da quella lettura venne dedicato un convegno a Trieste, i cui interventi escono ora raccolti in un volume della manifestolibri

Due anni e mezzo fa, nel marzo 1999, si tenne a Trieste un convegno su un tema - Marx e Gramsci - a prima vista quant'altri mai inattuale. A smentire quella pregiudiziale impressione, figlia della soddisfatta superficialità dei nostri tempi, arriva oggi un volume della manifestolibri che raccoglie le relazioni svolte in quel convegno, a cura di Giuseppe Petronio e Marina Paladini Musitelli. Il centro intorno a cui si dipanò la discussione è subito nominato da Petronio. Si cercò di analizzare la portata e i caratteri del "ritorno a Marx" dell'autore dei Quaderni: di determinare la prospettiva, radicalmente antimetafisica, della rilettura delle pagine marxiane (a cominciare dalle Tesi su Feuerbach e dalla Prefazione del '59) in cui, negli anni del carcere, Gramsci scorge una fonte teorica primaria per l'elaborazione di una scienza politica all'altezza dei tempi. La questione è affrontata di petto nei saggi di Fabio Frosoni e Wolfgang Fritz Haug (curatore della edizione tedesca dei Quaderni), dove la serrata analisi dell'interpretazione gramsciana delle Tesi fonda una convincente lettura dell'idea di "filosofia della praxis". L'obiettivo polemico di Gramsci è l'interpretazione scientistica di Marx prossima ad affermarsi come ortodossia filosofica nell'Urss staliniana. I Quaderni inchiodano Bucharin, ma dietro a questo nome va individuato tutto uno schieramento che comprende, secondo Haug e Frosini, lo stesso Lenin della polemica antimachista.

A Gramsci la battaglia del giovane Marx contro il "vecchio materialismo" fornisce un formidabile arsenale filosofico e, in positivo, i materiali per la costruzione di una ontologia pratica che afferma l'essenza dinamica della realtà materiale (la sua soggettività e storicità) e la radicale materialità del soggetto storico, al tempo stesso interprete e artefice "critico-pratico" del mondo.

Si pone qui immediatamente una questione che, non per caso, percorre da sempre la discussione critica. La scelta delle Tesi discende dall'ispirazione idealistica della filosofia dei Quaderni? E' forse il segno di un soggettivismo nel quale non sarebbe difficile cogliere eredità neoidealistiche ed echi del giovanile sorelismo? Lo stesso Haug parrebbe non escluderlo, alla luce della scarsa attenzione per l'analisi delle forze produttive che gli sembra di cogliere nei Quaderni (dove, sottolinea, "non si parla nemmeno una volta della catena di montaggio"). Certo ha pochi dubbi al riguardo Roberto Finelli, che parla apertis verbis di "un prezzo assai elevato" imposto dall'"influenza dell'idealismo, crociano e gentiliano insieme", e che ritiene Gramsci incapace di individuare i "fattori di socializzazione" attivi nella sfera economica, che sarebbe quindi ridotta a "un complesso di azioni solo individuali". Si potrebbe obiettare facilmente: osservando, per esempio, che nel quaderno 22 (e nelle note sparse sul "movimento di fabbrica" che Gramsci non raccoglie) non si parla d'altro se non di forze produttive; e che il riconoscimento dell'attitudine socializzante della sfera economica (anzi: della fabbrica) informa di sé l'intera discussione sul fordismo (e la sua stessa nozione, come, del resto, l'idea di egemonia). Ma la ricchezza di questo libro sta proprio in ciò, che alle domande che formula provvede anche a rispondere. Gramsci idealista? Si guardi al corpo vivo della sua scienza politica.

Evocato da Donald Sassoon in un quadro di storia politica della fortuna (e dell'uso) dei Quaderni, il tema cruciale del rapporto tra Stato e società civile è focalizzato da Guido Liguori attraverso un confronto con la pagina marxiana che nulla concede alla vulgata. Liguori non si accontenta di documentare le radici rigorosamente marxiane di quella concezione dialettica del rapporto tra ambito politico-istituzionale, apparati ideologici e sfera economica che induce Gramsci a modificare la terminologia tradizionale (a cominciare proprio dalla nozione hegeliana di "società civile", espressione che nei Quaderni designa, il più delle volte, l'apparato egemonico). Mostra altresì le ricadute di tale prospettiva, in virtù della quale riesce a Gramsci di cogliere il radicamento strutturale dell'egemonia (oltre che, va da sé, dell'impiego degli apparati coercitivi) e, specularmente, il connotato politico di qualsiasi assetto economico, di ogni forma di "determinazione" dei mercati. Un'operazione che è quanto di meno idealistico si possa immaginare, come suggerisce l'altro saggio incentrato su concetti chiave della teoria politica gramsciana.

Torna, nelle pagine di Jacques Texier, l'analisi della "società civile" e della sua polivalenza (occasione per una glossa critica all'interpretazione togliattiana di una importante nota del quaderno 13), ma il discorso si amplia e include i temi del "blocco storico" e del "rapporto di forza". Ne emerge come la battaglia antieconomistica non conduca Gramsci al privilegiamento del terreno sovrastrutturale né, tanto meno, al suo sganciamento dalle dinamiche materiali della riproduzione. In un efficace controcanto alle critiche di soggettivismo, Texier osserva che non sarebbe inopportuno, oggi, mettere mano a "un corposo saggio dal titolo Gramsci teorico della struttura": c'è da augurarsi che - se non lui - qualcun altro se ne assuma il delicato compito.

Altri contributi, non direttamente legati ai temi sin qui trattati, indagano da diverse angolature il rapporto Gramsci-Marx offrendo non di rado spunti significativi. Aldo Tortorella pone in evidenza l'ascendenza marxiana (oltre che l'ispirazione universalistica) della morale gramsciana, fondata sull'affermazione della funzione decisiva della volontà ai fini della costruzione del soggetto rivoluzionario. Andrea Catone affronta il problema del luogo di costituzione della soggettività operaia (fabbrica o partito), ponendo le pagine dei Quaderni a confronto, da una parte con l'analisi del "processo lavorativo" nel primo Libro del Capitale, dall'altra con gli articoli apparsi sull'"Ordine Nuovo" a cavallo del biennio rosso. Francisco Fernando Buey e Marina Paladini Musitelli studiano le ragioni dell'interesse di Gramsci per le questioni della lingua e della letteratura e ne colgono le fonti marxiane (a cominciare dalle pagine della Sacra famiglia) e il significato politico, connesso al grande tema dello "spirito di scissione".

Ma una segnalazione particolare merita il brillante saggio di Giorgio Gilibert. In poche limpide battute egli offre una ricostruzione originale del rapporto tra Gramsci e Sraffa che non soltanto revoca in dubbio la vulgata dell'ispirazione ricardiana della ricerca approdata a Produzione di merci a mezzo di merci (Gilibert argomenta che fonte delle equazioni dei prezzi sono, più verosimilmente, gli schemi di riproduzione del secondo Libro del Capitale, e ipotizza che alla base della decisione di studiarli in profondità sia un suggerimento di Gramsci, al corrente dei dibattiti sulla teoria dell'accumulazione socialista e dello sviluppo accelerato in ambito sovietico), ma fornisce, per questa via, elementi utili a considerare sotto nuova luce la posizione di Sraffa, e a coglierne appieno una mai del tutto avvertita politicità.

Indifferenti

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917

Diamo a Gramsci quel che è di Gramsci

Foto: Roberto Cotroneo


di Roberto Cotroneo

Ieri il propenitenziere emerito del Vaticano, Monsignor Luigi De Magistris, nel corso di una conferenza stampa a Roma, ha affrontato la vicenda di un eventuale riavvicinamento alla religione cattolica di Antonio Gramsci, pochi giorni prima di morire. De Magistris sostiene che Antonio Gramsci morì chiedendo i sacramenti, e baciò un’immagine della Madonna con il bambino, che le suore portavano ai malati nella clinica romana dove ha finito i suoi giorni. Naturalmente non abbiamo nessuna prova storica e nessun documento che confermi questa tesi. Non ci sono lettere di familiari, non ci sono i rapporti della polizia, e c’è invece la volontà - allora più che mai non cattolica - di Antonio Gramsci di farsi cremare.

E allora perché, a distanza di 71 anni, questa uscita sorprendente? Sarebbe logica e spiegabile se fossero stati trovati dei documenti, delle lettere, una testimonianza sepolta da qualche parte che avallasse questa tesi. E invece nulla, voci, debolezze, paure delle ultime ore di vita, forse. Ma nulla che riapra questa storia. Eppure queste operazioni dubbie e discutibili sono la norma. Oggi è Gramsci, ieri fu Benedetto Croce. La coscienza laica e liberale di Croce si trasformò in una conversione, nel privato come sempre, mai nelle opere. Il marxismo innovativo di Gramsci, la sua forza intellettuale, la sua grandezza etica, la sua laicità, che si ritrovano in ogni pagina dei “Quaderni del carcere” e in ogni riga che Gramsci ha scritto, si stemperano ora in una immaginetta portata da una suora, e addirittura nei sacramenti.

Ha importanza? Se anche fosse vero non sarebbe certo uno scandalo. Ma in realtà c’è qualcosa di piccolo in tutto questo, qualcosa che non piace. È un’egemonia rovesciata quella che De Magistris esercita. L’idea che un uomo non si giudica per quello che pensa e quello che ha scritto, ma si giudica da tentennamenti privati, da piccole paure affiorate nei momenti ultimi, quando si è deboli, quando il mistero della vita ti appare tremendo e totalmente insolubile. E poco importa se Gramsci era incrollabilmente marxista e comunista, laico e ateo, e Benedetto Croca un liberale, un laico, un non credente: soprattutto poco importa che entrambi abbiano costruito con i loro libri, mattone per mattone, due filosofie della storia che mai hanno lasciato spazio a una simpatia neppure vaga per il cattolicesimo, o al conforto della fede.

Se lo avessero fatto avrebbero avuto vite diverse, avrebbero scritto opere diverse e non sarebbero stati quello che ancora sono. Ovvero i due più grandi filosofi italiani del secolo scorso. Raccontare, senza prove storiche, di immaginette e conversione è qualcosa che porta ad altro, è un disinnesco, come si potrebbe chiamarlo, è l’idea che poi alla fede ci arrivano tutti alla fine dei loro giorni, che quel passaggio è obbligato. È solo propaganda di cui non si sentiva per nulla il bisogno. Una propaganda buona per i fantasmi anticomunisti degli anni Cinquanta, che oggi appare stucchevole e fuori luogo.

26 novembre 2008


Perspectiva jurídica en el pensamiento de Antonio Gramsci


Foto: José María Laso Prieto



José María Laso Prieto

Bloque histórico

En un primer planteamiento de la obra de Gramsci se suscita su concepto de Bloque histórico que, al profundizar en la relación de una estructura económico-social y la de superestructura, atañe claramente a la superestructura jurídica de dicha formación. Para Gramsci, el bloque histórico es un complejo, determinado por una situación histórica dada, constituido por la unidad orgánica dada de la estructura y la superestructura. Al evitar el privilegiar a uno (economicismo) o a otro (ideologismo) de ambos elementos, que se hallan en una relación de reciprocidad e interdependencia, Gramsci insiste sobre su unión y sobre el papel de los intelectuales, actuando a nivel superestructural y llenando la misión específica de tejer el lienzo orgánico que une los dos elementos. En la constitución de esta unidad, los intelectuales orgánicos de la clase progresiva deben atraer a los intelectuales tradicionales hasta la formación de un «bloque ideológico» que controlará la sociedad civil, y de este modo, obtendrá el consenso de las clases subalternas. La clase dominante, que sostiene las riendas de la economía a nivel estructural, consigue, pues, gracias al bloque ideológico, asegurar su primado a nivel superestructural y de ese modo asentar su hegemonía sobre el conjunto del bloque social: hay bloque histórico cuando la hegemonía de una clase sobre el conjunto de la sociedad se ve realizado. ...leer más